Due soggetti indicati nell’ordinanza come esponenti del clan Mazzarella e uno contiguo al clan Minichini-De Luca Bossa, organizzazioni camorristiche operanti nell’area orientale di Napoli, relativa a una presunta rete di approvvigionamento della cocaina e un debito di 18mila euro sfociato in minacce rivolte anche ai familiari.
È uno dei filoni dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli che ricostruisce un presunto sistema di traffico di stupefacenti e di recupero dei crediti maturati all’interno del circuito criminale, anche attraverso comunicazioni clandestine dal carcere.
Al centro delle contestazioni figurano Luciano Barattolo e Ciro Rosario Terracciano, soggetti riconducibili al clan Mazzarella e Giuseppe Damiano, legato ai Minichini-De Luca Bossa. Le accuse riguardano l’approvvigionamento all’ingrosso di cocaina e una successiva vicenda estorsiva legata a somme non corrisposte per acquisti di droga.
La presunta rete di rifornimento della cocaina
Uno dei capi d’imputazione ricostruisce un presunto traffico di cocaina sviluppato tra Napoli e il carcere di Siracusa, nel periodo compreso tra ottobre 2025 e marzo 2026.
Secondo l’accusa, Emanuele De Pasquale, detenuto e indicato come broker, avrebbe gestito dall’interno dell’istituto penitenziario gli accordi per l’acquisto di partite di cocaina, utilizzando telefoni cellulari detenuti illegalmente. Le disposizioni impartite dal carcere avrebbero riguardato i fornitori esterni e le persone incaricate di ricevere e trasportare la sostanza stupefacente.
A Gennaro Votivo sarebbe stato affidato il compito di ritirare e trasportare quantitativi di cocaina fino a 800 grammi, per poi consegnarli agli acquirenti. Tra i luoghi citati nell’ordinanza figurano la zona dello Stadio Maradona e la Caffetteria degli Azzurri. Un altro intermediario, Raffaele Cuneo, detto “Albero”, avrebbe avuto il compito di ricevere confezioni di cocaina per la successiva immissione sul mercato.
Nel medesimo capo d’imputazione, Barattolo, Damiano e Terracciano vengono indicati, insieme ad altri soggetti legati ad altri clan, come presunti fornitori all’ingrosso. Secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbero ceduto o garantito rifornimenti di cocaina a De Pasquale, anche attraverso intermediari non identificati.
Il debito da 18mila euro e le presunte minacce
Il secondo filone riguarda una somma di circa 18mila euro che De Pasquale avrebbe dovuto riconoscere proprio a Damiano, Barattolo e Terracciano. Il debito sarebbe maturato per acquisti di sostanze stupefacenti; parte dei ricavi sarebbe stata spesa o persa attraverso scommesse, comprese quelle clandestine organizzate all’interno del carcere.
È su questa vicenda che si concentra una distinta contestazione di estorsione. I tre avrebbero agito in concorso con Giuseppe Troncone, capo dell’omonimo clan operante nell’area ovest di Napoli e accusato di avere minacciato personalmente De Pasquale e autorizzato iniziative violente nei suoi confronti.
Le pressioni sarebbero state rivolte anche al padre dell’uomo. Tra le frasi riportate nel provvedimento compare la minaccia di creare un problema «dentro e fuori», con riferimento alla detenzione e alla vita all’esterno del carcere. Gli investigatori contestano che le intimidazioni fossero finalizzate a ottenere la restituzione del denaro.
Il provvedimento descrive anche un pagamento di 5mila euro che sarebbe stato raccolto attraverso un intermediario e successivamente consegnato a Terracciano e Barattolo. La ricostruzione dovrà essere verificata nel procedimento giudiziario, così come la partecipazione e il contributo individuale attribuiti a ciascun indagato.
La contestazione del metodo mafioso
Per la vicenda estorsiva, l’accusa richiama l’aggravante legata al metodo mafioso e alla finalità di agevolare i gruppi criminali di riferimento.
Le minacce sarebbero state esercitate in un contesto nel quale gli indagati avrebbero ostentato l’appartenenza ai rispettivi gruppi, anche all’interno di un istituto penitenziario di alta sicurezza. Tale contesto, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe alimentato il timore delle vittime e degli altri detenuti, contribuendo a creare condizioni favorevoli all’omertà e a scoraggiare le denunce.
L’ordinanza distingue i riferimenti alle diverse organizzazioni: Troncone e Vaccaro sono associati al clan Troncone; Coppola al clan Gionta; Cacciapuoti al gruppo Ferrara-Cacciapuoti; mentre Damiano è legato ai Minichini-De Luca Bossa, mentre Barattolo e Terracciano vengono indicati come esponenti del clan Mazzarella.










