Un detenuto avrebbe gestito le forniture di stupefacenti dalla casa circondariale di Siracusa attraverso telefoni cellulari clandestini, coordinando intermediari e consegne a Napoli. Nell’ordinanza del gip anche le accuse di estorsione per decine di migliaia di euro, un’aggressione con una forbice e il tentativo di costringere la compagna di un debitore a truffare anziani. Al centro dell’inchiesta presunti collegamenti con i clan Troncone, Mazzarella, Gionta, Avventurato e Ferrara-Cacciapuoti.
Ordinare partite di cocaina, coordinare i fornitori, impartire indicazioni agli intermediari e organizzare le consegne sulla piazza di Napoli. Tutto questo, secondo l’impianto accusatorio, sarebbe stato possibile anche dall’interno di un carcere, grazie all’utilizzo di telefoni cellulari detenuti illegalmente.
È il quadro delineato nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Antonino Santoro, nell’ambito del procedimento che ipotizza un traffico di stupefacenti e una serie di reati commessi facendo leva sui rapporti con diversi gruppi camorristici.
L’indagine ricostruisce un presunto sistema criminale nel quale la compravendita di cocaina si sarebbe intrecciata con debiti accumulati per gli acquisti di droga e per le scommesse clandestine organizzate durante la detenzione. Quando il denaro non sarebbe stato restituito, sarebbero scattate minacce rivolte al debitore e ai suoi familiari, fino a un pestaggio e alla richiesta di somme di denaro per migliaia di euro.
Il broker della cocaina nella cella del carcere di Siracusa
Uno dei passaggi centrali dell’inchiesta riguarda Emanuele De Pasquale, indicato nell’ordinanza come il presunto broker del traffico di cocaina.
Secondo la ricostruzione del gip, De Pasquale avrebbe operato dall’interno della casa circondariale di Siracusa, utilizzando telefoni cellulari detenuti illegalmente. Attraverso questi dispositivi avrebbe disposto l’acquisto di partite di cocaina da fornitori che si trovavano all’esterno dell’istituto penitenziario.
Avrebbe funto da anello di congiunzione tra chi procurava la sostanza stupefacente e chi si occupava di riceverla e distribuirla sul mercato.
L’ordinanza individua anche i compiti attribuiti ad alcuni degli intermediari. Gennaro Votivo avrebbe provveduto al ritiro e al trasporto della cocaina, con quantitativi indicati nel provvedimento fino a 800 grammi, per poi consegnarla agli acquirenti. Tra i luoghi menzionati nell’atto figurano l’area dello stadio Diego Armando Maradona e la Caffetteria degli Azzurri.
Un altro intermediario, Raffaele Cuneo, soprannominato «Albero»,avrebbe avuto il compito di ricevere confezioni di cocaina destinate alla successiva immissione sul mercato. Tra i soggetti coinvolti nel business figura anche un minorenne per il quale si procede separatamente davanti alla competente autorità giudiziaria minorile.
La ricostruzione accusatoria colloca i fatti tra Napoli e Siracusa, da ottobre 2025 a marzo 2026.
Le forniture all’ingrosso e i collegamenti con diversi clan
La rete di approvvigionamento avrebbe potuto contare su una pluralità di soggetti ritenuti fornitori all’ingrosso.
Nell’ordinanza vengono indicati Domenico Cacciapuoti, Emanuele D’Agostino, Ciro Coppola, Giuseppe Damiano, Luciano Barattolo e Ciro Rosario Terracciano, ai quali vengono attribuiti ruoli differenti nella fornitura della cocaina.
Si tratta di soggetti legati a gruppi criminali attivi nell’area napoletana e nella provincia: il clan Troncone; il clan Minichini-De Luca Bossa; il clan D’Amico-Mazzarella; il clan Gionta di Torre Annunziata; il gruppo Avventurato di Acerra; il clan Ferrara-Cacciapuoti di Villaricca.
I soggetti coinvolti avrebbero coordinato l’acquisto e la cessione delle partite di cocaina anche dalle rispettive camere di pernottamento, servendosi di intermediari esterni per organizzare i rifornimenti destinati a De Pasquale.
L’ordinanza contesta inoltre l’aggravante mafiosa, sostenendo che le condotte sarebbero state commesse per agevolare o rafforzare i gruppi di riferimento e facendo leva sulla loro capacità intimidatoria.
È un aspetto particolarmente rilevante del quadro accusatorio: il carcere non sarebbe stato soltanto il luogo dal quale un detenuto avrebbe mantenuto contatti con l’esterno, ma anche uno spazio nel quale sarebbero stati conservati rapporti e gerarchie riconducibili a organizzazioni criminali.
Il debito da 49mila euro e le minacce al detenuto
La vicenda ricostruita nell’ordinanza non si ferma al traffico di droga.
Un secondo filone riguarda le presunte estorsioni ai danni dello stesso De Pasquale, che avrebbe accumulato debiti per acquisti di stupefacenti e per somme perse attraverso scommesse, comprese quelle clandestine che sarebbero state organizzate all’interno del carcere.
Il provvedimento indica un debito complessivo di 49mila euro. Secondo l’accusa, alcuni degli indagati avrebbero preteso un primo versamento di 10mila euro, accompagnando la richiesta con minacce rivolte al detenuto e a suo padre, Salvatore De Pasquale.
Il messaggio intimidatorio sarebbe stato quello di fargli capire che, in caso di mancato pagamento, avrebbe avuto problemi «dentro e fuori» dal carcere.
Le minacce avrebbero riguardato anche il padre del debitore, al quale sarebbe stato prospettato il rischio di essere aggredito dagli amici dei creditori.
La somma richiesta sarebbe stata accompagnata da intimidazioni e dalla prospettazione di violenze, con il coinvolgimento di persone che avrebbero fatto pesare lo status di soggetti legati agli ambienti della criminalità organizzata.
Il pestaggio con una forbice e il denaro consegnato dal padre
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, le minacce sarebbero poi sfociate in un’aggressione fisica.
Il documento contesta a Giuseppe Troncone un ruolo di mandante, mentre a Ciro Coppola e Aniello Mosella viene attribuita l’esecuzione materiale del pestaggio.
Secondo l’accusa, De Pasquale sarebbe stato colpito con calci e pugni e anche con una forbice. Le lesioni non sarebbero state refertate in ospedale, ma i segni dell’aggressione sarebbero stati documentati fotograficamente all’interno della casa circondariale di Napoli Secondigliano.
Il pestaggio viene ricondotto, nell’ipotesi investigativa, alle pressioni esercitate per ottenere il pagamento dei debiti.
Inoltre, il padre e un altro familiare di De Pasquale avrebbero consegnato 6.450 euro a titolo di parziale adempimento. Il denaro sarebbe stato affidato a un intermediario e successivamente consegnato a Domenico Cacciapuoti.
Un ulteriore capo d’imputazione descrive un’altra richiesta di denaro, pari a 18mila euro, rivolta al debitore da soggetti che avrebbero vantato crediti legati agli acquisti di stupefacenti e alle scommesse. In questo caso, il provvedimento riferisce di una consegna di 5mila euro attraverso un intermediario, con successivo trasferimento della somma ai presunti creditori.
L’elemento che emerge dalla ricostruzione giudiziaria è il ricorso alla violenza per imporre il pagamento di debiti maturati in un contesto criminale, nel quale le relazioni personali e l’appartenenza ai clan avrebbero contribuito a rendere più difficile opporsi alle richieste.
La compagna del debitore e il tentativo di organizzare truffe agli anziani
Tra gli episodi contestati compare anche un presunto tentativo di costringere Valentina Di Tuccio, compagna di De Pasquale, a commettere truffe ai danni di persone anziane.
Giuseppe Troncone avrebbe autorizzato Emanuele D’Agostino a intervenire per recuperare le somme che sarebbero state dovute. Le pressioni sarebbero state accompagnate da minacce di morte rivolte a De Pasquale e alla compagna.
L’obiettivo contestato era costringere la donna a procurarsi denaro attraverso truffe ai danni di anziani, in modo da saldare il debito.
Il reato, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, non sarebbe stato portato a compimento perché non sarebbe stata individuata la persona anziana da truffare.
Anche in questo caso, l’accusa non riguarda soltanto la pretesa restituzione di denaro, ma il tentativo di imporre a un’altra persona la commissione di un ulteriore reato per soddisfare le richieste dei creditori.
Un ulteriore livello di pressione esercitata sul debitore e sul suo ambiente familiare: non solo minacce e violenze, ma anche il tentativo di trasferire su una terza persona il compito di procurare il denaro attraverso attività illecite.
I telefoni cellulari come strumento per mantenere i rapporti criminali
L’utilizzo dei telefoni cellulari all’interno del carcere costituisce uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta.
Il provvedimento contesta ad alcuni detenuti di aver ricevuto, detenuto e utilizzato illegalmente uno o più dispositivi, anche per realizzare le condotte descritte negli altri capi d’imputazione.
Secondo l’accusa, i telefoni avrebbero consentito di mantenere contatti con l’esterno, coordinare operazioni legate alla cocaina e intervenire nelle controversie sui debiti.
Il problema, dunque, non si esaurisce nell’introduzione clandestina di un dispositivo in una struttura penitenziaria. Il punto investigativo è l’uso che ne sarebbe stato fatto per mantenere attive relazioni e attività illecite.
L’ordinanza richiama inoltre il regime di alta sicurezza nel quale si trovavano alcuni dei detenuti e contesta l’utilizzo del metodo mafioso, sostenendo che l’identità e l’appartenenza ai gruppi criminali sarebbero state ostentate anche all’interno dell’istituto per intimidire le persone coinvolte.
È questa la dimensione più delicata della vicenda: secondo l’ipotesi accusatoria, la detenzione non avrebbe interrotto la capacità di alcuni soggetti di impartire indicazioni, esercitare pressioni e mantenere rapporti con una rete di persone all’esterno.
Il carcere non avrebbe spezzato i legami con il mercato della droga: avrebbe continuato a essere uno dei luoghi dai quali impartire ordini, mentre all’esterno si sarebbero consumate consegne, richieste di denaro e intimidazioni. È questa la rete che l’inchiesta punta a ricostruire e che ora dovrà essere verificata nelle aule di giustizia.










