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“Matrimonio nel matrimonio” per il giovane ras del clan De Micco di Ponticelli

Luciana Esposito di Luciana Esposito
28 Settembre, 2026
in Cronaca, In evidenza
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“Matrimonio nel matrimonio” per il giovane ras del clan De Micco di Ponticelli
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L’ave Maria intonato dal neomelodico Nando Mariano quando la sposa ha lasciato la casa paterna, i trombettieri che hanno accompagnato l’uscita degli sposi dalla chiesa suonando la marcia nuziale, il banchetto in un noto locale di Licola, l’allestimento affidato alla wedding planner tanto in voga sui social network, lo show neomelodico che ha visto ben 10 cantanti esibirsi fino a notte fonda, il lungo spettacolo pirotecnico che ha fatto da cornice al taglio della torta e soprattutto la nutrita presenza di figure di spicco del clan De Micco, capeggiati dai due reggenti del clan e testimoni di nozze degli sposi.

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Queste le fasi salienti del matrimonio celebrato lo scorso sabato 26 settembre in casa De Micco e che ha visto convolare a nozze una delle nuove leve del clan, uno dei giovani pronti a subentrare in caso di arresto delle pedine cruciali del clan che detiene saldamente il controllo degli affari illeciti e che ha esteso il suo raggio d’azione ben oltre le strade del quartiere Ponticelli.

Un patto di fedeltà consacrato anche e soprattutto mettendo la firma sul certificato di nozze. Numerosi ed espliciti i messaggi pubblicati nelle storie di Instagram e che raccontano un evento che va ben oltre la celebrazione dell’unione di due sposi. Così come sottolinea la scelta di utilizzare un canale che consente ai contenuti di restare visibili solo per 24 ore, offrendo anche un altro vantaggio, tutt’altro che irrilevante: la possibilità di monitorare gli account degli utenti che visualizzano quelle storie.

Un clan che si serve dei social con estrema abilità per lanciare messaggi e rilanciare la sua supremazia. Lo dimostrano in maniera inequivocabile i numerosi frame apparsi sui profili di diversi affiliati. Foto di gruppo tutt’altro che casuali, dove la disposizione di ciascun soggetto disegna l’assetto gerarchico del clan, consegnando un’immagine meritevole di finire negli archivi della DDA di Napoli. E poi, i lussuriosi orologi in bella mostra, esibiti e ostentati per suggellare il potere economico, sintomatico dell’ottimo stato di salute del quale gode il clan per effetto delle estorsioni a tappeto, del business della droga che garantisce ingenti guadagni, al pari delle molteplici attività illecite gestite da un clan che continua a ostentare con sfrontatezza e impunità una leadership criminale conquistata inscenando una strategia del terrore che continua a sortire l’effetto sperato, complice la protratta assenza di azioni concrete da parte dello Stato che a Ponticelli, ormai, latita da due anni. Sono trascorsi 730 giorni dal blitz che all’alba del 2 ottobre del 2024 portò all’arresto di diversi soggetti, seppure, al clan De Micco siano bastate circa 48 ore per ripristinare la supremazia e ridisegnare un nuovo assetto gerarchico che nel corso di questi due anni ha conquistato ulteriore solidità per effetto di diverse scarcerazioni eccellenti, ma soprattutto grazie alla campagna di scouting tra i giovani del quartiere. In perenne ascesa il numero di giovani pronti a dare la vita per servire “i bodo”: “le scene da un matrimonio” che si sono susseguite lo scorso 26 settembre lo comprovano.

Non a caso, probabilmente, a rappresentare i boss detenuti erano i giovani rampolli del clan, affiancati dagli affiliati della prima ora scarcerati di recente che fanno quadrato intorno alle nuove leve. Un unione d’intenti, un’intesa, un legame rinsaldati da un matrimonio che assume un significato ben più ampio rispetto alla celebrazione dell’unione di due sposi. I contenuti pubblicati a pioggia sui social network costruiscono una sequenza di scatti che consegna un’associazione di fatti e persone che in maniera sincrona e motivata guardano nella stessa direzione, condividendo con ferma convinzione la volontà di garantire lunga vita al clan, oltre che agli sposi.

“In un giorno così importante eravate le uniche persone che la mio fianco potevano far sì che tutto fosse perfetto. Vi amo, sappiamo bene che il nostro amore durerà per tutta la vita, anche nei momenti bui le nostre mani resteranno sempre unite. Siete la mia famiglia.”

Questa la dedica pubblicata su Instagram dallo sposo e che accompagna la foto che lo ritrae insieme ai testimoni di nozze, nonché boss reggenti del clan De Micco. Parole che rimarcano “il matrimonio nel matrimonio” celebrato in casa De Micco e che ha visto il giovane ras del clan giurare eterno amore e fedeltà, non solo alla donna che ha sposato, ma anche ai “Bodo”. Parole, immagini, gesti espliciti dai quali trapela quello che tra le strade di Ponticelli è già più che noto e palpabile: qualora dovessero scattare le manette per le figure di spicco del clan, le nuove leve sono già pronte a subentrare al loro posto per garantire continuità e scongiurare il pericolo di una nuova fase di declino.

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Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. 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Ci sono interventi che durano pochi minuti, ma che possono cambiare per sempre il destino di chi li vive. Momenti nei quali il pericolo non concede tempo per riflettere a lungo e qualcuno sceglie di andare incontro a chi è in difficoltà, mettendo a rischio anche la propria incolumità. È quanto accaduto lo scorso 12 ottobre a Foggia, durante il violento nubifragio che ha investito la città. Nel sottopasso di via Scillitani, invaso dall'acqua e trasformato in una trappola, tre donne sono rimaste bloccate all'interno di un'automobile. A intervenire è stato Fabio Perrucci, 29 anni, carabiniere scelto in servizio al Nucleo operativo e radiomobile di Foggia, che insieme a un collega ha contribuito a portarle in salvo. Una storia di coraggio che acquista un significato ancora più profondo alla luce di un precedente episodio: il 25 giugno 2025, quando prestava servizio a Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci era entrato in un'abitazione avvolta dalle fiamme per soccorrere un anziano allettato, impossibilitato a fuggire autonomamente. Due emergenze diverse, a distanza di oltre un anno, unite dalla stessa scelta: intervenire quando una vita è in pericolo.  Il nubifragio a Foggia e il sottopasso diventato una trappola Il pomeriggio del 12 ottobre, una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Foggia. La pioggia intensa, accompagnata in alcuni momenti dalla grandine e da forti raffiche di vento, ha provocato allagamenti, disagi alla circolazione e numerose richieste di soccorso. Le strade si sono rapidamente riempite d'acqua, mentre diversi locali, tra cui box e cantine, sono stati invasi dalle precipitazioni. In corso Garibaldi è caduto un albero, fortunatamente senza provocare feriti. Ma tra le situazioni più critiche si è registrata quella dei sottopassi, dove l'acqua si è accumulata in pochi minuti, mettendo in difficoltà gli automobilisti. In via Scillitani il livello dell'acqua ha raggiunto circa un metro. Tre donne si sono ritrovate intrappolate nell'abitacolo della loro automobile, esposte a una situazione di grave pericolo.  È in questo scenario che è intervenuto Fabio Perrucci. Il carabiniere ha raggiunto la vettura immergendosi nell'acqua, insieme a un collega, e ha partecipato alle operazioni necessarie per liberare le occupanti e condurle in salvo. Il militare ha dovuto affrontare anche un notevole sforzo fisico per raggiungere e soccorrere tutte e tre le donne, una dopo l'altra. Un intervento nel quale la rapidità era fondamentale: in un sottopasso allagato, infatti, la situazione può peggiorare in tempi brevissimi.  Il precedente a Pagani: l'ingresso nell'abitazione in fiamme La vicenda di Foggia non è un episodio isolato nella storia professionale del ventinovenne. Il 25 giugno 2025, quando era in servizio alla Tenenza dei Carabinieri di Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci si trovò ad affrontare un'altra emergenza. All'interno di un'abitazione avvolta dalle fiamme c'era un anziano allettato, incapace di uscire da solo. Il fumo rappresentava una minaccia concreta e, mentre si attendeva l'arrivo dei vigili del fuoco, il rischio era che l'uomo non riuscisse a resistere. Il carabiniere entrò nell'appartamento, raggiunse l'anziano, lo sollevò e lo trasportò all'esterno, sottraendolo al pericolo. Un intervento del quale rimase traccia anche in una lettera di ringraziamento inviata dal figlio dell'uomo alla Legione Carabinieri. La testimonianza della sorella: «Per me è mio fratello» Dopo aver visto le immagini del fratello impegnato nel soccorso, Sarah Perrucci ha affidato ai social la propria emozione. Il suo racconto restituisce una prospettiva diversa rispetto alla cronaca dell'intervento: quella di chi conosce la persona che si trova dietro la divisa e vive con apprensione i rischi di una professione che può imporre decisioni immediate. Un post...

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