C’è un filo che unisce il Vesuvio alle vigne che crescono sulle sue pendici: la terra vulcanica.
A pochi chilometri dal centro di Napoli, alle falde del vulcano, la viticoltura convive da secoli con uno dei paesaggi più riconoscibili d’Italia. Qui il vino non è soltanto una produzione agricola: è il risultato di un rapporto particolare tra clima, suolo, vitigni autoctoni e lavoro dei vignaioli.
Il nome più conosciuto è quello del Lacryma Christi del Vesuvio, ma la produzione della denominazione è molto più ampia.
La DOC Vesuvio comprende infatti diverse tipologie di vino, tra cui Vesuvio bianco, rosso e rosato, oltre alle versioni Lacryma Christi e ai vini ottenuti da singoli vitigni come Caprettone, Falanghina, Piedirosso e Aglianico.
Una vigna dentro il vulcano
La zona della DOC Vesuvio comprende interamente i territori di Boscotrecase, Trecase e San Sebastiano al Vesuvio e parti dei territori di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia e Somma Vesuviana.
È un territorio estremamente vario, ma accomunato dalla presenza della matrice vulcanica.
Il disciplinare individua infatti nei terreni di buona esposizione e di natura vulcanica una delle condizioni ambientali idonee alla produzione dei vini Vesuvio.
Il terreno è il primo elemento che distingue questa viticoltura.
Le eruzioni hanno depositato nel corso dei secoli materiali vulcanici che hanno contribuito alla formazione dei suoli sui quali vengono coltivate le viti. Ed è proprio questa origine a rendere il paesaggio vitivinicolo vesuviano così particolare.
Il Lacryma Christi, il vino più famoso
Quando si parla di vino del Vesuvio, il pensiero corre quasi inevitabilmente al Lacryma Christi.
Bianco, rosso o rosato, rappresenta la denominazione più conosciuta associata al territorio.
La Regione Campania indica per il Lacryma Christi anche la possibilità di produzione di versioni spumante e, per il bianco, liquoroso. La denominazione è disciplinata all’interno della DOC Vesuvio.
Il bianco è legato soprattutto alle uve a bacca bianca del territorio, mentre il rosso e il rosato hanno nel Piedirosso uno dei loro principali protagonisti.
Il nome, naturalmente, ha alimentato nei secoli racconti e leggende.
Ma al di là della leggenda, il Lacryma Christi è soprattutto una delle espressioni più conosciute della viticoltura vesuviana.
Il Caprettone, l’uva bianca del Vesuvio
Tra i vitigni più caratteristici c’è il Caprettone.
Il nome può creare qualche confusione: nel disciplinare della DOC Vesuvio è associato alla Coda di Volpe, indicata localmente come Caprettone o Crapettone.
È una delle uve che più identificano i vini bianchi del territorio.
Il disciplinare aggiornato prevede per il Vesuvio bianco e per alcune tipologie di Lacryma Christi bianco l’impiego di Caprettone e/o Coda di Volpe in misura minima del 45%, con la possibilità di utilizzare Falanghina e/o Greco fino al 35% e altri vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione nella provincia di Napoli entro i limiti previsti.
Il risultato è un bianco che può accompagnare perfettamente la cucina napoletana di mare.
La stessa Regione Campania suggerisce l’abbinamento con sautè di vongole, zuppe di pesce, risotti ai frutti di mare, crostacei e impepata di cozze.
Il Piedirosso, anima dei rossi vesuviani
Se il Caprettone rappresenta una delle uve simbolo dei bianchi, il Piedirosso è uno dei grandi protagonisti dei rossi.
Nel disciplinare viene indicato anche con il nome locale di Palummina.
Per le tipologie Vesuvio rosso, rosato e per diverse versioni di Lacryma Christi rosso e rosato, il Piedirosso deve rappresentare almeno il 50% della base ampelografica, mentre possono concorrere Sciascinoso, Olivella e/o Aglianico entro i limiti stabiliti.
È un vitigno profondamente legato alla Campania e presente in diverse denominazioni regionali.
Sul Vesuvio, però, incontra un ambiente particolare: la vigna cresce su terreni di origine vulcanica e il vino diventa così anche una lettura del territorio.
Non solo Lacryma Christi
Uno degli aspetti meno conosciuti dei vini vesuviani è proprio questo: il Lacryma Christi non esaurisce la produzione del Vesuvio.
La DOC comprende anche vini identificati direttamente dal vitigno.
Ci sono il Vesuvio Caprettone, il Vesuvio Falanghina, il Vesuvio Piedirosso e il Vesuvio Aglianico, oltre alle relative versioni rosate o spumanti previste dal disciplinare.
È una gamma che racconta un territorio molto più articolato rispetto all’immagine tradizionale del semplice “vino del Vesuvio”.
E negli ultimi anni alcuni produttori hanno puntato proprio sulla valorizzazione degli autoctoni, anche attraverso tecniche di vinificazione differenti.
Il Gambero Rosso, per esempio, ha raccontato realtà vesuviane che lavorano con Piedirosso, Aglianico, Caprettone e Falanghina, utilizzando acciaio, anfore e legni diversi per interpretare le caratteristiche delle uve e del territorio.
Le vigne eroiche del vulcano
La viticoltura vesuviana ha anche una componente di difficoltà.
Coltivare una vigna sulle pendici del vulcano significa confrontarsi con pendenze, terreni particolari e condizioni ambientali che rendono il lavoro agricolo tutt’altro che semplice.
Alcune aziende coltivano vigneti a diverse centinaia di metri di altitudine. Nel territorio di Trecase, per esempio, il Gambero Rosso ha documentato vigne comprese tra circa 200 e 350 metri, su terreni di matrice vulcanica.
Qui la viticoltura diventa quindi anche una forma di presidio del territorio.
Le vigne non producono soltanto bottiglie: contribuiscono a mantenere vivo un paesaggio agricolo che convive con uno dei vulcani più conosciuti al mondo.
Un vino che racconta Napoli senza essere Napoli
C’è un’altra particolarità.
Il vino del Vesuvio nasce in una provincia densamente abitata, dove la campagna e l’urbanizzazione si incontrano continuamente.
A pochi chilometri dalle vigne ci sono Pompei, Ercolano, Torre del Greco, Napoli e i comuni dell’area vesuviana.
La Regione Campania identifica proprio in questa fascia territoriale la zona della DOC Vesuvio.
È un paesaggio nel quale il vulcano, il mare, le città e le campagne convivono.
E forse è proprio questa la caratteristica più interessante dei vini vesuviani: non raccontano soltanto il Vesuvio, ma il territorio che vive intorno al Vesuvio.
Il vino come patrimonio del territorio
Nel 2026 la Regione Campania ha inserito la valorizzazione della Costa del Vesuvio all’interno di un nuovo programma integrato che coinvolge numerosi comuni dell’area, con interventi dedicati anche alla valorizzazione paesaggistica e ambientale.
In questo scenario, la viticoltura può rappresentare una delle chiavi per leggere e valorizzare un territorio complesso, perché dietro una bottiglia di Vesuvio non ci sono soltanto uva e vino.
Ci sono il vulcano, la terra nera, le vigne, le generazioni di contadini e viticoltori, i vitigni autoctoni e una cucina che da sempre trova nel vino un compagno naturale.
Il Vesuvio ha lasciato il segno nella storia di Napoli, ma lo fa anche nei bicchieri e quando il vino arriva a tavola, porta con sé qualcosa che nessuna etichetta può raccontare fino in fondo: il sapore di una terra nata dal fuoco.










