Ci sono mestieri che sembrano appartenere a un’altra epoca. Parole che ricordano una Napoli fatta di botteghe, apprendisti, attrezzi consumati dall’uso e conoscenze tramandate di padre in figlio.
Molti di quei lavori sono scomparsi. Altri, invece, continuano a esistere dentro le strade della città, spesso lontano dalle grandi vetrine e dai circuiti della produzione industriale.
A Napoli l’artigianato non è soltanto memoria. È ancora lavoro, manualità, impresa e identità.
Il Comune di Napoli ha più volte sottolineato come le conoscenze artigiane siano state tramandate attraverso le generazioni e come alcune di queste attività siano tuttora presenti in diversi quartieri della città. Nel 2025 il Comune ha inoltre celebrato gli artigiani napoletani attraverso l’iniziativa “Napoli e i suoi Artigiani insieme da 2500 anni”.
Ecco alcuni degli antichi mestieri che ancora oggi resistono a Napoli.
1. Il pastoraio: l’arte del presepe
È probabilmente il mestiere più immediatamente associato a Napoli.
A San Gregorio Armeno le botteghe continuano a realizzare a mano pastori, scenografie, oggetti e componenti del presepe. La tradizione si è sviluppata proprio nel cuore dell’antica città e la produzione dei pastori si concentrò nella zona soprattutto dall’Ottocento.
La particolarità del presepe napoletano è che accanto ai personaggi della Natività compaiono da sempre figure della vita quotidiana.
E così il pastoraio non realizza soltanto San Giuseppe, Maria e i Re Magi: può trasformare in terracotta anche il pizzaiolo, il fruttivendolo, il macellaio, il personaggio famoso o quello diventato improvvisamente protagonista dell’attualità.
È una tradizione antica che continua a cambiare insieme alla città.
E proprio nel settembre 2026 gli artigiani di San Gregorio Armeno hanno chiuso simbolicamente le botteghe per alcune ore, protestando contro il rischio di una trasformazione della strada dei pastori in una zona dominata dai souvenir a basso costo.
2. Il guantaio: quando Napoli faceva eleganza con le mani
Pochi sanno che Napoli è stata per lungo tempo una delle capitali mondiali della produzione di guanti.
La tradizione della guanteria napoletana risale almeno al Settecento e raggiunse una particolare importanza tra Ottocento e Novecento. Ancora oggi alcune aziende mantengono in vita tecniche e competenze tramandate nel tempo.
Realizzare un guanto artigianale significa compiere numerose operazioni: scelta e preparazione della pelle, taglio, cucitura, foderatura, stiratura e rifinitura.
In alcune realtà napoletane il processo continua a essere fortemente manuale.
Nel 2026 la tradizione guantaia napoletana è stata anche protagonista di un incontro internazionale a Napoli con la Worshipful Company of Glovers di Londra, una delle più antiche corporazioni europee legate al mestiere dei guantai. La rete Chirotéca riunisce inoltre diverse realtà del settore.
3. Il liutaio: strumenti che nascono dal legno
Violini, chitarre, mandolini, mandole e liuti.
Napoli possiede una tradizione liutaria secolare, legata a famiglie come Fabricatore, Vinaccia e Calace. Il Comune ricorda questa lunga storia nella sua MusicMap dedicata alla città.
E non è soltanto una tradizione raccontata nei libri.
Nel centro storico esistono ancora botteghe dove gli strumenti vengono progettati, costruiti e restaurati.
Nel 2024, proprio a Napoli, si è concluso un percorso di formazione che ha portato alla nascita di 15 nuovi liutai formati nell’ambito del programma GOL Campania. Le attività laboratoriali si sono svolte in una liuteria di Port’Alba, dove vengono realizzati e restaurati strumenti ad arco e a pizzico.
Un mestiere antico, dunque, che prova a costruire anche il proprio futuro.
4. L’orafo: il mestiere che vive nel Borgo Orefici
Tra via Marina e corso Umberto si trova il Borgo Orefici, uno dei luoghi che meglio raccontano la tradizione artigiana napoletana.
Qui la lavorazione dell’oro e dei metalli preziosi ha radici medievali. Nel XIV secolo nacque la Corporazione degli Orafi, riconosciuta ufficialmente dalla regina Giovanna I d’Angiò.
Ancora oggi il Borgo ospita botteghe specializzate in oreficeria, argenteria e gioielleria, con lavorazioni che comprendono anche fusione, incastonatura e taglio delle pietre.
È una delle dimostrazioni più evidenti di come a Napoli un mestiere possa attraversare secoli senza scomparire.
5. L’ombrellaio: costruire un oggetto invece di comprarlo
Un ombrello può sembrare un oggetto banale.
A Napoli, però, esiste una tradizione che lo ha trasformato in un prodotto artigianale.
La storia della famiglia Talarico, iniziata nel 1860, racconta quattro generazioni di artigiani. Nella storica bottega di vico Due Porte a Toledo gli ombrelli venivano e vengono realizzati attraverso lavorazioni che richiedono manualità e attenzione a ogni componente, dal legno alla stoffa.
Un mestiere che ha legato la propria storia anche a quella del teatro napoletano: uno degli ombrelli prodotti dalla famiglia fu utilizzato nella prima messa in scena di “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo.
6. Il ceramista: la terra che diventa arte
La tradizione della ceramica e della porcellana è un’altra parte della storia artigianale napoletana.
Capodimonte è il nome più conosciuto, legato alla grande tradizione iniziata con la Real Fabbrica e poi sviluppatasi attraverso scuole, laboratori e manifatture.
Ma la lavorazione della ceramica non appartiene soltanto al passato.
Ancora oggi Napoli conserva competenze artigianali legate alla ceramica e alla formazione di nuovi specialisti. Il Comune, parlando della tradizione artigiana cittadina, ricorda anche il ruolo dell’Istituto Caselli-Real Fabbrica di Capodimonte nella formazione di tecnici specializzati nel settore.
7. Il sartore: l’abito costruito sul corpo
La sartoria napoletana è un altro esempio di mestiere antico che ha saputo adattarsi ai tempi.
Qui la differenza non è soltanto nel vestito finito, ma nel lavoro delle mani: prendere le misure, costruire il cartamodello, scegliere il tessuto, tagliare, imbastire, provare e correggere.
Nel 2025 il Comune di Napoli ha dedicato iniziative specifiche al rapporto tra produzioni sartoriali tradizionali e territorio, discutendo anche delle prospettive di tutela delle produzioni artigianali non alimentari.
La sartoria, dunque, continua a essere parte del patrimonio produttivo della città.
8. L’incisore: una tecnica che non ha bisogno di macchine industriali
Tra le arti meno conosciute c’è quella dell’incisione.
Nel centro storico napoletano esistono ancora laboratori nei quali si tramandano tecniche incisorie tradizionali. Il progetto ANEMA, dedicato alla valorizzazione delle botteghe artigiane, documenta il laboratorio di Vittorio Avella, indicato come una delle prime dieci stamperie italiane e come unica officina in Campania in cui vengono tramandate le arti incisorie.
È un mestiere lento, fatto di precisione.
Proprio il contrario della velocità con cui oggi produciamo e consumiamo immagini.
9. Lo scultore presepiale: il mestiere che trasforma la cronaca in statuina
È una figura diversa dal semplice pastoraio.
Lo scultore presepiale realizza personaggi e scene con un livello di lavorazione artistica particolarmente complesso.
Il progetto ANEMA documenta anche la bottega del maestro Ulderico Pinfildi, dove è possibile osservare le fasi di ideazione e realizzazione della scultura presepiale tradizionale.
E qui torna una caratteristica tutta napoletana: il presepe non rappresenta soltanto il passato.
Rappresenta anche il presente.
Per questo, nelle botteghe di San Gregorio Armeno, la cronaca può diventare personaggio e un volto noto può finire accanto a un pastore del Settecento.
10. Il mestiere più antico: tramandare un sapere
Forse il vero antico mestiere ancora praticato a Napoli non ha un nome preciso.
È quello di insegnare a qualcun altro a fare ciò che si è imparato dalle generazioni precedenti.
Il Comune ha descritto l’artigianato napoletano proprio come un patrimonio di conoscenze trasmesse nel tempo, mentre le iniziative più recenti sulla formazione dei nuovi liutai mostrano quanto la trasmissione delle competenze sia decisiva per evitare che una professione scompaia.
Perché una bottega può chiudere, un’attrezzatura può arrugginire, un’insegna può scomparire, ma finché qualcuno insegna a un’altra persona come usare quelle mani, quel mestiere non è ancora morto.
Napoli, dove il passato continua a lavorare
Gli antichi mestieri napoletani non sono soltanto una cartolina da mostrare ai turisti.
Sono pezzi di economia, cultura e identità.
Il guantaio, il liutaio, l’orafo, il pastoraio, il ceramista, il sarto, l’ombrellaio: professioni diverse, accomunate da una stessa caratteristica.
Il loro vero strumento di lavoro non è una macchina. È il sapere.
Ed è proprio quel sapere che Napoli rischia di perdere ogni volta che una bottega chiude senza che nessuno abbia imparato il mestiere.
Per questo le botteghe ancora aperte non sono semplicemente luoghi del passato.
Sono luoghi in cui il passato sta ancora lavorando al futuro.










