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De Micco e Volpicelli assolti per l’omicidio Castaldi-Minichini: possono essere scarcerati?

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
21 Settembre, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Camorra Ponticelli: ecco perchè i De Micco hanno festeggiato a suon di fuochi d’artificio prima dell’agguato

Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli

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L’assoluzione nel processo per il duplice omicidio del 2013 cancella i due ergastoli inflitti per quel delitto, ma non determina automaticamente la scarcerazione. De Micco e Volpicelli risultano infatti condannati anche per un altro omicidio: quello di Massimo Imbimbo.

L’assoluzione pronunciata in data odierna, lunedì 21 settembre 2026, dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli, quinta sezione, riapre gli interrogativi sulla posizione giudiziaria di Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli. I due erano imputati per il duplice omicidio di Gennaro Castaldi e Antonio Minichini, uccisi a Ponticelli il 29 gennaio 2013.

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La decisione è arrivata nel giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione, che il 12 gennaio 2026 aveva annullato le precedenti condanne all’ergastolo. Nel nuovo processo la Procura generale aveva chiesto la conferma delle pene, ma i giudici hanno assolto entrambi gli imputati.

L’ergastolo cancellato per il duplice omicidio

La sentenza riguarda specificamente le responsabilità contestate a De Micco e Volpicelli per l’agguato in cui persero la vita Castaldi e Minichini. L’annullamento con rinvio disposto dalla Suprema Corte aveva imposto un nuovo esame del caso; ora, con l’assoluzione pronunciata in appello, viene meno la condanna all’ergastolo relativa a quel procedimento.

La vicenda processuale era stata segnata dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e dalle contestazioni sollevate dalle difese sulla ricostruzione dell’agguato. L’esito del giudizio, tuttavia, non può essere automaticamente esteso ad altri procedimenti o ad altre condanne eventualmente a carico degli imputati.

L’altro omicidio: la condanna a 30 anni per Massimo Imbimbo

Un elemento importante per comprendere la posizione dei due imputati emerge dalla ricostruzione giudiziaria pubblicata da Napolitan: Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli erano stati condannati a 30 anni di reclusione per l’omicidio di Massimo Imbimbo, avvenuto nel 2011. Volpicelli e De Micco sono stati arrestati nell’ottobre del 2015, sono quindi reclusi da 11 anni. Gli resta da scontare più della metà della pena.

Quella condanna è distinta dal procedimento Castaldi-Minichini. Di conseguenza, l’assoluzione per il duplice omicidio del 2013 non comporta, da sola, la cancellazione della pena relativa al delitto Imbimbo. È quindi necessario evitare di confondere le condanne per singoli omicidi con le contestazioni formulate in altri procedimenti.

Possono essere scarcerati dopo l’assoluzione?

L’assoluzione non determina automaticamente la liberazione. La possibilità che una persona detenuta venga scarcerata dipende dall’esistenza di altri titoli che ne giustifichino la permanenza in carcere: per esempio, una condanna esecutiva relativa a un diverso reato o un’altra misura cautelare ancora efficace.

Nel caso di De Micco e Volpicelli, la condanna a 30 anni per l’omicidio Imbimbo rappresenta l’elemento che li costringe a restare ancora in carcere. Sulla sola base dell’assoluzione nel processo Castaldi-Minichini, i due non possono lasciare il carcere nell’immediato.

Una sentenza importante, ma non l’ultima parola sulla detenzione

Il verdetto del 21 settembre segna un passaggio rilevante in uno dei procedimenti legati alla faida di Napoli Est, ma la posizione carceraria di Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli non può essere ricostruita guardando a una sola sentenza.

L’assoluzione riguarda il duplice omicidio Castaldi-Minichini e segna un colpo di scena significativo rispetto a un verdetto che sembrava già scritto, decretando un epilogo giudiziario tutt’altro che scontato.

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La distinzione giuridica è importante. Il dolo eventuale presuppone, in termini generali, che una persona si rappresenti la possibilità che la propria condotta provochi un evento mortale e ne accetti il rischio. La colpa, invece, riguarda una condotta negligente, imprudente o imperita, senza quella forma di accettazione del rischio. Le pene richieste da Burlando sono quelle invocate dalla parte civile e non costituiscono condanne già pronunciate. Anche la qualificazione giuridica dei fatti resta sottoposta alla valutazione dei giudici. «Il suo corpo chiedeva aiuto»: le accuse sulle cure domiciliari Al centro della requisitoria c'è la gestione delle condizioni cliniche di Maradona nelle settimane precedenti la morte. Il campione era stato sottoposto a un intervento chirurgico per un ematoma subdurale e, successivamente, era stato trasferito in un'abitazione privata per proseguire la convalescenza. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. 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