Oltre 860mila euro di risarcimento alla moglie e ai due figli. Il Tribunale di Roma riconosce la responsabilità del Ministero per l’esposizione all’amianto. La Difesa ha impugnato la sentenza
Quasi diciannove anni nella Marina Militare, trascorsi tra unità navali e strutture militari. Poi la malattia, una diagnosi che non lascia scampo e cinque anni di cure prima della morte.
La storia di C.C., sottufficiale originario di Napoli, è ora al centro di una sentenza del Tribunale di Roma che, in primo grado, ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Difesa per l’esposizione all’amianto e ha disposto un risarcimento complessivo di oltre 860mila euro in favore della moglie e dei due figli dell’uomo.
La decisione è stata impugnata dal Ministero.
Quasi diciannove anni nella Marina
C.C. aveva prestato servizio nella Marina Militare con il grado di sottufficiale, svolgendo mansioni di elettricista.
Nel corso della sua carriera aveva lavorato a bordo di diverse unità navali e presso strutture della Marina, tra cui Mariscuole e Marispedal, occupandosi del controllo, della riparazione e della manutenzione degli impianti elettrici e della relativa componentistica.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento giudiziario, proprio durante queste attività il militare sarebbe stato esposto ripetutamente a polveri e fibre di amianto.
La sentenza del Tribunale di Roma ha ricostruito una esposizione protratta nel tempo, rilevando inoltre che non sarebbe stata fornita la prova dell’adozione di misure adeguate a proteggere il sottufficiale dal rischio.
La diagnosi nel 2015
Come spesso accade nelle patologie correlate all’amianto, la malattia si manifestò molti anni dopo l’esposizione.
Nei primi mesi del 2015 comparvero i primi sintomi. Il 6 marzo dello stesso anno arrivò la diagnosi: mesotelioma pleurico maligno.
Per C.C. iniziò allora un lungo percorso fatto di terapie, ricoveri e cure, durato oltre cinque anni.
Fino all’ottobre del 2020, quando il sottufficiale morì.
A quel punto, per la moglie e per i due figli, alla perdita si aggiunse anche una battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento dei danni subiti.
Il legame tra il servizio e la malattia già riconosciuto in vita
Un elemento particolarmente significativo della vicenda riguarda il riconoscimento, avvenuto quando C.C. era ancora in vita, dello status di vittima del dovere.
Nel 2018 era stato infatti riconosciuto il legame tra la patologia e il servizio prestato nella Marina Militare.
Dopo la sua morte, la moglie e i figli hanno quindi agito per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti alla perdita del loro congiunto.
Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda, riconoscendo non soltanto il danno derivante dalla perdita del marito e del padre, ma anche le conseguenze economiche che quella morte ha prodotto sulla famiglia.
Riconosciuta anche la perdita del contributo economico
Nella sentenza assume particolare rilievo il riconoscimento, in favore della vedova, del danno patrimoniale derivante dal venir meno del contributo economico che il marito avrebbe continuato ad assicurare alla famiglia.
Una componente che spesso rimane sullo sfondo quando si parla di malattie professionali e morti provocate dall’esposizione all’amianto.
Ma dietro una diagnosi di mesotelioma non c’è soltanto la sofferenza della persona malata.
C’è una famiglia che assiste alla progressiva perdita di una persona amata. E, dopo la morte, deve fare i conti anche con una vita quotidiana profondamente cambiata, compreso il venir meno di una parte delle risorse economiche sulle quali poteva contare.
È proprio questa doppia ferita, affettiva ed economica, che il Tribunale ha riconosciuto nel caso della famiglia di C.C.
“Non ci sono soltanto cifre”
«Dietro questa sentenza non ci sono soltanto cifre, ma la storia di una famiglia che ha perso un marito e un padre dopo cinque anni segnati dalla malattia e dalle cure», sottolinea l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.
Secondo Bonanni, la decisione del Tribunale mette in evidenza anche «un aspetto troppo spesso dimenticato»: quando una persona si ammala e poi muore, alle conseguenze sanitarie si aggiungono ricadute economiche concrete per le persone che restano.
Nel caso di C.C., questo aspetto è stato espressamente considerato dal giudice nella quantificazione del risarcimento.
La sentenza non è definitiva
Il Ministero della Difesa ha impugnato la sentenza.
Il riconoscimento della responsabilità disposto dal Tribunale di Roma è quindi una decisione di primo grado e il procedimento proseguirà davanti al giudice dell’impugnazione.
Resta però il dato umano che precede qualsiasi cifra e qualsiasi passaggio processuale.
Un uomo originario di Napoli ha trascorso quasi diciannove anni al servizio della Marina Militare. Anni durante i quali ha lavorato in luoghi nei quali, secondo quanto accertato nel giudizio di primo grado, è stato esposto all’amianto.
Poi è arrivata una malattia che può manifestarsi a distanza di decenni dall’esposizione.
E infine la morte.
La sentenza non restituisce C.C. alla moglie e ai suoi due figli. Ma riconosce che quella morte ha lasciato una doppia eredità di dolore: quella privata, impossibile da quantificare, e quella economica, che il Tribunale ha tradotto in un risarcimento di oltre 860mila euro. Ora sarà il giudizio di appello a stabilire se quella responsabilità resterà confermata.











