Dopo la nuova riduzione delle pene per i due condannati per la morte di Donato Monopoli, Giuseppe Monopoli rompe ancora una volta il silenzio. In una lettera aperta si rivolge ai parlamentari, ai giudici e alle istituzioni: «C’è un parlamentare che abbia il coraggio di metterci la faccia?»
Ci sono dolori che il tempo non cancella.
Li rende soltanto più difficili da raccontare.
Per Giuseppe Monopoli, però, raccontare la storia di suo figlio Donato è diventato anche un modo per continuare a chiedere giustizia.
Donato aveva 26 anni. È morto nel maggio del 2019, dopo sette mesi di agonia in ospedale, in seguito a un violento pestaggio avvenuto nell’ottobre del 2018 all’esterno di una discoteca di Foggia.
Quasi otto anni dopo quella notte, la famiglia è ancora dentro una vicenda giudiziaria che sembra non trovare una conclusione.
E oggi il padre decide di rivolgersi direttamente a chi quelle regole le scrive, le interpreta e le applica.
Parlamentari. Giudici. Istituzioni.
A loro Giuseppe Monopoli affida una domanda che attraversa tutta la sua lettera:
«Quanto vale la vita di un figlio in Italia?»
Sette mesi tra la vita e la morte
Per comprendere la rabbia e il dolore di Giuseppe bisogna tornare a quella notte.
È il 6 ottobre 2018. Donato si trova in una discoteca alla periferia di Foggia.
Secondo quanto ricostruito nel processo, interviene per cercare di mettere fine a una lite che aveva coinvolto un suo amico. Viene aggredito e colpito violentemente.
Riporta un gravissimo trauma cranico e viene trasferito in ospedale.
Per la famiglia comincia un incubo destinato a durare mesi.
Donato resta in coma.
Sette mesi trascorsi accanto a quel letto, aggrappati alla speranza di un miglioramento, a un respiro, a un segnale.
Poi, nel maggio del 2019, il cuore di Donato si ferma.
Aveva soltanto 26 anni.
La ricostruzione processuale della vicenda è stata al centro di un lungo contenzioso giudiziario. Nel primo processo i due imputati, Francesco Stallone e Michele Verderosa, furono condannati rispettivamente a 15 anni e 6 mesi e a 11 anni e 4 mesi.
Dall’omicidio volontario all’omicidio preterintenzionale
La vicenda giudiziaria ha successivamente preso una strada diversa.
Nel processo d’appello, nel maggio 2024, la Corte d’Assise d’Appello di Bari derubricò il reato da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, riducendo le pene a 10 anni per Stallone e 7 anni per Verderosa.
Poi è arrivata la Cassazione.
Nel febbraio 2025 la Suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza d’appello, disponendo un nuovo giudizio davanti a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Bari.
Per la famiglia Monopoli è ricominciato tutto.
Un altro processo.
Altre udienze.
Altri ricordi.
Altra attesa.
«Ogni nuova udienza è una ferita che si riapre», aveva scritto Giuseppe in una precedente lettera aperta alla vigilia dell’appello bis.
E poi una nuova riduzione delle pene
Il 13 luglio 2026 è arrivata la nuova sentenza.
La Corte d’Appello di Bari ha confermato l’omicidio preterintenzionale, ma ha ulteriormente ridotto le pene: 7 anni e 2 mesi per Francesco Stallone e 4 anni, 11 mesi e 20 giorni per Michele Verderosa.
Una decisione che ha provocato la durissima reazione della famiglia.
«Il vero ergastolo è il nostro», hanno denunciato i genitori, sottolineando che per Donato non esistono sconti, permessi o possibilità di tornare a casa.
La famiglia ha annunciato un nuovo ricorso in Cassazione.
E Giuseppe ha deciso di rivolgersi direttamente alle istituzioni.
«Vi scrivo da padre»
La nuova lettera comincia così: «Mi rivolgo a voi, Onorevoli Parlamentari che scrivete le leggi, e a voi, Giudici che le applicate nei tribunali in nome del popolo italiano».
Non è soltanto una contestazione nei confronti di una sentenza.
È soprattutto la testimonianza di un padre.
Giuseppe racconta quei sette mesi trascorsi accanto al letto del figlio, sospeso tra la speranza e la paura.
Racconta di aver visto Donato soffrire e di averlo accompagnato fino alla fine.
Ed è proprio questo il punto sul quale concentra la sua denuncia: la distanza che, secondo lui, esiste tra ciò che una famiglia vive e ciò che poi accade nelle aule di tribunale.
Per un padre non esistono formule giuridiche capaci di descrivere sette mesi di agonia.
Non esistono attenuanti che possano cancellare una sedia vuota a tavola.
Non esiste una sentenza che possa restituire un figlio.
«C’è un parlamentare che abbia il coraggio di metterci la faccia?»
La parte più dura della lettera è quella rivolta alla politica.
Giuseppe chiede ai parlamentari di non limitarsi alle dichiarazioni sulla sicurezza quando accade una tragedia.
Chiede che qualcuno raccolga concretamente la storia di Donato e quella di tante altre vittime di violenza.
La domanda è diretta:
«C’è un parlamentare che abbia il coraggio di metterci la faccia?»
Il padre chiede che la vicenda arrivi dentro le aule del Parlamento e che possa diventare l’occasione per discutere delle norme che regolano questi reati, delle attenuanti, delle pene e soprattutto della tutela delle vittime e delle loro famiglie.
Non parla di vendetta.
Anzi, lo precisa con forza.
«Io non sto chiedendo vendetta», scrive.
Chiede che le istituzioni riconoscano quello che considera un problema del sistema.
«Perché il diritto alla difesa deve trasformarsi nella minimizzazione dell’accaduto?»
È una delle domande più dure contenute nell’appello.
Giuseppe non mette in discussione il diritto alla difesa, principio fondamentale dello Stato di diritto.
Ma chiede se, nel bilanciamento tra i diritti dell’imputato e quelli delle vittime, la famiglia di chi è morto non rischi di diventare invisibile.
È questa la sua denuncia.
Il dolore dei genitori, sostiene, non può essere considerato una semplice conseguenza emotiva di un procedimento giudiziario.
Perché dietro ogni fascicolo c’è una persona.
E dietro ogni vittima c’è una famiglia che continuerà a convivere con quella perdita per tutta la vita.
«Mio figlio Donato non torna più»
La frase più drammatica arriva quasi alla fine della lettera.
Giuseppe sa che nessuna sentenza potrà riportare Donato a casa.
Sa che il tempo trascorso non può essere restituito.
Sa che quella sedia vuota resterà vuota.
Ma proprio per questo chiede che la morte di suo figlio non diventi soltanto una pratica giudiziaria destinata a chiudersi con una sentenza.
Chiede che diventi una domanda rivolta allo Stato.
Una domanda che riguarda tutti.
«Mio figlio Donato non torna più. Nessuna sentenza me lo restituirà. Ma finché avrò fiato, pretenderò che lo Stato risponda a questa domanda: quanto vale la vita di un figlio in Italia?»
È questo il punto dal quale Giuseppe Monopoli non intende arretrare.
La famiglia ha già annunciato che continuerà a battersi in Cassazione. Dopo la sentenza dell’appello bis, il padre ha ribadito che la battaglia giudiziaria non è finita.
Otto anni dopo quella notte, Donato non può più parlare.
A farlo è suo padre.
E lo fa non soltanto per lui.
Ma per tutti quei genitori che, dopo aver perso un figlio, si ritrovano a chiedersi se la giustizia sia davvero riuscita a dare un peso alla vita che hanno perso.
«Quanto vale la vita di un figlio in Italia?»
È una domanda che Giuseppe Monopoli consegna alla politica, alla magistratura e alle istituzioni, ma, prima ancora, alla coscienza di un intero Paese.










