Quasi 50 casi dall’inizio dell’anno. È il numero che restituisce il monitoraggio dell’Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi e transcidi di Non Una Di Meno, aggiornato all’8 agosto 2026. Un bilancio che torna drammaticamente d’attualità dopo una sequenza di omicidi avvenuti proprio nei giorni di Ferragosto.
L’Osservatorio ha censito 49 casi complessivi nel 2026: 40 femminicidi, 2 suicidi indotti di donne, un omicidio di un ragazzo, il suicidio di una ragazza trans e 5 casi ancora in corso di accertamento.
Un conteggio che non coincide con quello istituzionale del Ministero dell’Interno, perché utilizza criteri e categorie differenti. Dal primo trimestre 2026 il Viminale ha iniziato a pubblicare nei propri report anche i dati relativi al nuovo reato autonomo di femminicidio previsto dall’articolo 577-bis del Codice penale.
La differenza tra le statistiche non cancella il dato più importante: anche nel 2026 continuano a morire donne in contesti riconducibili alla violenza di genere.
Ferragosto, quattro donne uccise in pochi giorni
Gli ultimi giorni hanno riportato il fenomeno sulle prime pagine.
A Camponogara, nel Veneziano, Tania Terrin, 39 anni, è stata uccisa il giorno di Ferragosto. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’ex compagno Dino Keber l’avrebbe soffocata nella sua abitazione prima di togliersi la vita. Tania aveva già denunciato l’uomo dopo un’aggressione e nei suoi confronti era stato emesso un ammonimento del Questore.
In Calabria, Ornella Forastefano, 46 anni, è morta dopo essere stata brutalmente picchiata. La donna è stata trovata davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Trebisacce, dove era stata lasciata in condizioni disperate. Il compagno, 42 anni, è stato fermato al porto di Bari mentre, secondo gli investigatori, tentava di raggiungere l’Albania.
A Colleferro, alle porte di Roma, una donna di 50 anni, di origine polacca, è stata uccisa a coltellate nella propria abitazione. Il marito, 69 anni, è stato fermato dalla polizia e ha ammesso di essere stato lui. Secondo le prime ricostruzioni, uno dei cinque figli della coppia avrebbe assistito all’omicidio. La Procura ha parlato di femminicidio.
A questi casi si aggiunge la morte di Michela Rubiu, 47 anni, deceduta il 17 agosto dopo 25 giorni di agonia. La donna era stata raggiunta da un colpo d’arma da fuoco alla nuca il 23 luglio a Solanas, nel Cagliaritano. Il marito è accusato anche dell’omicidio del fratello della donna.
Sono storie diverse, ma accomunate dalla stessa drammatica costante: la violenza arriva dentro relazioni, famiglie e contesti nei quali le vittime conoscono spesso il proprio aggressore.
Il caso di Daniela Florea
Tra le vicende che hanno segnato l’estate c’è anche quella di Daniela Florea, 36 anni.
La donna è stata trovata morta il 20 luglio nel suo appartamento di Torino, avvolta in un lenzuolo e nascosta nel contenitore del letto matrimoniale. L’ex compagno, Daniel Trandafir, 45 anni, è stato arrestato il 5 agosto con l’accusa di femminicidio, maltrattamenti in famiglia aggravati e occultamento di cadavere. Daniela si era trasferita nell’abitazione insieme al figlio di sei anni dopo la fine della relazione.
Un caso che racconta anche un’altra dimensione della violenza: quella che può continuare dopo la fine di una relazione.
Quaranta femminicidi, ma il numero non è una semplice statistica
Il dato di 40 femminicidi monitorati da Non Una Di Meno non deve essere confuso con il numero complessivo delle donne vittime di omicidio.
Il femminicidio è infatti una categoria più specifica: identifica l’uccisione di una donna in quanto donna o all’interno di dinamiche riconducibili alla violenza di genere.
Dal 17 dicembre 2025, inoltre, in Italia il femminicidio è diventato una fattispecie autonoma di reato. Per questo il 2026 è anche il primo anno nel quale il Ministero dell’Interno rileva nei propri report il nuovo reato previsto dall’articolo 577-bis del Codice penale.
Questo spiega perché in rete e sui giornali possano comparire numeri differenti.
Non necessariamente qualcuno sta sbagliando i conti: spesso si stanno utilizzando criteri diversi.
I nomi dietro ai numeri
L’elenco delle vittime restituisce una fotografia ancora più drammatica.
Tra le donne uccise nel 2026 figurano, tra le altre, Federica Torzullo, uccisa ad Anguillara Sabazia; Ylenia Musella, 22 anni, uccisa a Ponticelli dal fratello dopo un litigio; e numerose altre donne morte in contesti familiari, affettivi o comunque riconducibili alla violenza di genere.
Non Una Di Meno aggiorna costantemente il proprio osservatorio proprio per evitare che queste vicende finiscano per essere ridotte a una sequenza di numeri. L’Osservatorio raccoglie infatti anche lesbicidi, transcidi, suicidi indotti e casi ancora da classificare.
Dall’altra parte, il Ministero dell’Interno utilizza una metodologia istituzionale e pubblica report trimestrali sugli omicidi volontari, sulla violenza di genere e, dal 2026, sul femminicidio come specifica fattispecie penale.
Una donna uccisa non è soltanto un numero
Il dato che più dovrebbe interrogare non è soltanto quanti femminicidi siano stati commessi.
È come siano avvenuti.
Donne uccise dall’ex compagno. Donne massacrate dal marito. Donne che avevano già denunciato. Donne che avevano tentato di interrompere una relazione. Donne uccise davanti ai figli.
Nel caso di Tania Terrin, ad esempio, emerge l’elemento della denuncia precedente. La madre ha raccontato che lei e la figlia si erano rivolte più volte alle forze dell’ordine.
Questi elementi riportano inevitabilmente alla questione della prevenzione.
Perché il femminicidio raramente è un fulmine che arriva senza preavviso.
Spesso prima ci sono controllo, minacce, stalking, aggressioni, isolamento, possesso, violenza psicologica e fisica.
Il vero numero da ricordare sono i nomi
Quasi 50 casi monitorati in poco più di sette mesi significano decine di famiglie distrutte, figli rimasti senza una madre, genitori costretti a seppellire una figlia.
E dietro ogni cifra c’è una persona.
Per questo la discussione sui numeri è necessaria, ma non sufficiente.
Serve per capire la dimensione del fenomeno. Serve per confrontare gli anni. Serve per valutare se le politiche di prevenzione funzionano, ma poi bisogna tornare ai nomi.
Tania. Ornella. Michela. Daniela. Federica. Ylenia.
E alle tante altre donne che nel 2026 non ci sono più, perché quando una donna viene uccisa, il problema non è soltanto che qualcuno abbia commesso un omicidio.
Il problema è che, troppo spesso, la violenza aveva già cominciato a parlare molto prima della morte e la vera sfida resta riuscire ad ascoltarla prima che sia troppo tardi.











