Sì. Per renderlo più forte giornalisticamente, inserirei numeri verificabili e casi realmente documentati, evitando però di presentare come “episodi di sharenting” tutti i casi di abuso online di immagini di minori. Le fonti più recenti mostrano che il problema sta assumendo una dimensione ulteriore con l’uso dell’intelligenza artificiale.
Sharenting, quando i genitori consegnano ai social l’infanzia dei propri figli
Una fotografia del primo giorno di scuola. Il compleanno. Una vacanza al mare. Il bambino che ride, quello che piange, la recita, il costume da bagno, una giornata qualunque in famiglia.
Per un genitore sono ricordi. Per internet possono diventare dati, immagini, informazioni e tracce digitali destinate a restare online per anni.
Si chiama sharenting, dalla fusione delle parole inglesi share e parenting, ed è la pratica con cui madri e padri condividono online fotografie, video e informazioni sui propri figli. Un fenomeno che non riguarda più soltanto la privacy, ma anche la sicurezza dei minori e, con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, il possibile riutilizzo criminale delle loro immagini.
I numeri raccontano un fenomeno enorme
Uno studio italiano pubblicato sull’Italian Journal of Pediatrics ha analizzato 228 genitori di minori. Il 98% utilizzava i social network e, tra questi, il 75% pubblicava contenuti riguardanti i propri figli. Il 31% aveva iniziato a farlo già nei primi sei mesi di vita del bambino. (DOI)
Le fotografie e i video dei bambini rappresentavano il contenuto più diffuso, indicato dal 74,4% dei genitori che praticavano sharenting. Nel 28,2% dei casi veniva utilizzata anche la geolocalizzazione.
Il dato forse più significativo riguarda però la consapevolezza: il 93% dei genitori intervistati non era consapevole dei rischi associati alla pubblicazione di contenuti sui propri figli. (DOI)
Un’altra ricerca italiana, condotta su un campione di genitori, ha rilevato che il 65,7% dichiarava di condividere fotografie dei propri figli sui social. La motivazione più frequente era creare una sorta di archivio dei ricordi familiari, indicata dal 47,5% degli intervistati. (PubMed Central (PMC))
Non è quindi soltanto una questione di genitori che cercano visibilità. Nella maggior parte dei casi alla base ci sono affetto, orgoglio e il desiderio di condividere la crescita dei propri figli.
Ed è proprio questo a rendere il fenomeno più difficile da affrontare: il rischio nasce spesso da un gesto che non nasce con intenzioni pericolose.
Il caso italiano arrivato davanti al Garante
Non si tratta soltanto di un problema teorico.
Il 29 aprile 2026, il Garante per la protezione dei dati personali ha esaminato un caso concreto di sharenting. Un padre aveva presentato reclamo perché la madre dei suoi figli aveva pubblicato sui social fotografie dei due minori, entrambi infraquattordicenni, senza il suo consenso.
La madre aveva sostenuto che si trattasse di immagini ordinarie, relative a momenti familiari e attività quotidiane, pubblicate con finalità esclusivamente affettive e rivolte a una cerchia ristretta di persone.
Il Garante non ha accolto questa impostazione.
L’Autorità ha stabilito che la pubblicazione delle immagini dei minori era avvenuta senza un’idonea base giuridica e ha disposto il divieto di ulteriore pubblicazione delle fotografie in assenza del consenso di entrambi i genitori, oltre ad ammonire la madre. (Garante Privacy)
Il provvedimento ribadisce un principio importante: anche una fotografia apparentemente innocua e anche un profilo impostato come privato non eliminano il problema della diffusione.
Un’immagine può essere salvata, inoltrata o ricondivisa.
Il nuovo pericolo: l’intelligenza artificiale
Se fino a qualche anno fa il rischio principale era perdere il controllo sulla fotografia, oggi c’è un problema ulteriore: la possibilità di manipolarla.
Nel luglio 2026 la National Crime Agency britannica e l’Internet Watch Foundation hanno lanciato una specifica campagna rivolta a genitori e adulti, avvertendo che immagini ordinarie di bambini pubblicate online possono essere sottratte e manipolate attraverso strumenti di intelligenza artificiale per creare materiale sessualizzato. (Agenzia Nazionale per la Criminalità)
E non si tratta soltanto di un’ipotesi.
L’IWF ha documentato un caso nel quale criminali avevano prelevato dal sito web di una scuola immagini degli alunni e le avevano utilizzate con l’intelligenza artificiale per creare oltre 100 immagini sessuali dei bambini. Successivamente avrebbero tentato di ricattare la scuola minacciando di diffondere il materiale. (Internet Watch Foundation)
È un episodio che non riguarda direttamente un genitore che pubblica una fotografia sul proprio profilo, ma dimostra concretamente quanto possa essere pericolosa la disponibilità online di immagini identificabili di minori.
8.029 immagini generate con l’AI in un solo anno
I numeri dell’IWF fotografano una crescita impressionante.
Nel 2025 l’organizzazione ha individuato 8.029 immagini e video realistici di abuso sessuale di minori generati attraverso l’intelligenza artificiale, il 14% in più rispetto all’anno precedente.
Ancora più significativo il dato relativo ai video: nel 2025 ne sono stati individuati 3.443, contro appena 13 nel 2024. Un incremento superiore a 260 volte. Il 65% di quei video è stato classificato nella categoria più grave prevista dalla normativa britannica. (Internet Watch Foundation)
Questi numeri non significano che le fotografie pubblicate dai genitori vengano automaticamente trasformate in materiale illecito. Sarebbe una conclusione scorretta.
Dimostrano però che la tecnologia ha abbassato drasticamente la soglia necessaria per manipolare un’immagine.
Ed è questa la nuova frontiera dello sharenting.
Anche una foto “innocente” può raccontare troppo
Il volto di un bambino non è l’unica informazione contenuta in una fotografia.
Una divisa può rivelare la scuola. Un panorama può indicare il luogo delle vacanze. Un’insegna può mostrare il quartiere. Una fotografia scattata davanti a un centro sportivo può indicare l’attività praticata e gli orari abituali.
Messe insieme, queste informazioni possono costruire una fotografia molto più dettagliata della vita del minore di quanto il genitore stesso immagini.
E il problema riguarda anche le immagini pubblicate in gruppi apparentemente ristretti.
Nel provvedimento dell’aprile 2026 il Garante ha ricordato che la natura “chiusa” di un profilo non garantisce un controllo assoluto sulla circolazione dei contenuti: chi vede una fotografia può condividerla a sua volta, ampliandone la diffusione. (Garante Privacy)
Il bambino non può ancora scegliere
È questo, forse, il punto centrale della questione.
Un adulto decide oggi di pubblicare una fotografia. Ma quella fotografia appartiene anche alla storia digitale di una persona che, in quel momento, non ha ancora la capacità di decidere quale immagine di sé consegnare al mondo.
Il problema diventa ancora più evidente quando il contenuto riguarda momenti intimi, imbarazzanti o particolarmente personali: malattie, crisi, punizioni, nudità, difficoltà scolastiche, litigi, pianti.
Quello che per un genitore può essere un ricordo divertente, per un adolescente potrebbe diventare una fonte di vergogna.
E ciò che viene cancellato da un profilo non necessariamente scompare dalla rete.
Non è una guerra contro le fotografie dei figli
Lo sharenting non significa che ogni genitore debba smettere di condividere qualsiasi immagine dei propri bambini.
Significa piuttosto ripensare il rapporto tra affetto e pubblicazione.
Prima di premere “condividi”, sarebbe sufficiente fermarsi qualche secondo e chiedersi: chi vedrà questa fotografia? Sto mostrando dove si trova mio figlio? Sto rivelando informazioni sulla sua vita privata? Questa immagine potrebbe metterlo in imbarazzo tra dieci anni? Ho davvero bisogno che questo momento diventi pubblico?
Il Garante italiano ha richiamato più volte proprio questa esigenza di prudenza e, nel 2026, ha ribadito che per la pubblicazione sui social di immagini di minori infraquattordicenni è necessario il consenso di entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale. (Garante Privacy)
La domanda, allora, non è soltanto “Posso pubblicare questa foto?”
È una domanda più difficile:
“Mio figlio, quando sarà abbastanza grande per scegliere, avrebbe voluto che questa fotografia fosse ancora lì?”
Perché un bambino non dovrebbe arrivare all’adolescenza scoprendo che qualcun altro ha già raccontato tutta la sua infanzia al mondo.
E nell’epoca dell’intelligenza artificiale, proteggere quell’infanzia significa anche decidere con molta più attenzione quali immagini non mettere mai in circolazione.










