Aveva 36 anni ed era affetto da diabete mellito di tipo 1. Morì il 7 febbraio 2025 nel carcere di Bellizzi Irpino. L’autopsia parla di uno scompenso glico-metabolico acuto con ipoglicemia severa. I genitori chiedono alla Procura di Avellino di chiarire se la patologia sia stata gestita correttamente.
Da oltre un anno e mezzo aspettano di sapere come sia morto il loro figlio e, soprattutto, se si sarebbe potuto fare qualcosa per salvarlo.
Sono i genitori di Ciro Pettirosso, 36 anni, detenuto nel carcere di Bellizzi Irpino e affetto da diabete mellito di tipo 1, morto il 7 febbraio 2025 all’interno della struttura penitenziaria. A distanza di tempo, la famiglia chiede ancora risposte e si rivolge alla Procura di Avellino perché vengano chiarite tutte le circostanze del decesso.
L’esito dell’autopsia
Secondo quanto emerge dall’autopsia, Ciro sarebbe morto per una insufficienza cardio-respiratoria acuta e terminale, provocata da uno scompenso glico-metabolico acuto con ipoglicemia severa, in un soggetto affetto da diabete mellito di tipo 1 cronicamente scompensato.
Proprio questi elementi, secondo la famiglia, rendono necessario verificare come la malattia sia stata gestita durante la detenzione.
Non si tratta, dunque, soltanto di stabilire la causa del decesso, già indicata dagli accertamenti autoptici, ma di capire se Ciro abbia ricevuto tutte le cure e gli strumenti necessari per controllare una patologia che richiede una gestione quotidiana e puntuale.
Il nodo degli aghi per l’insulina
Tra gli aspetti che i familiari chiedono di approfondire c’è anche la disponibilità degli aghi utilizzati per la somministrazione dell’insulina.
Secondo quanto denunciato dalla famiglia, gli aghi non erano formalmente vietati all’interno del carcere, ma l’iter necessario per renderli disponibili attraverso il personale sanitario sarebbe stato particolarmente complesso e farraginoso.
Per i genitori di Ciro occorre quindi accertare se questa procedura abbia concretamente garantito al 36enne la disponibilità degli strumenti più appropriati per la terapia e quali dispositivi siano stati effettivamente utilizzati dagli operatori sanitari.
Sono interrogativi che la famiglia considera fondamentali per ricostruire le ultime ore di vita di Ciro.
Il THC trovato nel corpo
C’è poi un altro elemento che i genitori chiedono di chiarire: la presenza di THC, il principale componente psicoattivo della cannabis, rilevata nel corpo del 36enne.
La domanda della famiglia è duplice: se Ciro avesse assunto marijuana, occorre capire in quali circostanze e, soprattutto, come una sostanza del genere sia potuta arrivare all’interno del carcere.
La vicenda era già arrivata in Parlamento. Nel giugno 2025 il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva risposto a un’interrogazione parlamentare spiegando che, all’epoca, le cause della morte erano ancora in corso di accertamento.
«Se una persona muore sotto la custodia dello Stato, ogni dubbio deve essere chiarito»
La famiglia Pettirosso è assistita dagli avvocati Amedeo Di Pietro e Vittorio Guadalupi, che chiedono agli inquirenti di verificare se eventuali criticità nella gestione della terapia possano avere avuto un ruolo nel decesso.
Il punto, per i genitori, non è soltanto conoscere la diagnosi che ha preceduto la morte. Vogliono sapere se Ciro sia stato curato adeguatamente e se, durante la sua permanenza in carcere, sia stato fatto tutto il possibile per proteggerlo.
Un interrogativo che assume un peso ancora maggiore perché Ciro era affidato alla custodia dello Stato.
La famiglia aspetta risposte dal 2025. E mentre il tempo passa, resta una domanda alla quale chiede venga data una risposta definitiva: Ciro Pettirosso poteva essere salvato?
Per ora, sono gli interrogativi a sopravvivere alla sua morte e sono proprio quelli che i suoi genitori chiedono di non lasciare senza risposta.










