Boscoreale, il Questore di Napoli blocca la cerimonia pubblica per il 71enne ritenuto dagli inquirenti ai vertici dell’omonimo gruppo criminale. Il Prefetto Di Bari: «La morte non può diventare occasione di celebrazione»
Niente funerale pubblico per Franchino Pesacane, 71 anni, ritenuto dagli inquirenti uno degli esponenti di vertice della criminalità organizzata dell’area vesuviana. Le esequie, inizialmente previste per la mattina di lunedì 17 agosto nella Parrocchia dell’Immacolata Concezione di Boscoreale, si sono svolte in forma privata dopo il provvedimento adottato dal Questore di Napoli, Maurizio Agricola.
La decisione è arrivata nella serata di domenica, dopo che nelle ore precedenti Libera Campania aveva espresso «grande sgomento» per l’annunciata celebrazione pubblica, chiedendo alle istituzioni di intervenire. L’associazione aveva sottolineato la necessità di distinguere il legittimo dolore dei familiari da una possibile celebrazione pubblica di una figura ritenuta legata alla criminalità organizzata.
Pesacane è morto nei giorni scorsi nella sua abitazione alle falde del Vesuvio, dopo una lunga malattia. Secondo quanto riportato dalle cronache, stava scontando ai domiciliari una condanna. Il suo nome era tornato al centro dell’attenzione investigativa anche nell’ottobre 2023, quando un blitz dei carabinieri contro i gruppi Pesacane e Gallo-Limelli-Vangone portò all’esecuzione di 21 misure cautelari.
Il provvedimento del Questore
A spiegare le ragioni della decisione è stato il prefetto di Napoli, Michele di Bari, che ha definito «pienamente condivisibile» il provvedimento adottato dal Questore.
Il punto, ha chiarito il Prefetto, non riguarda soltanto la gestione dell’ordine pubblico durante una cerimonia. L’Autorità deve valutare anche il possibile significato che una manifestazione pubblica può assumere quando riguarda una persona storicamente riconducibile a contesti criminali radicati sul territorio.
Il rischio, dunque, è che un funerale possa trasformarsi da momento privato di dolore a occasione di aggregazione, esposizione o persino legittimazione sociale.
Una distinzione che il prefetto ha voluto ribadire con chiarezza: da una parte c’è il diritto dei familiari a piangere il proprio congiunto e a garantirgli una sepoltura dignitosa; dall’altra c’è la necessità di impedire che il rito possa diventare una celebrazione pubblica di una figura associata alla criminalità.
La protesta di Libera
La vicenda era esplosa pubblicamente domenica, quando Libera Campania aveva preso posizione sui funerali programmati a Boscoreale.
L’associazione aveva ricordato che i clan dell’area vesuviana non rappresentano soltanto una storia di illegalità, ma sono stati protagonisti di «affari, atrocità e violenze» che hanno prodotto conseguenze anche sulla vita di persone innocenti.
Il messaggio lanciato da Libera era quindi rivolto alle istituzioni affinché venissero adottate le misure previste dalla legge per evitare che un rito religioso potesse assumere un significato diverso da quello legato al lutto familiare.
Il confine tra dolore e celebrazione
La decisione riapre una questione delicata, soprattutto nei territori dove la presenza dei clan ha lasciato segni profondi: fino a che punto un funerale può essere considerato un fatto esclusivamente privato quando riguarda una persona ritenuta ai vertici di un’organizzazione criminale?
Il provvedimento del Questore prova a tracciare una linea precisa. Il dolore dei familiari resta intoccabile. Quello che viene impedito è invece l’utilizzo dello spazio pubblico per una possibile manifestazione di consenso, appartenenza o potere.
È la stessa distinzione richiamata dal Prefetto Di Bari: lo Stato tutela il lutto privato, ma non può consentire che la morte diventi un’occasione di celebrazione pubblica di chi, secondo le autorità, ha avuto un ruolo in contesti criminali.
A Boscoreale, dunque, l’ultimo saluto a Franchino Pesacane non è diventato una manifestazione pubblica. Il rito si è svolto in forma privata, mentre sul territorio resta aperta una questione che va oltre un singolo funerale: quella del confine tra il diritto al lutto e il rischio che un simbolo della criminalità possa trasformarsi, anche dopo la morte, in un simbolo di potere.








