Dopo oltre un anno di attesa, arriva dal Tribunale di Torre Annunziata una decisione destinata a riaccendere il dibattito sul fine vita in Italia. Il giudice ha accolto il ricorso d’urgenza presentato da una donna affetta da sclerosi laterale amiotrofica (Sla), riconosciuta in possesso dei requisiti previsti per accedere al suicidio medicalmente assistito, e ha ordinato alle aziende sanitarie coinvolte di completare gli adempimenti necessari.
La decisione, resa nota il 13 agosto, arriva dopo un’udienza nella quale la donna ha confermato direttamente al giudice la propria volontà. Collegata da remoto e impossibilitata a comunicare verbalmente a causa della malattia, ha utilizzato un puntatore oculare, l’unico strumento che le consente di comunicare.
La paziente, indicata con il nome di fantasia Irene per tutelarne la privacy, aveva chiesto al tribunale di non essere sottoposta a ulteriori attese. Una richiesta che il giudice ha ritenuto meritevole di tutela alla luce della gravità e della progressione irreversibile della patologia.
Una richiesta rimasta ferma per mesi
La vicenda nasce da una richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito presentata dalla donna oltre un anno fa.
Secondo quanto riferito dall’Associazione Luca Coscioni, la paziente aveva già ottenuto il riconoscimento dei requisiti necessari per accedere alla procedura. Il problema, però, era rappresentato dagli ulteriori passaggi amministrativi e sanitari necessari per rendere effettivo quel diritto.
Il tempo, in una situazione clinica caratterizzata dalla progressione irreversibile della Sla, è diventato quindi un elemento centrale della vicenda.
La donna ha deciso così di rivolgersi alla magistratura chiedendo un intervento urgente.
Il giudice: il trascorrere del tempo può compromettere il diritto
È proprio questo uno dei passaggi più significativi dell’ordinanza.
Il tribunale ha riconosciuto che l’assenza di tempi certi e il protrarsi dell’attesa possono compromettere concretamente l’esercizio del diritto della paziente, considerando la gravità e l’irreversibilità della sua condizione.
Il provvedimento non si limita quindi a riconoscere astrattamente la posizione della donna, ma impone alle strutture sanitarie coinvolte di procedere con gli adempimenti necessari, stabilendo anche tempi precisi.
È questo l’aspetto che rende particolarmente rilevante la decisione di Torre Annunziata: il tema non riguarda soltanto la possibilità di accedere al suicidio medicalmente assistito, ma anche il diritto a ottenere una risposta in tempi compatibili con l’evoluzione della propria malattia.
Cosa prevede il quadro giuridico italiano
Il suicidio medicalmente assistito in Italia non è previsto come un diritto generalizzato per chiunque lo richieda.
La possibilità di accedere alla procedura deriva dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, a partire dalla sentenza n. 242 del 2019, intervenuta sul caso di Marco Cappato e Fabiano Antoniani, noto come Dj Fabo.
Nel corso degli anni la Consulta ha progressivamente precisato le condizioni entro le quali l’aiuto al suicidio non è punibile.
Tra gli elementi da verificare rientrano, in particolare, la presenza di una patologia irreversibile, la capacità della persona di assumere decisioni libere e consapevoli, la presenza di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili e la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, secondo i criteri definiti dalla giurisprudenza costituzionale.
Nel 2024 la Corte costituzionale ha inoltre ampliato l’interpretazione del requisito relativo ai trattamenti di sostegno vitale.
Per questo, nel caso di Torre Annunziata, un punto essenziale è che la paziente era già stata riconosciuta in possesso dei requisiti necessari: il contenzioso riguardava soprattutto la mancata conclusione della procedura nei tempi richiesti.
La battaglia contro il tempo
Dietro il linguaggio tecnico dell’ordinanza c’è una vicenda umana segnata dalla progressione della malattia.
La Sla è una patologia neurodegenerativa che compromette progressivamente la capacità di muoversi, parlare, deglutire e respirare, lasciando intatte le capacità cognitive.
Nel caso di “Irene”, la malattia ha raggiunto un livello tale da impedirle di parlare. Per comunicare con i propri interlocutori utilizza il movimento degli occhi attraverso un puntatore.
Ed è proprio attraverso quel dispositivo che, davanti al giudice, ha ribadito la propria volontà.
Non una decisione affidata a familiari o intermediari, dunque, ma una volontà espressa direttamente dalla paziente nel corso dell’udienza.
Il ruolo delle aziende sanitarie
L’ordinanza del Tribunale di Torre Annunziata coinvolge le strutture sanitarie chiamate a completare gli adempimenti previsti dalla procedura.
Il giudice ha ordinato di procedere entro tempi definiti, superando quella che la ricorrente aveva denunciato come una situazione di stallo.
La decisione arriva quindi in un punto particolarmente delicato: da un lato c’è una paziente che ha già ottenuto il riconoscimento delle condizioni previste; dall’altro ci sono una serie di passaggi sanitari e amministrativi che devono essere completati prima che la procedura possa concretamente essere resa possibile.
L’ordinanza interviene proprio su questo secondo livello.
La posizione dell’Associazione Luca Coscioni
A rendere pubblica la decisione è stata l’Associazione Luca Coscioni, attraverso l’avvocata Filomena Gallo, che assiste la donna.
L’associazione ha sottolineato come il provvedimento rappresenti un passaggio importante perché il tribunale ha riconosciuto che il tempo non può trasformarsi in un ostacolo all’esercizio di un diritto già accertato.
La vicenda si inserisce così in una più ampia serie di casi giudiziari che negli ultimi anni hanno evidenziato l’assenza di una disciplina legislativa organica sul fine vita.
Un tema ancora senza una legge nazionale
Il caso di Torre Annunziata riporta inevitabilmente al centro anche il vuoto legislativo sul suicidio medicalmente assistito.
In assenza di una legge nazionale organica, molte situazioni concrete sono state affrontate attraverso le pronunce della Corte costituzionale e dei tribunali, con conseguenti differenze nelle procedure e nei tempi di risposta.
È proprio questo uno degli aspetti evidenziati anche nel dibattito politico campano dopo l’ordinanza.
Il consigliere regionale Marco Villano, primo firmatario di una proposta di legge regionale sul fine vita, ha parlato della necessità di garantire “dignità, libertà di scelta e tempi certi”, sottolineando come l’assenza di regole possa trasformarsi in un’ulteriore sofferenza per chi vive condizioni di malattia irreversibile.
Una decisione che non riguarda soltanto una donna
L’ordinanza di Torre Annunziata va oltre il singolo caso.
La questione centrale è infatti cosa accade quando una persona ha già ottenuto il riconoscimento delle condizioni previste dalla giurisprudenza e, nonostante questo, la procedura rimane ferma.
Quanto può durare l’attesa?
Chi deve stabilire i tempi?
E soprattutto: può il trascorrere del tempo finire per rendere inutilizzabile un diritto che, in determinate condizioni, l’ordinamento riconosce?
Il giudice di Torre Annunziata ha dato una risposta precisa sul caso esaminato: l’assenza di tempi certi, considerata la progressione irreversibile della malattia, può compromettere l’effettivo esercizio del diritto della paziente.
Per “Irene”, dopo oltre un anno di attesa, arriva così un provvedimento che impone alle strutture sanitarie di andare avanti.
Una decisione che riapre una discussione destinata a restare al centro del dibattito pubblico: quello sul diritto all’autodeterminazione, sulla dignità della persona malata e sulla necessità di trasformare una materia così delicata da terreno di contesa giudiziaria a questione regolata da norme chiare e tempi certi.











