La donna, 72 anni, è affetta da Sla e ha già ottenuto il riconoscimento dei requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito. Dopo mesi di attese e ostacoli tecnici, il Tribunale di Torre Annunziata dispone la realizzazione di un sistema autonomo sul modello di quello già utilizzato in Toscana. Irene: «Non ho deciso una data, ma voglio essere certa di poter decidere liberamente».
Una scelta che deve poter essere esercitata senza dipendere dai ritardi burocratici, dalla disponibilità di una strumentazione utilizzata da un’altra paziente o dall’incertezza sui tempi della sanità pubblica. È questo il nodo al centro della vicenda di Irene, nome di fantasia scelto per tutelarne la privacy, 72 anni, affetta da sclerosi laterale amiotrofica (Sla), che da mesi attende di poter disporre di un sistema tecnologico adeguato per l’eventuale accesso al suicidio medicalmente assistito.
Il 9 ottobre 2026, il Tribunale di Torre Annunziata ha segnato un nuovo passaggio nella vicenda, ordinando all’Asl Napoli 3 Sud di predisporre una propria strumentazione per consentire alla donna di attivare autonomamente il dispositivo attraverso un comando oculare.
Una decisione che punta a superare gli ostacoli tecnici e organizzativi incontrati finora e a garantire che Irene possa scegliere se e quando procedere, senza che la disponibilità materiale del macchinario diventi un limite alla sua autodeterminazione.
La questione, infatti, non riguarda soltanto il riconoscimento formale di un diritto, ma la possibilità concreta di esercitarlo. Per una persona completamente paralizzata, che non può azionare manualmente una pompa infusionale, la tecnologia necessaria all’autosomministrazione rappresenta una condizione essenziale.
La richiesta, il riconoscimento dei requisiti e i ritardi della procedura
La vicenda si inserisce nel percorso giudiziario e sanitario avviato da Irene per accedere al suicidio medicalmente assistito. La donna ha già ottenuto il riconoscimento dei requisiti previsti per accedere alla procedura. Restava, tuttavia, da individuare e rendere concretamente disponibile una soluzione tecnica compatibile con le sue condizioni fisiche.
La progressione della Sla ha determinato una paralisi completa, impedendole di utilizzare le mani per azionare autonomamente il dispositivo necessario. Da qui l’esigenza di individuare un sistema capace di tradurre un comando volontario impartito attraverso gli occhi in un’attivazione della pompa infusionale.
Con l’aiuto della figlia, Irene si è rivolta all’Associazione Luca Coscioni. Nel gennaio 2026, assistita dal collegio legale coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, ha diffidato l’Asl Napoli 3 Sud, chiedendo di completare con urgenza la procedura, trasmettere la relazione finale e il parere del comitato etico e predisporre gli adempimenti necessari alla sua concreta attuazione.
L’azienda sanitaria aveva comunicato di aver avviato le procedure per individuare una soluzione tecnica idonea. Nonostante le interlocuzioni con gli altri soggetti coinvolti, però, per mesi non sono stati definiti tempi certi per mettere il dispositivo a disposizione della donna.
Secondo la ricostruzione della difesa, sono trascorsi quattordici mesi dalla richiesta di Irene e otto dal riconoscimento dei requisiti senza che la strumentazione necessaria fosse stabilmente disponibile. Nel frattempo, la malattia ha continuato a progredire e anche l’utilizzo del puntatore oculare è diventato più faticoso.
Il precedente toscano: il sistema utilizzato da Libera
La soluzione individuata si basa su una tecnologia già sperimentata in Toscana. Si tratta del sistema utilizzato da Libera, nome di fantasia di una donna di 55 anni completamente paralizzata a causa della sclerosi multipla, che nel marzo 2026 aveva utilizzato un dispositivo integrato per l’autosomministrazione.
Il sistema mette in comunicazione un puntatore oculare con una pompa infusionale attraverso un software sviluppato con il contributo tecnico del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR).
Il puntatore consente di riconoscere i movimenti volontari degli occhi e di tradurli in comandi diretti al sistema. Il software costituisce quindi il collegamento tra l’interfaccia utilizzata dalla persona e il dispositivo medico.
Alla realizzazione della componente tecnologica hanno contribuito gli ingegneri Francesco La Gala ed Emilio Fortunato Campana, rispettivamente coinvolti nello sviluppo software e nella direzione e revisione del progetto.
Per Irene non si tratta, dunque, di inventare una nuova tecnologia o avviare una sperimentazione da zero. L’obiettivo è riprodurre un sistema già esistente, installarlo e adattarlo alle sue specifiche capacità visive e comunicative, verificando che il comando volontario venga riconosciuto correttamente.
La difesa ha quindi sollecitato l’Asl Napoli 3 Sud ad attivare con urgenza le interlocuzioni con l’Azienda Usl Toscana Nord Ovest, presso cui si trovava la strumentazione già utilizzata da Libera, e con i tecnici che avevano contribuito a realizzarla.
La prova del 14 settembre e la necessità di un dispositivo autonomo
Dopo mesi di contatti tra aziende sanitarie, tecnici e legali, il dispositivo toscano è stato trasferito temporaneamente presso l’abitazione di Irene.
Il 14 settembre 2026 la donna ha potuto provarlo, verificando di riuscire a gestire autonomamente la procedura attraverso il puntatore oculare. Un passaggio importante, anche sul piano personale: la prova le ha consentito di verificare il funzionamento del sistema e di sentirsi rassicurata sulla possibilità concreta di esercitare la propria scelta.
La disponibilità della strumentazione, tuttavia, era soltanto temporanea. L’Azienda Usl Toscana Nord Ovest aveva infatti necessità di rientrare in possesso del dispositivo per metterlo a disposizione di altre persone assistite.
Affidare la possibilità di scelta di Irene a un macchinario destinato a essere restituito avrebbe lasciato aperto il problema principale: come garantire continuità e certezza della disponibilità, senza costringere la donna a dipendere dalle esigenze organizzative di un’altra azienda sanitaria.
Da qui la proposta di predisporre un sistema autonomo presso l’Asl Napoli 3 Sud, replicando quello già verificato in Toscana.
Le udienze di settembre e ottobre: la soluzione tecnica prende forma
In vista dell’udienza del 24 settembre, la difesa ha rappresentato al Tribunale la possibilità di realizzare una strumentazione autonoma per l’azienda sanitaria campana.
Il 30 settembre, i quattro ausiliari nominati dal giudice hanno depositato una nota congiunta nella quale sono state indicate le operazioni necessarie. La soluzione prevede l’acquisto della pompa infusionale e degli accessori da parte dell’Asl Napoli 3 Sud, la disponibilità in donazione di un dispositivo di puntamento oculare identico a quello già utilizzato, l’installazione dei programmi necessari e il successivo collaudo.
Il 1° ottobre, nel corso dell’udienza, Irene ha confermato di non voler procedere prima di gennaio 2027. Ha però chiesto che restassero ferme le tutele già ottenute e che il Tribunale continuasse a verificare l’attuazione delle misure necessarie.
Il differimento non rappresenta una rinuncia alla procedura. La donna vuole poter trascorrere ancora del tempo con il marito e la figlia, senza che questa decisione personale si traduca nel rischio di perdere la possibilità di scegliere in futuro.
Le parti hanno quindi condiviso la soluzione tecnica proposta dagli ausiliari, chiedendo al giudice di disciplinarne l’attuazione.
L’ordinanza del 9 ottobre: l’Asl dovrà predisporre il sistema
Con il provvedimento del 9 ottobre, il Tribunale di Torre Annunziata ha ordinato all’Asl Napoli 3 Sud di dotarsi di un proprio sistema per l’autosomministrazione mediante comando oculare.
L’ordinanza dispone che siano completate le attività necessarie a rendere il dispositivo concretamente utilizzabile, attraverso l’installazione e la configurazione dei componenti hardware e software, la calibrazione del puntatore oculare sulle capacità della donna e le prove funzionali indispensabili.
Il giudice ha nominato, ai sensi dell’articolo 68 del codice di procedura civile, gli ingegneri Emilio Fortunato Campana, Francesco La Gala, Filippo Borghi e Giulio Vaccari quali ausiliari, affidando loro il compito di verificare l’integrità della configurazione tecnologica esistente, riattivare e installare il sistema, effettuare le verifiche necessarie e fornire le eventuali istruzioni operative al personale sanitario.
Il provvedimento non richiede la progettazione di un nuovo dispositivo né l’avvio di una nuova sperimentazione. Si tratta di rendere disponibile e funzionante, per Irene, una soluzione tecnologica già esistente e verificata.
L’Asl dovrà inoltre completare e comunicare alla donna, entro tre giorni lavorativi dalla prova funzionale, la relazione conclusiva contenente gli elementi necessari alla procedura, comprese le indicazioni sul farmaco individuato, sul protocollo, sulle modalità di preparazione e autosomministrazione, sulle cautele sanitarie, sulle figure professionali coinvolte e sul piano operativo.
La finalità è trasformare una possibilità riconosciuta sul piano giuridico in una concreta disponibilità, evitando che ulteriori ostacoli tecnici o amministrativi prolunghino l’attesa.
Gli ostacoli amministrativi e il ruolo dei tecnici del CNR
Il percorso verso la realizzazione del sistema è stato rallentato anche da difficoltà amministrative legate agli incarichi dei tecnici coinvolti.
Per gli ingegneri Campana e La Gala, entrambi dipendenti del CNR, sono emersi problemi connessi agli adempimenti interni dell’Ente attraverso la piattaforma informatica SIPER.
Campana aveva informato il Tribunale già il 14 agosto 2026 delle difficoltà incontrate nel completare la procedura, precisando anche di non ricoprire più l’incarico di direttore del dipartimento DIITET indicato nell’ordinanza. Il 17 agosto aveva poi chiesto una proroga per sé e per La Gala, dopo ripetuti tentativi di completare gli adempimenti.
La difesa di Irene aveva sollecitato un intervento urgente, affinché le questioni amministrative non finissero per ritardare ulteriormente l’esecuzione delle disposizioni giudiziarie e, allo stesso tempo, fosse consentito ai tecnici di assumere regolarmente l’incarico.
Il 18 agosto il Tribunale aveva accolto la richiesta di proroga. Una vicenda che evidenzia come, in un percorso tanto delicato, anche procedure interne e adempimenti informatici possano incidere sui tempi di attuazione di una decisione che riguarda direttamente l’autodeterminazione di una persona.
La posizione di Irene: «Non ho deciso una data»
Nel corso dell’ultima udienza, Irene ha ribadito di non aver cambiato idea rispetto alla volontà di accedere al suicidio medicalmente assistito. La prova del puntatore oculare le ha restituito una certezza concreta sulla possibilità di gestire autonomamente la procedura, ma non ha comportato la decisione di procedere immediatamente.
«Io non ho cambiato idea rispetto al fatto di voler morire mediante il suicidio medicalmente assistito. Quando ho provato il puntatore oculare che mi aiuterà a farlo e ho visto che riuscivo tranquillamente a mandare avanti la procedura mi sono sentita rassicurata», ha dichiarato.
E ancora: «A questo punto ho deciso di morire scegliendo liberamente il quando, ma non ho ancora stabilito una data precisa».
La donna ha spiegato di voler trascorrere ancora del tempo con i suoi familiari, in particolare con il marito e la figlia. «Anche se la sofferenza è intollerabile devo resistere perché voglio andarmene sapendo che mia figlia e mio marito stanno bene, perciò ho bisogno di trascorrere ancora altro tempo insieme a loro».
Poi la precisazione che racchiude il significato della battaglia giudiziaria: «Non ho deciso una data ma voglio essere certa di poter decidere liberamente, non perché non potrò più usare il macchinario che ora è disponibile».
Non è quindi la disponibilità immediata del dispositivo a determinare la scelta di Irene, ma la certezza di poterlo utilizzare quando riterrà di farlo. La possibilità di attendere deve rimanere una decisione personale, non una conseguenza imposta dall’incertezza organizzativa.
Il dispositivo toscano e la scadenza di gennaio 2027
La predisposizione di un sistema autonomo in Campania dovrà consentire di restituire la strumentazione toscana, lasciandola disponibile per altre persone che ne abbiano necessità.
Secondo quanto riferito dalla difesa, resta inoltre da precisare la disponibilità del dispositivo toscano oltre gennaio 2027, qualora il sistema campano non sia ancora pronto o non abbia superato positivamente le verifiche funzionali.
La tutela richiesta è chiara: evitare che un ritardo nella realizzazione o nel collaudo del nuovo sistema possa privare Irene della possibilità di esercitare la scelta già riconosciuta.
Il percorso prosegue quindi su due fronti: da una parte, la predisposizione e la verifica della strumentazione autonoma da parte dell’Asl Napoli 3 Sud; dall’altra, la necessità di assicurare una soluzione transitoria che impedisca ulteriori interruzioni nella disponibilità del dispositivo.
Il diritto di scegliere deve essere effettivo
La vicenda di Irene riporta al centro una questione che non può essere ridotta a un confronto astratto sul fine vita. Qui il riconoscimento dei requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito si confronta con un problema concreto: la possibilità per una persona completamente paralizzata di esercitare autonomamente la propria scelta.
Il dispositivo con comando oculare rappresenta una condizione tecnica indispensabile, ma la sua disponibilità è rimasta per mesi legata a interlocuzioni tra enti, adempimenti amministrativi e necessità organizzative. Un’attesa che, in presenza di una patologia progressiva, assume un peso particolare.
L’ordinanza del 9 ottobre interviene proprio su questo punto, imponendo all’azienda sanitaria di predisporre una soluzione autonoma e verificabile. Non stabilisce quando Irene debba morire e non trasforma la disponibilità del macchinario in un obbligo a utilizzarlo. Al contrario, mira a garantire che la donna non sia privata della possibilità di decidere a causa di ostacoli estranei alla sua volontà.
È questa la distinzione essenziale: predisporre il dispositivo significa garantire una possibilità, non imporre una decisione.
Irene vuole poter attendere, restare ancora accanto alla sua famiglia e scegliere personalmente quando, e se, utilizzare la strumentazione. Perché la libertà di decidere non consiste soltanto nel poter dire sì o no, ma anche nel non essere costretti a rinunciare a una scelta per mancanza degli strumenti necessari.
«Non ho deciso una data ma voglio essere certa di poter decidere liberamente». È questo, oggi, il punto centrale della battaglia di Irene.











