Aveva appena tre anni quando è scomparsa durante una gita con la famiglia. Da quel giorno il suo volto è entrato nella memoria collettiva. Ricerche, segnalazioni, piste internazionali, falsi contatti e test del Dna hanno accompagnato una delle più dolorose vicende di cronaca italiana. Nel 2025 il gip ha disposto nuove indagini sulla pista turca.
10 agosto 1996. Monte Faito. Una giornata d’estate, una gita in famiglia, un gruppo di persone riunite per trascorrere qualche ora insieme. Poi, improvvisamente, sparisce una bambina.
Angela Celentano aveva tre anni. Da quel momento, il tempo per la sua famiglia si è fermato.
Sono trascorsi trent’anni dalla sua scomparsa e ancora oggi non esiste una risposta definitiva su cosa sia accaduto alla bambina quel giorno.
L’ultima mattina sul Monte Faito
Angela si trovava sul Monte Faito, nel territorio di Vico Equense, insieme ai genitori Catello Celentano e Maria Staiano, alle sorelle e a un gruppo di circa quaranta persone appartenenti alla comunità evangelica per una giornata all’aperto.
Intorno alle 13, i familiari si accorsero che Angela non era più con loro. La bambina era sparita.
Secondo una ricostruzione riportata negli anni, un bambino di 11 anni, Renato, raccontò di aver visto Angela lungo un sentiero mentre si dirigeva verso un’auto per recuperare un pallone. La bambina avrebbe cercato di seguirlo, ma lui le avrebbe detto di tornare dai genitori.
Quella testimonianza sarebbe diventata uno degli ultimi elementi conosciuti sulle ore precedenti alla scomparsa.
Subito partirono le ricerche. Per giorni il Monte Faito venne setacciato da forze dell’ordine e volontari: unità cinofile, elicotteri, speleologi e rocciatori cercarono ogni possibile traccia della bambina. Un cane addestrato avrebbe seguito più volte un percorso fino all’incrocio di due sentieri. Di Angela, però, nessuna traccia.
Una bambina inghiottita nel nulla
La scomparsa di Angela diede origine a una delle più imponenti e complesse vicende investigative legate a una persona scomparsa in Italia.
Negli anni vennero battute numerose piste. Ci furono segnalazioni di avvistamenti, ipotesi di rapimento, possibili trasferimenti all’estero e testimonianze che sembravano aprire improvvisamente uno spiraglio. Ogni volta, però, la speranza della famiglia si scontrò con l’assenza di riscontri.
Nel 1997, ad esempio, un episodio alimentò per qualche ora l’illusione di una svolta: i carabinieri fermarono ad Arzano due persone di etnia rom insieme a una bambina. Il padre di Angela si precipitò in caserma per verificare se quella bambina fosse sua figlia. Non lo era.
Poi arrivarono altre segnalazioni e altre delusioni.
La pista messicana e il falso nome Celeste Ruiz
Una delle vicende più clamorose esplose nel 2010, quando una persona contattò la famiglia sostenendo di essere Angela e affermando di vivere in Messico con il nome di Celeste Ruiz.
La ragazza diceva di essersi riconosciuta nelle fotografie della bambina scomparsa e sosteneva di essere stata affidata a un’altra famiglia. Per i Celentano fu un nuovo dolore trasformato, almeno inizialmente, in una possibilità concreta.
Le indagini portarono però alla scoperta di una verità diversa.
Nel 2017 emerse che la fotografia utilizzata nei contatti con la famiglia apparteneva in realtà a una psicologa messicana residente in Francia, estranea alla vicenda. La donna dichiarò di non essere Celeste Ruiz e il test del Dna confermò che non era Angela.
La fotografia era stata utilizzata da qualcuno per costruire una falsa identità e alimentare una speranza che, per la famiglia, si trasformò nell’ennesima ferita.
Il Dna e le piste internazionali
Nel corso degli anni le ricerche hanno oltrepassato i confini italiani.
Nel 2023 una nuova pista aveva portato l’attenzione su una giovane donna sudamericana di 31 anni, ritenuta particolarmente somigliante ad Angela e della quale era stata segnalata anche una voglia sulla schiena, elemento ricordato dai genitori della bambina.
Anche in quel caso fu il Dna a dare una risposta.
Il confronto genetico risultò negativo: la giovane non era Angela Celentano. Un’altra speranza spezzata.
La pista turca
Tra le ipotesi che hanno resistito più a lungo c’è quella che porta in Turchia.
La pista nasce nel 2009, quando la blogger Vincenza Trentinella riferì di aver ricevuto informazioni provenienti da un sacerdote. Secondo il racconto, una donna avrebbe confidato che Angela si trovava in Turchia e sarebbe stata adottata da una famiglia del posto.
Negli anni successivi vennero raccolti ulteriori elementi, compresi riferimenti a una ragazza che viveva sull’isola di Buyukada, vicino a Istanbul, e a un uomo indicato come il possibile padre.
La Procura di Napoli sollecitò più volte le autorità turche per ottenere riscontri. Gli accertamenti, però, non produssero risultati considerati sufficienti, eppure la pista non è stata definitivamente abbandonata.
Nel 2025 il gip ordina nuove indagini
La vicenda ha conosciuto un nuovo capitolo nel giugno 2025.
La Procura di Napoli aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine sulla pista turca, ritenendo insufficienti i riscontri raccolti e non significativa la corrispondenza tra i tratti della ragazza immortalata nelle immagini e quelli attribuibili ad Angela.
Il gip Federica Colucci, però, ha respinto la richiesta e disposto ulteriori accertamenti.
Tra questi figura anche un possibile esame del Dna sulla ragazza indicata dalla pista turca, oltre all’audizione di alcuni presunti testimoni e ad approfondimenti su utenze telefoniche e identità delle persone coinvolte nella vicenda.
Una decisione che ha riacceso, ancora una volta, la speranza della famiglia, una possibilità di arrivare a una risposta.
Trent’anni senza Angela
Oggi Angela avrebbe 33 anni. Non è più la bambina sorridente delle fotografie utilizzate per cercarla, ma una donna che la sua famiglia non ha mai smesso di immaginare, cercare e aspettare.
La sua storia è stata attraversata da segnalazioni vere o infondate, piste investigative, testimonianze, fotografie, ricostruzioni dell’aspetto che potrebbe avere oggi e analisi genetiche, ma Angela non è stata ritrovata e nessuno è mai riuscito a spiegare con certezza cosa le sia accaduto quel 10 agosto del 1996.
La famiglia non ha mai smesso di cercarla. E le nuove indagini sulla pista turca dimostrano che, a distanza di decenni, quel caso non può ancora essere considerato una storia definitivamente chiusa.











