La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la gestione di un caso di violenza domestica e sessuale, censurando non solo i ritardi e le carenze dell’indagine, ma anche il contenuto della richiesta di archiviazione firmata da una pubblico ministero della Procura di Benevento, ritenuto intriso di stereotipi sessisti e lesivo della dignità della vittima.
Al centro della vicenda c’è Audrey Ubeda, cittadina francese residente in Campania, che nel 2021 denunciò l’allora compagno per maltrattamenti, violenza domestica e violenza sessuale. La donna, insieme ai due figli, fu costretta a vivere per oltre tre anni in una casa protetta, mentre il procedimento giudiziario seguiva un percorso travagliato.
Le frasi contestate dalla Corte
A suscitare la dura reazione dei giudici di Strasburgo sono state alcune affermazioni contenute nella richiesta di archiviazione presentata all’epoca dalla pm.
Tra i passaggi censurati figura la frase secondo cui sarebbe «comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna tende a opporre» quando il partner cerca un rapporto sessuale. In un altro episodio denunciato dalla donna, nel quale l’uomo avrebbe puntato un coltello alla sua gola, il gesto veniva descritto come uno «scherzo di cattivo gusto».
Per la Corte europea queste espressioni riflettono una «cultura sessista e stereotipata» e contribuiscono a normalizzare la violenza domestica, esponendo la vittima a una forma di vittimizzazione secondaria, cioè a un ulteriore trauma provocato proprio dalle istituzioni chiamate a proteggerla.
La condanna dell’Italia
Secondo i giudici di Strasburgo, le autorità italiane non hanno garantito un’indagine sufficientemente tempestiva, approfondita ed efficace, come richiesto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La sentenza evidenzia anche come le istituzioni non abbiano saputo cogliere le dinamiche tipiche della violenza domestica e abbiano adottato misure che hanno finito per gravare soprattutto sulla vittima e sui figli, costretti a una lunga permanenza in una struttura protetta. Per questo la Corte ha condannato lo Stato italiano al risarcimento dei danni nei confronti di Audrey Ubeda e dei suoi figli.
Audrey: «Una vittoria per tutte le donne»
Dopo la sentenza, Audrey Ubeda ha parlato di una decisione destinata ad andare oltre la sua vicenda personale.
«Per me è una rivincita», ha dichiarato, spiegando che il pronunciamento della Corte rappresenta «una vittoria per tutte le donne» e che nessuna vittima dovrebbe più trovarsi davanti a parole del genere scritte da un magistrato.
Nel frattempo, il procedimento penale nei confronti dell’ex compagno ha avuto un diverso sviluppo: dopo il rigetto della richiesta di archiviazione da parte del giudice, il processo è proseguito e l’uomo è stato condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi di reclusione.
La pronuncia della Corte di Strasburgo rappresenta ora un importante richiamo per il sistema giudiziario italiano: nelle indagini e nei procedimenti per violenza di genere, sottolineano i giudici europei, non può esserci spazio per stereotipi culturali o valutazioni che rischino di minimizzare le denunce delle vittime.










