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Omicidio “mamma coraggio”, svolta a Napoli: assolto il presunto mandante dopo due ergastoli

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
4 Maggio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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26 marzo 2004: uccisa a Torre Annunziata Matilde Sorrentino, la mamma-coraggio che denunciò i pedofili
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La Corte d’Assise d’Appello ha assolto Francesco Tamarisco, ritenuto per anni dagli inquirenti il mandante dell’omicidio di Matilde Sorrentino, la donna uccisa il 26 marzo 2004 a Torre Annunziata dopo aver denunciato un giro di pedofilia nel rione Poverelli.

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La sentenza rappresenta un punto di svolta: Tamarisco era stato condannato all’ergastolo sia in primo grado che in appello, ma la Corte di Cassazione aveva annullato quelle decisioni, disponendo un nuovo processo. Nel giudizio bis, i magistrati hanno stabilito che le prove raccolte non sono sufficienti a dimostrare la responsabilità dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio, ribaltando così l’impianto accusatorio che aveva retto nei precedenti gradi di giudizio.

Una madre simbolo di coraggio civile

La storia di Matilde Sorrentino ha segnato profondamente la coscienza collettiva. La donna era diventata un simbolo di legalità per aver denunciato un sistema di abusi sessuali su minori, che coinvolgeva anche suo figlio.

La sua decisione di parlare, rompendo il muro di omertà, portò all’arresto e alla condanna di diversi responsabili. Proprio quel gesto, secondo l’accusa, avrebbe decretato la sua condanna a morte: una vendetta brutale per aver osato sfidare un sistema criminale radicato nel territorio.

L’omicidio e le prime indagini

Il 26 marzo 2004 Matilde Sorrentino venne uccisa a colpi di arma da fuoco. Le indagini individuarono come esecutore materiale Alfredo Gallo, condannato in via definitiva all’ergastolo.

Fin dall’inizio, tuttavia, gli investigatori si concentrarono anche sul possibile mandante, individuato in Tamarisco, ritenuto vicino ad ambienti criminali e coinvolto nel traffico di droga. L’ipotesi accusatoria sosteneva che l’omicidio fosse stato commissionato per punire la donna e ristabilire il controllo del territorio.

Un processo lungo oltre vent’anni

Il percorso giudiziario è stato particolarmente complesso. La condanna all’ergastolo in primo grado è stata confermata anche in appello. Poi c’è stato l’annullamento della sentenza da parte della Cassazione e il nuovo processo d’appello conclusosi con l’assoluzione.

Un iter segnato da continui ribaltamenti e da un acceso dibattito sulla solidità delle prove.

Il ruolo del collaboratore di giustizia

Elemento centrale dell’accusa sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Izzo, che aveva indicato Tamarisco come mandante del delitto, fornendo dettagli e circostanze ritenuti inizialmente attendibili.

Tuttavia, la sua posizione si è rivelata complessa: Izzo ha interrotto la collaborazione con la giustizia dopo aver denunciato minacce ricevute in carcere, legate anche ad ambienti vicini al clan riconducibile a Valentino Gionta.

Successivamente, nel 2025, ha inviato una lettera al procuratore Nicola Gratteri confermando le sue dichiarazioni e ribadendo l’accusa contro Tamarisco. Nonostante ciò, nel processo conclusosi nel 2026, i giudici hanno ritenuto che tali elementi non fossero sufficienti per una condanna definitiva.

Tra giustizia e verità incompiuta

La sentenza di assoluzione riporta al centro una questione cruciale: il confine tra verità giudiziaria e verità storica.

Da un lato, il sistema giudiziario ha applicato il principio fondamentale secondo cui una condanna può avvenire solo in presenza di prove certe e incontestabili. Dall’altro, resta un senso diffuso di incompiutezza, legato a un delitto che ha segnato profondamente un territorio e che ancora oggi lascia interrogativi aperti.

Un’eredità che resta

Matilde Sorrentino continua a essere ricordata come una “mamma coraggio”, simbolo di chi ha scelto di non tacere di fronte alla violenza e agli abusi.

La sua storia ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica su temi delicati come la tutela dei minori e il coraggio delle denunce in contesti difficili.

L’assoluzione di Francesco Tamarisco chiude un capitolo giudiziario durato oltre vent’anni, ma non spegne il bisogno di verità su uno dei casi più emblematici della cronaca italiana recente.

Tra sentenze ribaltate, testimonianze controverse e indagini complesse, il caso di Matilde Sorrentino resta un simbolo potente: quello di una donna che ha pagato con la vita la scelta di denunciare, e di una giustizia che, pur seguendo le sue regole, lascia ancora domande senza risposta.

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