Il 20 marzo 1993, a Locri, fu assassinato Domenico Nicolò Pandolfo, stimato primario di Neurochirurgia degli “Ospedali Riuniti” di Reggio Calabria, mentre si trovava nei pressi dell’ospedale dove prestava servizio come consulente. Era un sabato mattina di inizio primavera quando la sua vita fu spezzata da sette colpi di pistola, sparati da sicari che lo attendevano davanti alla struttura sanitaria.
Il professore, 51 anni, era un medico apprezzato non solo per competenza e dedizione, ma anche per il senso di missione con cui affrontava il proprio lavoro ogni giorno. Quel giorno, dopo aver terminato le visite e le consulenze, si stava dirigendo verso l’auto per fare ritorno a casa quando fu colpito mortalmente. Soccorso e trasportato d’urgenza all’ospedale di Reggio Calabria, morì poche ore dopo per le ferite riportate.
Le indagini sull’omicidio portarono a ipotizzare un movente gravemente distorto: la vendetta. Secondo gli inquirenti, il mandante dell’agguato sarebbe stato Cosimo Cordì, boss della cosca omonima della ‘ndrangheta locrese, che riteneva Pandolfo responsabile della morte di sua figlia Paola, una bambina di nove anni affetta da un tumore al cervello operata proprio dal medico e poi deceduta.
Nonostante il fermo temporaneo di Cordì nelle ore successive al delitto e le indicazioni fornite dallo stesso Pandolfo mentre era ancora vivo — come il nome del presunto mandante — il procedimento giudiziario si arenò per mancanza di testimonianze e riscontri certi, tanto che il caso venne successivamente archiviato per insufficienza di prove.
La morte di Pandolfo segnò profondamente la comunità locale e il mondo medico: un professionista dedicato alla vita ucciso non per il suo lavoro, ma per un pregiudizio di vendetta. La sua figura resta un monito, ricordata da colleghi e associazioni come esempio di dedizione e come simbolo delle vittime innocenti della criminalità organizzata in Calabria.
Anni dopo, iniziative di memoria continuano a mantenere viva la sua storia, affinché la memoria non si perda e si rifletta sull’importanza di tutelare chi, ogni giorno, sceglie la strada dell’aiuto e della cura al servizio degli altri.










