Nel primo pomeriggio del 16 marzo 1991, mentre era in servizio presso la Facoltà di Scienze dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Antonio Nubile si trovava impegnato nel normale svolgimento delle sue mansioni di vigilanza. In quel periodo, Napoli era caratterizzata da un forte aumento delle rapine armate e dei tentativi di furto d’armi in dotazione alle guardie giurate, spesso messe in atto da criminali che speravano di reperire pistole e strumenti letali per le proprie attività illecite.
Secondo le ricostruzioni processuali, esponenti del clan Giuliano tentarono di sottrarre con la forza l’arma in dotazione a Nubile. Di fronte al rifiuto netto della guardia giurata di consegnare la pistola, uno degli assalitori gli sparò ferendolo mortalmente.
L’attacco fu brutale: mentre cercavano di disarmarlo, gli aggressori esplosero colpi d’arma da fuoco contro di lui, senza lasciare alcuna possibilità di difesa alla vittima. La scelta di Nubile di non cedere la propria arma non fu solo un gesto professionale, ma anche un atto di coraggio che gli costò la vita.
Le rapine rivolte alle guardie giurate per sottrarre armi rappresentavano all’epoca una pratica sempre più diffusa in alcune zone di Napoli, spesso legate a clan e gruppi criminali organizzati che utilizzavano i mezzi d’ordinanza per altri reati o per consolidare il proprio potere intimidatorio.
Dopo l’omicidio, le autorità avviarono indagini approfondite per identificare i responsabili. Le indagini portarono all’arresto di alcuni membri del clan ritenuti coinvolti direttamente nell’aggressione contro Nubile. Nel febbraio 2012 la Corte di Assise d’Appello di Napoli confermò la condanna a 24 anni di reclusione per uno degli esecutori materiali dell’omicidio, a testimonianza dell’impegno della magistratura nel perseguire i responsabili di crimini così violenti.
Antonio Nubile fu ricordato come un lavoratore dedito al proprio dovere, consapevole dei rischi legati alla sua professione ma determinato a non cedere alla violenza. Il suo sacrificio divenne parte di una più ampia riflessione sul pericolo crescente che le guardie giurate affrontavano negli anni ’90, in un’Italia in cui l’aumento della criminalità organizzata e delle rapine metteva spesso queste figure professionali in situazioni di estremo rischio.
La sua morte non fu vana: oltre alla giustizia ottenuta in sede giudiziaria, il caso contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di maggiori misure di sicurezza e protezione per chi, ogni giorno, sorveglia e tutela beni e persone.











