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16 marzo 1994: uccisa Angela Costantino, 25 anni, madre di quattro figli, per aver “tradito” il marito boss

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
16 Marzo, 2026
in Cronaca
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16 marzo 1994: uccisa Angela Costantino, 25 anni, madre di quattro figli, per aver “tradito” il marito boss
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A Reggio Calabria, il 16 marzo 1994, Angela Costantino, una giovane donna di 25 anni, mamma di quattro figli e moglie di Pietro Lo Giudice, scomparve nel nulla. Il marito era un esponente di rilievo della cosca di ’ndrangheta attiva nel rione Santa Caterina. Quella mattina Angela scomparve mentre si stava recando da Reggio Calabria verso la casa circondariale di Palmi per fare visita al marito detenuto. Il suo destino fu ben più tragico di quanto inizialmente si fosse immaginato. 

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Inizialmente la sparizione fu trattata dagli inquirenti e dai familiari come un allontanamento volontario o un possibile suicidio, tesi rafforzata dal ritrovamento dell’automobile di Angela, una Fiat Panda, abbandonata a Villa San Giovanni, due giorni dopo la sua scomparsa. Negli anni successivi la verità emerse lentamente grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia della ’ndrangheta. 

Le testimonianze dei pentiti rivelarono che Angela non aveva mai lasciato volontariamente i suoi figli né si era uccisa, ma che era stata brutalmente assassinata in casa sua nella notte del 16 marzo 1994, strangolata dai parenti del marito su ordine della famiglia mafiosa. Il motivo fu una relazione extraconiugale che Angela avrebbe intrattenuto mentre il marito era in carcere, situazione considerata un’offesa imperdonabile all’onore e alla reputazione della famiglia Lo Giudice. 

Per la ’ndrangheta, l’onore maschile e il controllo assoluto sulle donne delle proprie famiglie sono aspetti centrali di un codice di comportamento rigido e violento. Angela, madre di quattro figli e costretta in una quotidianità di sacrifici, secondo l’accusa avrebbe cercato un momento di affetto e normalità al di fuori del matrimonio mentre suo marito era detenuto. Tale relazione, e la possibile gravidanza risultante, furono giudicate come un’offesa insanabile al clan. 

Secondo le ricostruzioni investigative, la decisione di uccidere Angela fu presa “in famiglia” e affidata a Fortunato Pennestrì (nipote del marito) come esecutore materiale del delitto. Con lui furono coinvolti anche Bruno Stilo (cognato) e Vincenzo Lo Giudice, considerati i mandanti dell’omicidio. Il corpo della donna è stato fatto sparire e non è mai stato ritrovato. 

Per quasi due decenni la vicenda di Angela rimase avvolta nel mistero, alimentata da versioni contraddittorie e insabbiata dalla complicità omertosa degli ambienti criminali. Solo grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia i magistrati riuscirono a riaprire il caso e a ricostruire gli avvenimenti reali. 

Nel gennaio del 2015, il Tribunale di Reggio Calabria ha condannato Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì a 30 anni di reclusione per omicidio e occultamento di cadavere, sentenza confermata anche in appello e resa definitiva dalla Corte di Cassazione. 

La storia di Angela Costantino rappresenta uno dei casi più dolorosi e emblematici di violenza perpetrata all’interno delle dinamiche criminali della ’ndrangheta. Non solo una donna vittima di omicidio, ma anche una madre le cui aspirazioni di libertà e amore sono state stroncate da un codice di violenza e dominio. 

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