La sera del 12 marzo 2018, nel quartiere Ponticelli, i sicari della camorra entrarono in azione per uccidere Salvatore D’Orsi, soprannominato “Polpetta”. Un delitto maturato nel contesto delle tensioni tra gruppi criminali che si contendevano il controllo del territorio e delle piazze di spaccio.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, intorno alle 23 polizia si recò all’ospedale Villa Betania dopo la segnalazione dell’arrivo di un giovane ferito da colpi d’arma da fuoco. Il ferito fu identificato proprio in Salvatore D’Orsi, residente in via Oplonti 39, nel rione Lotto O di Ponticelli, fortino del clan De Luca Bossa, dove viveva con i genitori.
Poco dopo furono ascoltati i familiari della vittima. Il padre Vincenzo D’Orsi raccontò agli inquirenti che il figlio era rientrato a casa intorno alle 20.30, aveva cenato con la famiglia e poi era uscito nuovamente verso le 21.30. Circa due ore più tardi, intorno alle 23.30, Salvatore citofonò disperatamente al padre pronunciando poche parole: “Scendi, scendi, mi hanno sparato”.
Anche il fratello Ciro D’Orsi fu ascoltato dagli investigatori. Nelle sue dichiarazioni spiegò di non poter escludere che Salvatore potesse occuparsi dello spaccio di droga, soprattutto con modalità cosiddette “a chiamata”, consegnando la sostanza direttamente ai clienti. Secondo quanto riferito, il giovane frequentava Alessio Esposito, ritenuto vicino al clan De Micco, rivali storici dei De Luca Bossa. In passato, sempre secondo il fratello, Salvatore avrebbe anche spacciato per conto di quel gruppo.
Il contesto criminale del quartiere, però, era in piena trasformazione. Dopo una serie di arresti che avevano indebolito alcune fazioni, il controllo della zona sarebbe passato ad altri soggetti. In particolare, secondo il racconto del fratello, sul territorio si stava affermando il gruppo guidato da Michele Minichini, che avrebbe preso il posto dei cosiddetti “Bodo”. Salvatore, tuttavia, non avrebbe avuto rapporti con i nuovi vertici criminali. Proprio questo cambiamento negli equilibri della zona, secondo l’ipotesi avanzata dal familiare, potrebbe aver generato tensioni culminate nell’agguato.
Le prime attività investigative, tra cui le intercettazioni sulle utenze telefoniche della vittima, non portarono inizialmente a risultati decisivi. Il quadro dell’omicidio è emerso con maggiore chiarezza solo di recente, grazie alle confessioni di Michele Minichini e alle dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia.
In particolare, Tommaso Schisa raccontò che, dopo la sua scarcerazione avvenuta nel marzo del 2018, venne a conoscenza dell’omicidio di “Polpetta”, avvenuto in via Bartolo Longo, e attribuito proprio a Michele Minichini e Giuseppe Prisco, indicati come esecutori materiali. Schisa riferì che allo stesso agguato avrebbero preso parte anche altre persone, tra cui Francesco Audino alias “il cinese” e Giuseppe De Luca Bossa.
Secondo il racconto raccolto dagli inquirenti, D’Orsi sarebbe stato atteso sotto casa e colpito in un agguato premeditato. Il movente, sempre secondo queste dichiarazioni, sarebbe legato alla sua attività di spaccio e alla sua vicinanza al clan De Micco, in un periodo in cui nel quartiere si stava ridefinendo il controllo delle piazze di droga tra gruppi rivali.
L’omicidio di Salvatore D’Orsi si inserisce così nel quadro delle faide e delle lotte interne alla camorra nella periferia orientale di Napoli, dove negli ultimi anni diversi clan hanno cercato di imporre la propria egemonia sul territorio, generando una lunga scia di violenza.










