Dopo quasi un anno di stallo, è ripreso lo scorso mercoledì 11 marzo in maniera effettiva il processo a carico del carabiniere che la notte del 1° marzo 2020 uccise Ugo Russo, il ragazzo di 15 anni morto nel quartiere Santa Lucia a Napoli durante un tentativo di rapina. Il militare è oggi imputato per omicidio volontario pluriaggravato, e il dibattimento sta cercando di far piena luce sulla dinamica esatta di quella notte che scosse profondamente l’opinione pubblica.
Nel corso dell’ultima udienza sono stati ascoltati come testimoni i medici legali Francesco Vinci e Claudio Buccelli, che all’epoca dei fatti avevano eseguito l’autopsia sul corpo del giovane e redatto una delle prime perizie medico-balistiche relative alla morte del quindicenne.
La loro ricostruzione, già all’epoca contestata da altre analisi tecniche, è stata al centro dell’udienza. Secondo questa perizia, Ugo Russo avrebbe ricevuto il colpo mortale alla testa a pochi centimetri dall’auto del carabiniere. Nonostante la gravità della ferita, un proiettile blindato sparato da un’arma militare che avrebbe attraversato il cranio da destra verso sinistra, il ragazzo avrebbe comunque percorso circa otto metri con un movimento autonomo e orientato prima di raggiungere il motorino.
Una tesi che la parte civile considera problematica. Durante l’udienza, infatti, i due medici legali sono stati incalzati dal pubblico ministero e dagli avvocati della famiglia Russo, che hanno evidenziato come questa ricostruzione risulti discordante rispetto ad altre perizie tecniche svolte successivamente. In particolare, è stata messa in dubbio la possibilità che una persona colpita da un proiettile che attraversa il cervello possa compiere un movimento coordinato per diversi metri.
Per sostenere la loro ipotesi, i periti hanno citato alcuni casi presenti nella letteratura medico-legale di soggetti che, pur colpiti alla testa, sarebbero riusciti a compiere movimenti residui prima di perdere conoscenza. Tuttavia, secondo la parte civile, questi esempi sarebbero difficilmente comparabili con il caso di Ugo Russo, sia per il tipo di arma utilizzata, sia per la zona del cranio colpita.
Un elemento, però, resta comune anche nella ricostruzione dei medici legali: dopo il primo colpo alla testa il carabiniere avrebbe comunque inseguito Ugo sparandogli altre due volte. Un passaggio che continua a rappresentare uno dei punti centrali del processo e che dovrà essere chiarito nel dettaglio.
La prossima udienza, fissata per il 23 aprile, sarà dedicata alla discussione della perizia della Polizia scientifica, che già in passato aveva sollevato diverse osservazioni critiche sull’analisi di Vinci e Buccelli. Secondo questa ricostruzione alternativa, infatti, il colpo alla testa sarebbe stato sparato dopo l’inseguimento, quando il carabiniere avrebbe raggiunto il ragazzo con l’auto.
Una tesi che risulta opposta rispetto alla prima perizia medico-legale e che è stata successivamente rafforzata anche dagli esiti dell’incidente probatorio, altro passaggio chiave dell’indagine giudiziaria.
La morte di Ugo Russo resta uno dei casi più controversi degli ultimi anni a Napoli. Il quindicenne fu ucciso nel corso di un tentativo di rapina ai danni del carabiniere libero dal servizio, che quella notte si trovava in auto con la fidanzata. Il militare esplose diversi colpi di pistola contro il ragazzo, provocandone la morte.
A distanza di anni dai fatti, il processo mira ora a ricostruire con precisione la dinamica degli spari, la distanza tra i protagonisti e la sequenza esatta degli eventi, elementi fondamentali per stabilire le responsabilità penali.
Le prossime udienze saranno quindi decisive per chiarire le divergenze tra le diverse perizie tecniche e per provare a fare piena luce su una vicenda che continua a dividere l’opinione pubblica e a segnare profondamente la memoria della città.










