Il 28 febbraio 2026 saranno trascorsi sei anni dalla notte in cui Ugo Russo, 15 anni, è stato ucciso da un carabiniere fuori servizio a Napoli, con tre colpi di pistola, uno dei quali lo ha colpito alla nuca mentre tentava di fuggire. Il 15enne, insieme a un complice, servendosi di una pistola giocattolo aveva cercato di rapinare il rolex al militare fuori servizio nella zona di Santa Lucia. Una vicenda che ha scosso la città e che continua a segnare profondamente la famiglia e il quartiere dove Ugo è nato e cresciuto.
Da allora, la famiglia Russo ha intrapreso una lunga battaglia per la verità e la giustizia, denunciando la fretta con cui alcuni politici e settori della stampa hanno emesso sentenze sulla vittima, sulla sua famiglia e sul quartiere, senza attendere i risultati del processo. L’imputato, il carabiniere, è accusato di omicidio volontario pluriaggravato, ma il procedimento è ancora al primo grado di giudizio, con l’ultima udienza celebrata oltre un anno fa, nel febbraio 2025.
La vicenda di Ugo Russo non riguarda soltanto una morte, ma tocca questioni più ampie di giustizia sociale e diritti dei giovani dei quartieri popolari. La famiglia, insieme alla comunità, sottolinea come la sicurezza dei territori non debba passare per la militarizzazione o la criminalizzazione dei ragazzi dei quartieri popolari, ma attraverso opportunità concrete di crescita, formazione e realizzazione personale.
In un contesto in cui alcuni tentano di ampliare i confini dell’impunità per chi indossa la divisa, la lotta per la verità su Ugo è anche un richiamo alla necessità di garantire uguale dignità e protezione a chi nasce nei posti “sbagliati”, dove il dolore e le tragedie familiari non devono essere calpestati né ignorati.
Per ricordare Ugo e ribadire la richiesta di giustizia, sabato 28 febbraio 2026 alle 21:30, amici, parenti e cittadini si ritroveranno in via Generale Orsini, nel punto esatto in cui il ragazzo fu ucciso, per un momento di memoria condivisa e per continuare a chiedere che la sua morte non cada nell’oblio.
L’iniziativa vuole anche essere un segnale per tutti i giovani dei quartieri popolari: la vita e la dignità di ogni ragazzo devono essere rispettate, e nessuno può considerare la perdita di un adolescente un fatto marginale solo perché chi ha sparato indossava una divisa.
Sei anni dopo, la famiglia continua a lottare affinché la vicenda di Ugo non venga dimenticata, perché verità e giustizia siano finalmente garantite, non solo per lui, ma per tutti i giovani che vivono situazioni simili e rischiano di essere giudicati o ignorati per il luogo in cui sono nati. La memoria di Ugo resta viva come monito e come richiamo alla responsabilità collettiva verso chi è più vulnerabile.










