È morto all’età di 64 anni Michele Albanese, giornalista calabrese sotto scorta, simbolo di un’informazione che non arretra davanti alle minacce. Con lui se ne va una delle voci più ferme e coerenti nel racconto delle infiltrazioni della ’ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro.
Nato e cresciuto a Polistena, Albanese aveva scelto di fare il cronista nel luogo più difficile: casa sua. Ha collaborato con testate locali e nazionali, seguendo con rigore processi, scioglimenti per mafia, intrecci tra affari, politica e cosche. Un lavoro meticoloso, fondato su atti giudiziari, verifiche puntuali, presenza costante sul territorio.
Le sue inchieste e le sue denunce pubbliche gli sono costate minacce e intimidazioni. Per questo viveva sotto protezione. Ma la scorta non ha mai cambiato il suo stile: sobrio, determinato, lontano dai clamori. Non cercava visibilità, cercava verità. E continuava a raccontarla, anche quando farlo significava esporsi.
Albanese era convinto che il giornalismo, soprattutto nelle terre ad alta densità mafiosa, non fosse solo un mestiere ma un servizio alla comunità. Per questo partecipava a incontri nelle scuole, dibattiti pubblici, momenti di confronto con i cittadini. Credeva nella forza delle parole e nella responsabilità di chi le usa. Albanese credeva in un giornalismo come presidio democratico, soprattutto nei territori più esposti alla pressione mafiosa. Partecipava a incontri pubblici, parlava con i giovani, difendeva il diritto dei cittadini a essere informati.
La sua scomparsa lascia un vuoto profondo nel panorama dell’informazione calabrese e nazionale. Ma lascia anche un’eredità: l’idea che la libertà di stampa non sia un principio astratto, bensì una pratica quotidiana fatta di coraggio, competenza e coerenza.











