L’attivista iraniana Narges Mohammadi, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2023, è stata condannata da un tribunale iraniano a sei anni di carcere e ad altre misure restrittive con l’accusa di “associazione a delinquere e collusione per commettere reati”, una formulazione che in pratica equivale a un’accusa di cospirazione contro lo Stato.
La sentenza è stata confermata dall’avvocato dell’attivista e rilanciata dai media internazionali: la pena prevede inoltre un divieto di espatrio per due anni e, secondo il suo legale, anche una condanna a un anno e mezzo per attività di propaganda, con obbligo di dimora per altri due anni nella città di Khosf.
Mohammadi, 53 anni, è una delle più note voci per i diritti umani in Iran. Nonostante la sua fama internazionale, maturata anche attraverso la sua battaglia contro la pena di morte e per la parità di genere, da oltre un decennio la sua attività è stata sistematicamente repressa dalle autorità. Già prima di questa nuova condanna era stata più volte arrestata e incarcerata, accumulando anni di detenzione per la sua opposizione alle pratiche delle autorità iraniane.
La sentenza emessa dal tribunale di Mashhad arriva in un momento di forte pressione interna in Iran, con le autorità impegnate in una dura repressione contro chi critica il governo e mobilitazioni per i diritti civili. Secondo quanto riferito dai suoi sostenitori, Mohammadi aveva iniziato uno sciopero della fame nella prigione dove è ristretta, in protesta contro quelle che definisce una detenzione «illegale» e condizioni carcerarie gravose.
Organismi internazionali per i diritti umani e gruppi di sostegno hanno condannato la decisione iraniana, denunciando che l’utilizzo di accuse come “associazione e collusione” nei confronti di una figura come Mohammadi rappresenta un tentativo di soffocare dissenso e attivismo pacifico. Inoltre, il suo stato di salute ha sollevato preoccupazioni: la donna avrebbe sofferto di problemi fisici aggravati da precedenti detenzioni e proteste carcerarie.
Mohammadi fu insignita del Premio Nobel nel 2023 mentre si trovava già in carcere: il riconoscimento le fu assegnato per il suo impegno per la pace, i diritti delle donne e l’abolizione della pena di morte in un contesto politico segnato da forti limitazioni alle libertà civili.
La vicenda di Narges Mohammadi riflette le tensioni in corso all’interno dell’Iran, dove la repressione di attivisti e giornalisti continua ad attirare l’attenzione e le critiche della comunità internazionale, in particolare mentre il paese affronta proteste interne e pressioni diplomatiche.











