Il 18 gennaio 1946 si consumò uno degli episodi più tragici e meno ricordati del difficile periodo del dopoguerra italiano: un agguato mortale teso dalla banda Giuliano contro un gruppo di militari e carabinieri italiani nelle campagne di contrada Donnastura, nei pressi di San Cataldo di Terrasini, in provincia di Palermo. In quel conflitto a fuoco persero la vita quattro uomini dell’Esercito Italiano: il caporale maggiore Angelo Lombardoe i fanti Vitangelo Cinquepalmi, Imerio Piccini e Vittorio Epifani.
La Sicilia del primo dopoguerra era attraversata da forti tensioni sociali e criminali. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’autorità dello Stato era indebolita e le forze dell’ordine impegnate nella ricostruzione e nel mantenimento dell’ordine in un clima politico e sociale molto instabile. In questo contesto operavano diverse bande armate, tra cui quella del noto bandito Salvatore Giuliano, che aveva stretto alleanze con ambienti mafiosi locali per consolidare il proprio controllo sul territorio e opporsi allo Stato centrale.
Quel giorno di gennaio, un mezzo su cui viaggiavano soldati e carabinieri fu attaccato con armi pesanti da uomini della banda Giuliano. Nel successivo conflitto a fuoco, Angelo Lombardo, Vitangelo Cinquepalmi, Imerio Piccini e Vittorio Epifani persero la vita. Oltre alle quattro morti, rimasero feriti altri militari e carabinieri a bordo del veicolo: tra questi il caporalmaggiore Giuseppe Vizzini, il vice brigadiere dei carabinieri Mario Franceschi e i fanti Piccoli e Vannutti.
L’attacco di San Cataldo rientra nel quadro delle numerose azioni di violenza e di guerriglia che caratterizzarono la Sicilia nella fase immediatamente successiva alla guerra. La banda Giuliano, favorita da legami con esponenti mafiosi locali, non solo si oppose con armi allo Stato, ma si inserì nei processi di potere e controllo sociale tipici di quell’epoca di transizione e di forte instabilità.
Per molti anni la strage di San Cataldo è rimasta nella memoria locale e tra gli studi su vittime delle criminalità organizzate e del banditismo del dopoguerra, ma non ha mai ricevuto un’attenzione significativa a livello nazionale. Gli uomini caduti in quel conflitto furono tra le prime vittime italiane della violenza organizzata che avrebbe segnato profondamente la storia della Sicilia e dell’Italia del secondo dopoguerra.
La vicenda viene oggi ricordata come esempio delle difficoltà affrontate dall’Italia nel consolidare lo Stato di diritto in un periodo in cui il banditismo e la collusione tra criminalità organizzata e potere locale rappresentavano una sfida aperta alle istituzioni pubbliche.










