Il 6 gennaio 1984, all’ospedale Cardarelli di Napoli, morì Aldo Arciuli, appena 15 anni, vittima innocente della violenza criminale che negli anni Ottanta insanguinava l’area nord di Napoli. Il ragazzo era stato colpito alla testa da un proiettile esploso durante un inseguimento armato tra due automobili avvenuto a Pomigliano d’Arco, scenario troppo spesso segnato da regolamenti di conti e sparatorie in pieno centro abitato.
Secondo le ricostruzioni dell’epoca, Aldo si trovava inermimente per strada, lontano da qualsiasi contesto criminale, quando una raffica di colpi partì da un’auto che ne stava inseguendo un’altra. Uno dei proiettili lo raggiunse alla testa, lasciandolo in condizioni gravissime. Trasportato d’urgenza al Cardarelli, il giovane lottò tra la vita e la morte per alcune ore, ma le ferite riportate si rivelarono fatali.
Aldo Arciuli non aveva alcun legame con la criminalità. Era un adolescente come tanti, travolto da una violenza che non guardava in faccia nessuno e che, in quegli anni, colpiva indiscriminatamente anche chi si trovava semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sua morte suscitò profonda indignazione e dolore a Pomigliano d’Arco e in tutta l’area vesuviana.
Gli anni Ottanta furono un periodo segnato da faide camorristiche, inseguimenti armati e azioni dimostrative che spesso avvenivano in mezzo alla gente, senza alcuna preoccupazione per le possibili vittime collaterali. La morte di Aldo Arciuli si inserisce in questo contesto di criminalità diffusa e impunità, in cui i confini tra bersagli e innocenti venivano sistematicamente cancellati.
A distanza di decenni, il nome di Aldo Arciuli resta inciso nell’elenco delle vittime innocenti della criminalità, simbolo di un prezzo altissimo pagato da famiglie e comunità intere. Una vita spezzata a 15 anni, senza colpe e senza possibilità di difesa, che continua a interrogare le coscienze.











