Il 6 gennaio 1983 è una data che segna una delle pagine più dolorose della cronaca campana. A San Gennariello Vesuviano, frazione di Ottaviano, la violenza criminale colpì senza alcun limite, uccidendo Michele Iervolino, un bambino di appena 7 anni, travolto da colpi di pistola che non erano destinati a lui.
Secondo le ricostruzioni, i proiettili erano diretti al fratello maggiore, Giuseppe Iervolino, 23 anni, ritenuto dagli inquirenti vicino ad ambienti della criminalità locale. Quella sera, però, nell’agguato morirono entrambi: Giuseppe e il piccolo Michele, che si trovava con lui e non aveva alcuna possibilità di mettersi in salvo.
Una raffica di colpi sparati senza esitazione, in un contesto in cui la vita umana – soprattutto quella di un bambino – non rappresentava un limite per chi voleva regolare conti di camorra.
Michele Iervolino non era un bersaglio, non era coinvolto, non aveva colpe.
Era semplicemente un bambino, ucciso perché si trovava accanto a suo fratello, finito nel mirino dei sicari. La sua morte scosse profondamente la comunità locale e rappresentò l’ennesima dimostrazione di come la criminalità organizzata fosse disposta a superare ogni confine morale pur di affermare il proprio potere.
All’inizio degli anni Ottanta, l’area vesuviana era attraversata da faide e regolamenti di conti legati al controllo del territorio. Sparatorie, agguati e omicidi avvenivano spesso in luoghi abitati, senza alcuna attenzione per la presenza di civili. In quel clima, la distinzione tra obiettivi criminali e vittime innocenti veniva sistematicamente cancellata.
La morte di Michele Iervolino si inserisce in questo scenario di violenza diffusa, diventando simbolo di un prezzo altissimo pagato da chi non aveva nulla a che fare con quel mondo.
A distanza di oltre quarant’anni, il nome di Michele Iervolino resta tra quelli delle vittime innocenti della criminalità organizzata, bambini e ragazzi strappati alla vita da una violenza cieca e codarda.











