Nel quartiere napoletano di Ponticelli, da ormai dieci anni una gigantografia posta su una parete di un edificio pubblico continua a mantenere vivo il dilemma: diventata per alcuni un simbolo di identità urbana, mentre per altri rappresenta un ricordo doloroso di un evento spiacevole. La figura ritratta all’apice del murale – il quattro degli otto realizzati nel rione Merola – con tanto di diadema sul capo è quella di Mariarosaria Amato, cognata della donna-boss Annunziata D’Amico, che proprio il 21 dicembre del 2015 si rese autrice di un’aggressione ai danni della giornalista Luciana Esposito per la quale, nel 2022 è stata condannata a un anno e dieci mesi per violenza privata. La medesima condanna fu inflitta anche a suo marito, Giuseppe Cirella, con il quale agì in concerto, quel lunedì mattina con il chiaro intento di allontanare la giornalista dal rione in cui vivevano, impedendole di documentare l’avvio di quell’opera di street art.
La gigantografia, concepita come parte di un progetto di arte urbana, rappresenta la donna con un diadema sul capo, in stile celebrativo, suscitando reazioni forti in chi ha avuto un rapporto diretto o traumatico con quei fatti. L’opera si inserisce in un più ampio contesto di street art e murales presenti nel quartiere di Ponticelli, zona nota per il suo “Parco dei Murales”, un progetto di rigenerazione urbana nato proprio nella primavera del 2015 con l’obiettivo di dare nuovi stimoli culturali e sociali alla periferia attraverso grandi opere d’arte dipinte su facciate di edifici popolari. Tra queste, spiccano alcune opere di artisti italiani e internazionali che rappresentano bambini, messaggi di uguaglianza e volti simbolici, come “Ael. Tutt’ egual song’ ‘e criature”, opera di Jorit ora iconica nel quartiere.

La presenza permanente di questo ritratto, legato a una figura che fu protagonista di un’aggressione iniziata ai piedi di quella parete e proseguita lungo via Aldo Merola, nell’esatta direzione in cui sono rivolti gli occhi raffigurati sul murale, ha finito per trasformarsi in un tributo post mortem, considerando che Mariarosaria Amato è deceduta tre giorni dopo aver incassato la condanna per i fatti di cui si rese autrice, esattamente 10 anni fa. Collocato in quest’ottica, quel murale non rappresenterebbe un semplice pezzo di arte urbana, ma la consacrazione di un’icona, autrice di un’aggressione ai danni di una giornalista.
Sul tema si registra un acceso dibattito: chi sostiene che l’arte urbana dovrebbe elevare i quartieri, ricordando anche personaggi controversi come parte della loro storia sociale, e chi invece ritiene che certe immagini dovrebbero essere ripensate per non perpetuare memorie dolorose. Le opere di street art, specie nelle periferie, sono spesso inserite con l’intento di generare identità e orgoglio collettivo, ma talvolta finiscono per mettere di fronte comunità e istituzioni a riflessioni complesse sui limiti tra arte pubblica e memoria storica.
Questa vicenda resta un esempio emblematico di come l’arte pubblica possa diventare specchio di conflitti irrisolti, più che occasione di celebrazione o rigenerazione.










