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Napoli, 26 ottobre 1986: 15enne colpito mortalmente in un agguato nel bar di famiglia

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
25 Ottobre, 2025
in Cronaca
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La storia di Marcella e Saverio: due bambini di 10 e 11 anni, uccisi dalla ‘ndrangheta come due boss
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Il 26 ottobre 1986 è una data tragica che segna la vita di una vittima innocente: Carlo Bustelli, quindicenne, venne colpito alla testa da una pallottola esplosa in un raid che aveva come bersaglio alcuni pregiudicati seduti all’interno del bar del padre. Carlo stava semplicemente aiutando il padre alla cassa quando, all’improvviso, da fuori il locale partì una scarica di colpi di pistola. Tutti gli altri si gettarono a terra, ma Carlo non fece in tempo a proteggersi, e una pallottola lo colpì alla testa.

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Secondo le ricostruzioni, l’agguato era indirizzato a clienti del bar con precedenti penali. Carlo fu colpito accidentalmente, vittima di una violenza indiscriminata. 

Nel documento Una primavera mai iniziata il suo caso viene citato per ricordare quanti giovani, senza alcun ruolo attivo nei traffici mafiosi, persero la vita a causa di conflitti altrui. 

Nel corso degli anni il suo nome è comparso in iniziative per la memoria delle vittime mafiose e nei registri delle vittime innocenti; spesso si ricorda che Carlo era “alla cassa” nel bar di famiglia gestito dal padre e che portava avanti, in modo innocente e quotidiano, un lavoro onesto per aiutare il nucleo familiare.

Restano tuttora irrisolti numerosi interrogativi sulle responsabilità e sui mandanti dell’agguato. L’episodio è emblematico della camorra che semina morte anche tra i civili: Carlo non aveva conti con la criminalità, ma la criminalità ha deciso di colpire dove faceva più rumore, senza guardare chi stava davanti.

Il ricordo di Carlo Bustelli, a distanza di decenni, serve come monito: ogni volta che si ricorda una vittima innocente, si sveglia la coscienza collettiva su quanto sia fragile la vita nei quartieri martoriati dalla violenza mafiosa.

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Prec.

26 ottobre 1959: la “strage di Godrano”, l’eccidio tragico dei fratelli Pecoraro

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Sette colpi di pistola contro un asilo privato, un proiettile che raggiunge la finestra di un'abitazione al piano superiore e una denuncia per tentata estorsione presentata nell'agosto del 2025. Ad Acerra, il raid contro una struttura dedicata all'infanzia riaccende l'attenzione sul fenomeno delle intimidazioni e del racket nell'area a nord di Napoli. A raccontare il precedente è Maria De Rosa, proprietaria dell'asilo, che ha dichiarato di aver denunciato un tentativo di estorsione attribuito a persone che riteneva legate ad ambienti criminali del territorio. Dopo gli spari, la donna ha lanciato un appello alle istituzioni affinché non venga lasciata sola.  «Sette colpi di pistola non fermeranno il mio coraggio. Non abbasserò la testa. Ho scelto di stare dalla parte dello Stato e ora chiedo allo Stato di stare dalla mia parte», ha affermato De Rosa ai media, ribadendo la volontà di non arretrare dopo quanto accaduto. Il raid in via Stendardo: un proiettile raggiunge un'abitazione Gli spari sono stati esplosi nella notte tra giovedì 15 e venerdì 16 ottobre contro l'asilo privato in via Stendardo, ad Acerra. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della locale stazione e gli investigatori del Nucleo investigativo del gruppo di Castello di Cisterna, impegnati nei rilievi e nella ricostruzione della dinamica. Secondo quanto riferito dalla proprietaria, sono stati esplosi sette colpi. Uno dei proiettili ha oltrepassato la finestra di un'abitazione situata al piano superiore della struttura. Un dettaglio che evidenzia la pericolosità dell'azione, anche per le persone che vivono nell'edificio. Al momento non risultano feriti.  L'identità di chi ha sparato e il movente restano da accertare. Gli investigatori dovranno verificare se esista un collegamento tra il raid e la denuncia presentata nel 2025, senza escludere altre piste. «Ho fatto la mia parte, ora lo Stato mi stia vicino» Nel suo appello, Maria De Rosa ha raccontato di aver scelto di rivolgersi alla magistratura perché non voleva accettare che la paura diventasse una regola imposta da altri. Ha inoltre sottolineato di aver collaborato con gli inquirenti, consapevole dei rischi, ma convinta della scelta compiuta. La donna ha espresso preoccupazione per i propri figli e per la famiglia, ribadendo però la volontà di andare avanti. Il suo messaggio è rivolto anche agli altri cittadini: denunciare, non cedere al silenzio e mantenere fiducia nella giustizia. «Non lasciate che il silenzio diventi la forza di chi vi minaccia», è l'appello lanciato dalla proprietaria. La solidarietà del Comune di Acerra Il sindaco di Acerra, Tito d'Errico, ha definito l'accaduto un atto intollerabile che ferisce l'intera comunità, esprimendo vicinanza alle persone coinvolte. L'amministrazione comunale ha ribadito la fiducia nel lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, assicurando che la questione della sicurezza continuerà a essere affrontata in collaborazione con le istituzioni competenti.  L'episodio riporta al centro il tema della tutela di chi denuncia presunte richieste estorsive. La collaborazione con la giustizia è uno strumento fondamentale per contrastare il racket, ma deve essere accompagnata dalla capacità delle istituzioni di garantire ascolto, protezione e risposte concrete.

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