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La cronaca che colpisce nel modo sbagliato: Pamela Genini e la narrazione distorta della violenza di genere

Luciana Esposito di Luciana Esposito
17 Ottobre, 2025
in In evidenza, News
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La cronaca che colpisce nel modo sbagliato: Pamela Genini e la narrazione distorta della violenza di genere
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Da giorni, i giornali italiani riversano sulle loro pagine foto, dettagli e articoli su Pamela Genini. La sua vita — pubblica, privata, sentimentale — è stata passata al setaccio, giudicata, sezionata, come purtroppo accade troppo spesso alle vittime di femminicidio. Ogni scelta, ogni gesto, ogni relazione viene analizzata alla ricerca di motivazioni o di segnali che possano giustificare l’inspiegabile. La cronaca sembra trasformarsi in un tribunale silenzioso, dove la vittima diventa soggetto di curiosità e di critica, anziché di rispetto e di memoria.

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Ma il vero protagonista di questa storia non è Pamela. È l’uomo che l’ha uccisa. Gianluca Soncin, 52 anni, originario di Biella, è stato fermato con l’accusa di omicidio aggravato dopo aver colpito a morte Pamela, 29 anni, nel loro appartamento di via Iglesias, a Milano. L’ha aggredita sul balcone, infliggendole almeno ventiquattro coltellate, per poi tentare di togliersi la vita. Sopravvissuto, si trova ora in carcere.

Non si è trattato di un raptus. L’ordinanza del GIP descrive Soncin come un uomo che aveva premeditato il delitto: aveva duplicato le chiavi dell’appartamento, portava con sé un coltello e già da tempo manifestava comportamenti ossessivi e persecutori. Non è un uomo “tranquillo” che improvvisamente ha perso il controllo; ha precedenti per truffa internazionale, legati a un traffico di auto di lusso tra Germania e Italia, e una personalità incline al dominio e al controllo. Qui non ci sono azioni casuali: c’è violenza pianificata, metodica, premeditata.

Eppure, nonostante la gravità dei fatti, gran parte del racconto mediatico si concentra su Pamela: chi era, come viveva, con chi usciva, persino come appariva sui social. Come se la spiegazione della tragedia risiedesse nella sua vita e non nelle azioni del carnefice. È un fenomeno purtroppo ricorrente: trasformare la vittima in oggetto di curiosità distoglie l’attenzione dal vero problema, dalla responsabilità di chi infligge la violenza.

Pamela non è una notizia da consumare. Non è una biografia da scandagliare per trovare un “perché”. Il perché è sotto gli occhi di tutti: è stata uccisa da un uomo che non accettava di perderla, da una cultura della sopraffazione che non tollera l’autonomia femminile.

Finché il racconto continuerà a spostarsi sulla vittima, dimenticando il carnefice, continueremo a non capire nulla della violenza di genere. La responsabilità, la premeditazione e la cultura della sopraffazione restano invisibili se il focus resta sulle scelte di vita di chi subisce, invece che su chi infligge il male. La narrazione giornalistica dovrebbe smettere di alimentare il voyeurismo e cominciare a denunciare, analizzare e spiegare il meccanismo della violenza, mettendo chi commette il reato al centro del discorso.

Pamela Genini merita di essere ricordata come persona, con una vita e una dignità propria, non come oggetto di voyeurismo giornalistico. Ma soprattutto, merita che il racconto non oscuri mai il vero colpevole della sua morte: un uomo che ha scelto di uccidere per possesso e controllo, e che rappresenta ciò che ancora troppo spesso rimane invisibile nella società e nella stampa: la radice sistemica della violenza di genere.

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