La crisi umanitaria nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli drammatici. Le operazioni militari israeliane, ancora in corso senza sosta, continuano a colpire aree densamente popolate, aggravando le condizioni di vita della popolazione civile. Nel frattempo, la chiusura del corridoio umanitario di Zikim ha interrotto quasi del tutto l’arrivo di aiuti alimentari nel nord del territorio, dove la fame si è trasformata in carestia.
Il blocco degli aiuti e l’avanzare della fame
Dal 12 settembre, il corridoio di Zikim – uno dei pochi varchi attraverso cui transitavano aiuti umanitari verso il nord di Gaza – è stato chiuso dalle autorità israeliane. La conseguenza è stata immediata: il numero di pasti distribuiti quotidianamente è crollato da circa 155.000 a poco meno di 60.000. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha dovuto sospendere molte delle sue attività logistiche per mancanza di accesso.
Le mense comunitarie rimaste in funzione si stanno spegnendo una dopo l’altra, mentre cliniche e centri di distribuzione sono al limite.
“Abbiamo ridotto le porzioni e chiuso quattro punti di distribuzione su sei. Le persone arrivano affamate, e non possiamo aiutarle”, ha dichiarato un operatore umanitario locale.
Ospedali distrutti e personale sanitario sotto assedio
Le infrastrutture sanitarie della Striscia sono ormai al collasso. Nella Città di Gaza, l’ospedale Al-Quds è stato parzialmente evacuato a causa dei bombardamenti circostanti. I generatori mancano di carburante, le sale operatorie non possono funzionare, e i reparti pediatrici sono costretti a operare in condizioni di emergenza.
Secondo Medici Senza Frontiere, il livello di rischio per il personale sanitario è diventato “inaccettabile”. L’organizzazione ha sospeso alcune operazioni nella zona urbana di Gaza City. Anche altre ONG segnalano difficoltà a operare nelle aree più colpite.
Raid aerei e vittime civili
Negli ultimi giorni, i bombardamenti israeliani si sono intensificati su diversi quartieri, tra cui Tufah, Nuseirat e Al-Zaitoun. Le vittime civili si contano a decine, tra cui numerose donne e bambini. Le forze israeliane giustificano le operazioni come “attacchi mirati contro infrastrutture di Hamas”, ma le Nazioni Unite hanno più volte denunciato l’uso eccessivo della forza e l’assenza di corridoi umanitari sicuri.
Secondo AP News, in un solo raid sono morte 38 persone, molte delle quali erano rifugiate in abitazioni colpite senza preavviso.
La diplomazia internazionale e il ruolo dell’Italia
La comunità internazionale continua a lanciare appelli per un cessate il fuoco immediato, ma Israele ha ribadito all’ONU – tramite il premier Benjamin Netanyahu – che le operazioni continueranno “fino all’eliminazione della minaccia terroristica di Hamas”.
L’Italia, attraverso il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha espresso contrarietà all’allargamento delle operazioni militari in aree civili, chiedendo l’apertura di nuovi corridoi umanitari e il rispetto del diritto internazionale.
Intanto, ospedali italiani hanno accolto alcuni feriti provenienti da Gaza nell’ambito di un programma di evacuazione medica coordinato con l’Unione Europea.
Un piano per Gaza del dopo guerra?
Nelle ultime ore è trapelata una proposta sostenuta da Washington per la creazione di un’amministrazione transitoria per Gaza, affidata inizialmente a una leadership esterna. Tra i nomi avanzati per la guida politica: Tony Blair, ex primo ministro britannico. Il progetto sarebbe pensato per gestire la ricostruzione post-bellica e la transizione verso un’amministrazione civile.
A quasi un anno dall’inizio della guerra, Gaza è oggi un territorio devastato, dove la sopravvivenza quotidiana è una sfida. Mentre il conflitto prosegue e le diplomazie mondiali restano impantanate, l’appello delle organizzazioni umanitarie è unanime: serve un cessate il fuoco immediato, l’apertura di corridoi sicuri e il ripristino dell’accesso agli aiuti essenziali.










