Una stanza ordinata, lo zaino pronto per il ritorno a scuola, qualche chat con la sorella. Poi, il silenzio. Paolo, poco meno di 15 anni, ha deciso di “spegnersi”, come ha detto il parroco durante i funerali celebrati al santuario di Santi Cosma e Damiano, vicino Latina. Alla vigilia del secondo anno in un istituto tecnico, quel ragazzo educato e rispettoso non ce l’ha fatta più.
«Quella stessa sera avevamo cenato insieme», racconta il padre Giuseppe. «Non era triste: ha preparato lo zaino, annotato sul diario cosa portare a scuola. Poi è andato in camera sua». Nessun segnale eclatante, se non una frase ripetuta con insistenza: «Che palle, devo tornare a scuola». Un malessere silenzioso che i genitori non avevano immaginato potesse trasformarsi in una decisione estrema.
La famiglia ricorda episodi gravi già dalle elementari: «Avevamo denunciato un compagno che si presentò in classe con un coltello dicendo di voler ammazzare nostro figlio. Una maestra, invece di fermare la situazione, incitava gli alunni gridando “Rissa, rissa”. Quella denuncia fu archiviata».
Nemmeno i cambi di scuola hanno spezzato la catena di isolamento e derisioni. Alle medie Paolo chiese di stare in classe con alcuni amici, ma fu escluso. Negli anni successivi veniva preso in giro per il suo caschetto biondo: lo chiamavano “Paoletta” o “Nino D’Angelo”, paragoni che ferivano più di quanto gli altri immaginassero.
«Era diverso dagli altri», dice il padre. «Educato, rispettoso. Se c’era un problema lo segnalava agli insegnanti, e per questo lo accusavano di essere uno spione».
Il cantante, saputo che il suo nome era diventato oggetto di scherno contro Paolo, ha dedicato al ragazzo un messaggio sui social:
«Perdonaci Paolo se non abbiamo saputo aiutarti e scusami se ti hanno dato il mio nome. Io mi sento piccolo piccolo e non so trovare una spiegazione. Quale solitudine può confondere i pensieri di un ragazzino fino a portarlo a fare un gesto simile? Dov’eravamo noi, dov’erano le parole che avrebbero dovuto far capire ai suoi amici che certe cose non si possono dire, fanno troppo male. Così male da uccidere un ragazzo della loro stessa età…»










