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Oscuramento dei profili social dei criminali: la proposta della Lega tra simbolismo e propaganda

Luciana Esposito di Luciana Esposito
1 Agosto, 2025
in In evidenza, News
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Oscuramento dei profili social dei criminali: la proposta della Lega tra simbolismo e propaganda
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Tra le proposte di legge presentate lo scorso giovedì 31 luglio in Senato, ha attirato particolare attenzione quella che prevede l’oscuramento dei profili social dei condannati per reati gravi. L’iniziativa è stata annunciata contestualmente all’ufficializzazione della candidatura con la Lega di Daniela Di Maggio, madre di Giovanbattista Cutolo, il giovane musicista ucciso a Napoli nel 2023 per futili motivi.

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L’intento dichiarato della norma sarebbe quello di “cancellare ogni traccia dell’identità digitale del colpevole”, eliminandone i profili online e impedendone la visibilità nel mondo virtuale. Un gesto simbolico che mira, secondo i promotori, a tutelare le vittime e a impedire che i criminali continuino a ricevere visibilità, consensi o persino “tributi” post-condanna.

Al di là dell’impatto mediatico, la proposta appare inutile sul piano pratico e rischiosa su quello culturale. Chi conosce le dinamiche dei social network sa che basta poco per creare un nuovo profilo, magari gestito da terzi, e continuare a comunicare o costruire narrazioni di sé. L’idea che si possa “eliminare” una persona dal digitale per decreto è, oltre che tecnicamente fragile, una forma inquietante di censura punitiva.

Ma soprattutto, ciò che la proposta rivela è un cambio di paradigma nella gestione del crimine: non più giustizia come recupero e reinserimento sociale, ma come annientamento simbolico del colpevole. L’odio verso il carnefice diventa la cifra della risposta istituzionale, in un’epoca dove il consenso si costruisce anche (e soprattutto) sulla base del rancore.

Un altro nodo cruciale è la narrazione tossica che spesso si genera attorno agli autori di delitti efferati. Ma non sono loro – spesso reclusi, senza accesso diretto alla rete – a generare consenso online. A farlo è l’ambiente esterno: familiari, amici, simpatizzanti, contesti devianti che usano i social per umanizzare, giustificare, persino mitizzare il criminale, nel tentativo di alleggerire la sua posizione o evitarne un possibile crollo emotivo che potrebbe sfociare in una collaborazione con la giustizia.

Dunque, l’oscuramento del singolo profilo non colpisce la radice del problema, ma agisce in superficie, nella logica del gesto esemplare, del “colpire per dare un segnale plateale”. In questo senso, appare più come uno spot elettorale che una reale misura di contrasto alla criminalità.

Preoccupa l’assenza, nel discorso politico che accompagna questa proposta, di qualsiasi riferimento alla rieducazione, al reinserimento, alla riabilitazione. Non c’è traccia di politiche che investano nella formazione, nel lavoro in carcere, nel recupero sociale dei detenuti. L’unica narrazione possibile sembra quella del “nemico da annientare”, dell’identità da cancellare, del reo che non deve più esistere, né offline né online.

Un muro contro muro che non fa che esasperare le tensioni e radicalizzare le posizioni. Che non cerca di ricostruire, ma solo di punire e dividere.

Infine, la coincidenza tra la presentazione della proposta e la candidatura di Daniela Di Maggio nelle liste della Lega per le prossime regionali in Campania solleva più di un interrogativo. Soprattutto se si considera che la Lega ha sempre avanti un’agenda fortemente anti-meridionale, cercando in ogni modo di “sganciare” il Sud dal discorso nazionale, salvo poi riscoprire attenzione e sensibilità quando serve a guadagnare consensi in chiave locale.

Il dramma di una madre che ha perso un figlio in circostanze terribili non dovrebbe mai diventare merce di scambio politico. Eppure, la sensazione è che ancora una volta il dolore sia stato incanalato in una proposta semplicistica e inefficace, ma politicamente spendibile.

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