A cinque anni dalla morte di Mario Paciolla, volontario napoletano impegnato con le Nazioni Unite nel monitoraggio degli accordi di pace in Colombia, la sua famiglia, esperti legali e osservatori internazionali continuano a sostenere che non si sia trattato di un suicidio. Di seguito, tutte le motivazioni che mettono in discussione la versione ufficiale.
1. Ferite incompatibili con un suicidio
Polsi tagliati, lesioni e graffi al collo: elementi incompatibili con un gesto volontario tramite impiccagione.
La perizia medico-legale italiana (seconda autopsia) parla di segni di colluttazione e possibile tortura, evidenziando ferite “non autoinflitte” e “probabilmente subite in stato di coscienza alterata o agonica”.
2. Pulizia della scena del crimine
Quando la polizia colombiana arriva nell’appartamento di Mario, l’ambiente risulta già lavato.
Alcuni oggetti personali risultano spariti, tra cui il computer e parte dei suoi appunti.
Secondo l’inchiesta, funzionari della missione ONU avrebbero dato il permesso a soggetti esterni di ripulire la casa prima dei rilievi, alterando potenzialmente la scena del crimine.
3. Il contesto psicologico e le intenzioni di rientro
Mario aveva acquistato un biglietto per tornare in Italia il 20 luglio, cinque giorni dopo la sua morte.
Aveva scritto alla madre: “Qui le cose si sono complicate. Ho bisogno di tornare.”.
Nessun segnale di depressione pregressa. Al contrario: era motivato a tornare a casa.
4. Un diario e messaggi inquietanti
Mario aveva condiviso con familiari e amici preoccupazioni per il clima ostile che si era creato nella sede ONU.
Aveva confidato a persone di fiducia:
“Qui succedono cose strane… ho paura… ho visto troppo.”
Nelle chat si percepisce l’angoscia di chi teme di essere isolato o addirittura neutralizzato.
5. Contesto lavorativo esplosivo
Paciolla collaborava con la Missione ONU di Verifica degli Accordi di Pace tra il governo colombiano e le FARC.
In quei mesi, l’ONU era coinvolta in indagini su esecuzioni sommarie e massacri di civili, con possibili coperture.
Alcune fonti suggeriscono che Mario fosse a conoscenza di informazioni sensibili su episodi compromettenti per la missione stessa.
6. Attività sospette dopo la morte
In meno di 24 ore dalla scoperta del corpo, il consolato italiano viene informato del decesso con vaghezza.
I funzionari ONU locali si mostrano evasivi e impongono riserbo persino agli altri cooperanti.
Il corpo viene trasportato senza un esame autoptico immediato da parte delle autorità italiane.
7. Inchiesta ostacolata
La famiglia non ha potuto accedere a tutti i documenti della missione ONU.
In Italia, il procedimento penale per omicidio si è concluso con archiviazione nel 2025, ma solo per mancanza di elementi “sufficienti”, non per assenza di dubbi.
Quattro poliziotti colombiani sono stati indagati per aver coperto o favorito la pulizia della scena del crimine.
8. Testimonianze ignorate
Diverse persone a conoscenza degli ultimi giorni di Mario non sono mai state interrogate dalla giustizia italiana.
Giornalisti come Claudia Julieta Duque (Colombia) hanno raccolto testimonianze che puntano su pressioni e intimidazioni interne alla missione ONU.
Nonostante l’archiviazione disposta di recente, il caso Mario Paciolla non è stato chiarito. Le ferite, le dinamiche della scena, le motivazioni personali, e il contesto geopolitico in cui si trovava rendono inverosimile la tesi del suicidio. La famiglia, gli attivisti e numerosi osservatori chiedono alla Farnesina, all’ONU e al sistema giudiziario italiano la riapertura delle indagini per onorare la memoria di un uomo che ha creduto nella pace, nella giustizia e nella verità.










