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2 luglio 1983: l’ultimo giorno di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, le vittime del “massacro di Ponticelli”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
1 Luglio, 2025
in Cronaca, In evidenza
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“Massacro di Ponticelli”, i tre condannati: “continueremo a lottare per ottenere verità e giustizia”
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Un giorno d’estate come tanti, in un quartiere popolare segnato da povertà, speranze e contraddizioni. Era sabato, e per due bambine di nome Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, rispettivamente di 7 e 10 anni, sembrava solo un altro pomeriggio da trascorrere tra giochi, risate e sogni infantili. Ma quel giorno segnò tragicamente la fine della loro breve vita, diventando una delle pagine più oscure e crudeli della cronaca napoletana: il massacro di Ponticelli.

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Come ogni anno, le strade si vestivano a festa per la ricorrenza della Madonna delle Grazie, una delle celebrazioni più sentite dalla comunità. Tra bancarelle, fuochi d’artificio e processioni, si respirava un’aria di attesa, di devozione popolare e spensieratezza.

Barbara e Nunzia, vicine di casa, amiche inseparabili, accomunate da quell’energia innocente tipica dell’infanzia. Quel sabato pomeriggio però qualcosa cambiò per sempre. Le bambine uscirono di per recarsi a un appuntamento: dovevano incontrare un ragazzo più grande di nome Gino, “tutte lentiggini”, questo il soprannome che gli avevano dato.

Un volto familiare nel quartiere? Uno sconosciuto che si era guadagnato la loro fiducia? Su questo dettaglio non ci fu mai piena chiarezza.

L’ultima testimonianza delle due bambine risale proprio al tardo pomeriggio del 2 luglio. Furono viste nei pressi della pizzeria “La Siesta”, mentre salivano su una Fiat 500 blu. Da quel momento, Barbara e Nunzia scomparvero nel nulla.

Quando si fece buio e le bambine non tornarono a casa, le famiglie diedero l’allarme e gli abitanti del cominciarono a cercarle freneticamente, setacciarono i campi, ma delle bambine nessuna traccia. La mattina seguente, la terribile scoperta: i corpi senza vita di Barbara e Nunzia vennero ritrovati poco distante dal rione Incis, abbandonati tra sterpaglie e rifiuti, parzialmente carbonizzati.

L’opinione pubblica fu colpita con forza: due bambine uccise barbaramente, senza alcuna colpa. Un’intera città si strinse nel dolore, incredula di fronte a un crimine tanto efferato quanto inspiegabile. Forte era la paura che altri bambini potessero essere in pericolo e alle forze dell’ordine spettava il compito di trovare “il mostro” nel minor tempo possibile.

L’epilogo giunse poche settimane dopo, al culmine di indagini controverse, segnate da un clima teso e minato da percosse e minacce ai testimoni convocati in caserma. In questo clima diedero dati in pasto alla stampa e all’opinione pubblica i volti e i nomi di tre giovani frequentatori dello stesso cortile del rione Incis dove le bambine erano solite intrattenersi a giocare: Giuseppe La Rocca, Luigi Schiavo e Ciro Imperante.

Nel giro di pochi giorni, tre giovani del quartiere – Giovanni Gargiulo, Luigi Schiano e Luigi Murolo – vennero arrestati e accusati del massacro. Secondo l’accusa, i tre avrebbero attirato le bambine con una scusa e, dopo averle aggredite, le avrebbero uccise per non lasciare testimoni. Le versioni fornite dai sospettati, le confessioni e le successive ritrattazioni gettarono però fin da subito un’ombra sull’intera vicenda.

Nessuno dei tre fu mai direttamente collegato alla Fiat 500 blu, né venne mai chiarito chi fosse davvero quel “Gino tutto lentiggini” di cui Barbara e Nunzia avevano parlato. I tre furono accusati sull’esclusiva base delle dichiarazioni rese dal supertestimone Carmine Mastrilo, un giovane ragazzo disabile del rione Incis che poi durante il processo ritrattò le accuse.

Il processo si concluse con la condanna all’ergastolo per i tre. Ma molti elementi restarono irrisolti.

La storia del massacro di Ponticelli non è solo una tragica cronaca nera. È anche il riflesso di una comunità abbandonata, di un sistema che spesso cerca soluzioni rapide, e di due piccole vite che meritavano di essere protette.

Tutt’oggi restano legittimi dubbi sulla solidità del processo: confessioni ottenute in condizioni poco chiare, testimoni reticenti, prove inconsistenti.

Il massacro di Ponticelli resta, ancora oggi, una ferita aperta. Non solo per la brutalità del crimine, ma anche per la sensazione di qualcosa di irrisolto, di sommerso.

Oggi, come allora, la verità resta un dovere.

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