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Agguato a Ponticelli, i familiari della vittima: “Enrico non era un camorrista. Basta gettare fango”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
10 Gennaio, 2025
in Cronaca, In evidenza
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Agguato a Ponticelli, i familiari della vittima: “Enrico non era un camorrista. Basta gettare fango”
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Sono ore drammatiche e dolorose per i familiari di Enrico Capozzi, il 36enne ucciso in un agguato di camorra nella serata di venerdì 9 gennaio, nel Parco Merola di Ponticelli, il rione dove viveva e dove ha trovato ad attenderlo i sicari che, a bordo di uno scooter, gli hanno esploso contro almeno 5 colpi di pistola. Una vera e propria esecuzione che non ha lasciato scampo al giovane, padre di tre figli, spirato durante la corsa disperata all’ospedale del Mare di Ponticelli.

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Proprio in riferimento all’arrivo dei parenti in ospedale, gli organi di stampa hanno riportato la prima di una lunga serie di notizie non veritiere. In un comunicato da parte dell’associazione a tutela dei camici bianchi “Nessuno tocchi Ippocrate” si riferiva che i parenti della vittima avevano “messo a soqquadro” il nosocomio, ma la notizia è stata completamente travisata dai media che hanno dato ampio risalto alla vicenda – a discapito del grave scenario in cui è maturato l’agguato – raccontando di una “struttura ospedaliera gravemente danneggiata, distrutta e vandalizzata”. La notizia è stata smentita stamane da Ciro Verdoliva, direttore generale dell’Asl Napoli 1 che in un comunicato stampa ha chiarito quanto segue:

Sia nell’area della “camera calda” che nell’area di attesa del pronto soccorso si sono presentate, a distanza di pochi minuti dall’accesso del paziente, alcune decine di persone – parenti e conoscenti del paziente che hanno iniziato ad esternare la loro rabbia ed il loro dolore con urla, svenimenti, tentando finanche di accedere all’interno dell’area attiva di emergenza.

Capozzi è stato sicuramente vittima di una vendetta trasversale, voluta per indirizzare un monito ai Sarno intenzionati a tornare a Ponticelli, ma che al contempo ha chiuso quel conto in sospeso con il clan De Micco, scaturito dalla denuncia sporta nei confronti di Antonio Nocerino detto brodino. Una denuncia che dopo un lungo e concitato calvario, portò all’arresto della figura apicale dei cosiddetti “Bodo” a maggio del 2023.

Eppure, questa verità, sembra che faccia fatica ad emergere o che non piaccia a qualcuno e per questo a tenere banco sono una serie di fake news che stanno contribuendo a gettare fango sulla vittima e sui suoi familiari. Proprio per rivendicare il doveroso rispetto che rivendica la morte violenta di un giovane padre di famiglia, rimasto vedovo all’età di 34 anni, i familiari di Capozzi invitano la stampa a verificare con maggiore attenzione le notizie riportate.

“Apprendiamo da diversi organi di stampa che a carico di Enrico figuravano precedenti per usura e associazione mafiosa. – fanno sapere i familiari di Capozzi – Smentiamo con fermezza questa calunnia. Enrico aveva solo un precedente che risaliva a quando era ragazzo. Non era un camorrista ed è vergognoso che venga descritto come tale, sulla base di notizie non veritiere o per i suoi vincoli di parentela.”

Capozzi è il figlio di una delle cugine dei Sarno e il cognato di Pasquale Scognamillo detto “bombò”, ras della droga attualmente detenuto, ma non è mai stato direttamente coinvolto nelle dinamiche camorristiche del quartiere. La sua decisione di discostarsi dalle logiche malavitose, l’ha evidenziata proprio quando ha chiamato in causa lo Stato denunciando il suo estorsore. Una denuncia che maturò in un clima teso, minato da plurimi atti intimidatori e dalla paura di ritorsioni. Capozzi non ha mai consentito alla paura o alle logiche camorristiche di prendere il sopravvento e stava portando avanti con convinzione la sua battaglia, auspicando in una giusta condanna per il suo estorsore.

In quella denuncia e nei tanti articoli che riportarono la notizia dell’arresto suo estorsore, Capozzi veniva descritto come un imprenditore minacciato da una figura apicale del clan De Micco di Ponticelli che gli aveva indirizzato una grossa richiesta estorsiva: trentamila euro. Un pedaggio da corrispondere al ras che era stato scarcerato di recente, se voleva che il suo distributore di benzina continuasse a lavorare tranquillamente. Tant’è vero che in seguito al diniego di Capozzi di assecondare la richiesta estorsiva di Nocerino, il distributore fu danneggiato e fu costretto a cessare l’attività. Inspiegabile e paradossale la narrazione che i media stanno ora, in seguito all’agguato in cui ha perso la vita Capozzi, trattandosi dello stesso soggetto che appena un anno e mezzo fa veniva descritto come “un imprenditore che aveva denunciato la camorra e che per questo era stato costretto a chiudere la sua attività”.

Una narrazione che accresce il dolore dei familiari, già fortemente turbati dalla perdita di Enrico e che concorre a gettare fango sul cadavere di un giovane, crivellato dai colpi di pistola sparati dalla camorra e assassinato per la seconda volta dai giornali, come spesso accade in queste circostanze.

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