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“Stesa” nella notte sul luogo dell’omicidio di Vincenzo Costanzo: i nomi dei due arrestati

Luciana Esposito di Luciana Esposito
6 Maggio, 2023
in News
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Napoli: spari durante la festa scudetto, morto 26enne
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La notte scorsa, due giovani di Ponticelli sono tornati in piazza Volturno a Napoli, 24 ore dopo l’agguato di camorra in cui ha perso la vita il ras del Conocal Vincenzo Costanzo. I due si sono recati sul luogo del delitto per compiere “una stesa”, ma una voltante della Polizia di Stato li ha intercettati e arrestati.

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Si tratta di due giovanissimi, imparentati con Costanzo: due cugini, uno diretto, in quanto figlio della sorella della madre; l’altro acquisito, in quanto marito della cugina.

I due sono tornati sul luogo del delitto per compiere un’azione eclatante, finalizzata a lanciare un monito ai presunti responsabili dell’omicidio di Costanzo a suon di spari o forse per inscenare un depistaggio con l’intenzione di indurre gli inquirenti che indagano sul caso a seguire piste alternative a quella che conduce all’epurazione interna al clan al quale il ras ucciso era affiliato. Saranno le indagini in corso a far luce su entrambe le vicende.

La notte scorsa, le manette sono scattate per Gaetano Maranzino, 24 anni il prossimo 12 maggio, figlio di Italia Scarallo, sorella di Nunzia – madre di Costanzo – e di Marco Maranzino, soggetto che annovera un curriculum criminale ricco di reati: furti, rapine, spaccio di droga ai quali si aggiungono le estorsioni praticate in un passato più recente.

L’altro giovane arrestato è Matteo Nocerino, giovanissimo rampollo di una delle famiglie camorristiche più longeve di Ponticelli. Nipote di Ciro Nocerino, cutoliano di ferro e figlio di Massimo Nocerino detto Patacchella, elemento di spicco della mala ponticellese durante l’era dei Sarno, attualmente detenuto, ma soprattutto cugino di Antonio Nocerino detto “brodino”, figura apicale del clan De Micco. Sposato con una delle cinque figlie del boss Antonio D’Amico, fondatore dell’omonimo clan e fratello di Annunziata D’Amico, la donna-boss uccisa nel rione Conocal proprio dai De Micco e che bramava di sciogliere suo cugino “brodino” nell’acido. Nato e cresciuto a San Rocco, storica roccaforte dei De Micco, insieme ai figli delle figure apicali della cosca ai quali è profondamente legato, la sua unione con la figlia del boss D’Amico ha favorito l’insediamento dei De Micco nel Conocal, bunker dei cosiddetti “fraulella” che Annunziata D’Amico ha per l’appunto cercato di preservare a costo della vita.

Accadeva nel 2015, ma in uno scenario camorristico fluido e confusionario come quello ponticellese le dinamiche evolvono rapidamente, ridisegnando trame imprevedibili fino a pochi mesi prima.

Malgrado i video che ritraggono i giovani rampolli del nuovo clan D’Amico complici e sorridenti, intenti a godersi una serata in discoteca in compagnia dei coetanei contigui al clan De Micco, i rapporti che intercorrevano tra le parti, di recente, erano tutt’altro che distesi.

Discussioni, liti perfino sedate con gli spari, malcontenti e dissidi erano all’ordine del giorno e avrebbero concorso notevolmente a minare gli equilibri interni al clan.

Negli ultimi tempi, secondo quanto riferito dagli abitanti del Conocal, Nocerino sarebbe subentrato a Costanzo nella reggenza del clan, reo di essere diventato inaffidabile per effetto delle droghe di cui abusava ultimamente. Una condotta nella quale i sodali rilevavano un pericolo tangibile, soprattutto in caso di arresto: il rischio che Costanzo potesse pentirsi, perchè incapace di controllare azioni ed emozioni, esponeva l’intera organizzazione a quel genere di minacce che è bene stroncare sul nascere. Questo lo scenario ricostruito tra i palazzoni del Conocal già nei giorni precedenti all’agguato, abbondantemente annunciato proprio dalle dinamiche che si stavano delineando.

Di contro, nessuno degli elementi emersi confermerebbe una pista diversa dall’agguato di matrice camorristica.

L’elevato numero di colpi esplosi, almeno sette, principalmente indirizzati a Costanzo, sbugiardano la tesi del “proiettile vagante” o delle pistolettate sparate alla cieca “solo “per festeggiare”. Così come non risulta che il 26enne avesse conti in sospeso con soggetti riconducibili ai clan operanti nella zona in cui è avvenuto l’agguato, in questo caso si sarebbe guardato bene dal partecipare alla festa scudetto proprio in quella sede. Appare, invece, molto più ragionevole che si sia allontanato da Ponticelli proprio per concedersi una serata distesa, prendendo le distanze da quel contesto in cui era costretto a respirare un clima decisamente pesante.

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