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I De Micco di Ponticelli più sfrontati e violenti rispetto al passato: ecco perché

Luciana Esposito di Luciana Esposito
19 Aprile, 2023
in Cronaca, In evidenza
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I De Micco di Ponticelli più sfrontati e violenti rispetto al passato: ecco perché
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I De Micco-De Martino detengono saldamente il controllo dei traffici illeciti a Ponticelli.

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Sempre più leader solitari, sempre più temuti e rispettati tra le strade di quel quartiere che seguitano a macchiare di sangue e spari. Le tensioni dei mesi scorsi, scaturite dal moto di ribellione dei De Luca Bossa sono ormai un lontano ricordo. Le plurime fibrillazioni registrate nel momento in cui la cosca fondata da Marco De Micco ha attraversato un oggettivo momento di difficoltà, proprio in seguito all’arresto di quest’ultimo, avevano messo a dura prova la stabilità del clan che ha rischiato, ancora una volta, di dover cedere il posto ai rivali galvanizzati, di contro, dalle scarcerazioni eccellenti di diversi elementi di spicco, uno su tutti Christian Marfella. Proprio come accadde nel 2017, contestualmente al blitz che spalancò le porte del carcere a Luigi De Micco – boss reggente del clan in quel momento storico – e ad altri 22 “pezzi da novanta” dell’organizzazione, tra i quali Antonio De Martino detto “XX”. Proprio il fratello minore di “XX”, affiancato dagli “amici del rione” in cui la famiglia De Martino è saldamente radicata, tentarono di contrastare l’ascesa dei vecchi clan di Napoli est confluiti in un unico cartello, riuscendo però soltanto a preservare il controllo dei loro arsenali.

Una lezione di cui ha fatto tesoro il boss Marco De Micco: lo ha dimostrato palesemente non appena è tornato a mostrarsi in pubblico, nella rovente estate targata 2021, quando è giunto a Ponticelli dopo aver trascorso all’incirca 10 anni in carcere. Una scarcerazione che maturò nel momento più propizio, il boss riuscì a riappropriarsi del controllo del territorio senza particolari affanni e soprattutto senza spargimento di sangue. Tuttavia, nella mente del boss sono rimaste ben scalfite le mortificazioni subite quando a dominare la scena camorristica erano i rivali, a partire dalle “pazzignane” che proprio poche ore dopo il blitz che ha introdotto la fine della prima era camorristica dei De Micco si recarono presso il garage gestito dai loro familiari per comunicare che da quel momento avrebbero smesso di versare nelle casse del clan la tangente sulle piazze di spaccio che gestivano. Un atto di ribellione che ufficializzò la cessata volontà di riconoscere l’egemonia della cosca che il boss Marco De Micco ha fatto pagare alacremente alle “reduci” del clan delle “pazzignane”, ridimensionate a loro volta dagli arresti, messe in una posizione delicata da un pentimento eccellente: quello di Tommaso Schisa, il primogenito di Luisa De Stefano, “mamma-matrona” dell’organizzazione.

Tutti i parenti di coloro che in maniera diretta o indiretta avevano favorito l’ascesa dei clan alleati sono stati puniti a dovere: taglieggiati e minacciati, tenuti a versare ingenti somme di denaro alla cosca tornata alla ribalta per evitare di imbattersi in guai più seri.

Seppure il periodo di magra per i De Micco sia durato relativamente poco e complice la nota capacità del clan di investire in business illeciti che si proiettano ben oltre il mero spaccio di droga, quella condizione di temporanea sottomissione non ha gravato particolarmente sulle finanze del clan che tuttavia ha subito il colpo più brusco all’orgoglio. Lo comprova ogni singola azione compiuta nel corso del secondo mandato di Marco De Micco in veste di boss. Una leadership durata esattamente un anno, ma il boss è nuovamente tornato in carcere non lasciandosi cogliere impreparato. Prima di dire nuovamente addio alla sua libertà ha infatti conferito un nuovo assetto alla sua organizzazione, designando il broker della droga Ciro Naturale suo erede alla guida degli affari illeciti, mentre prima il giovane Salvatore De Martino e poi il padre Francesco detengono il saldo controllo del braccio armato del clan. Le azioni militari, agguati e non solo, infatti, vengono eseguiti da un esercito ben addestrato.

Ciononostante, anche nei mesi successivi all’arresto del boss Marco De Micco alla porta del suo clan sono tornati a bussare i fantasmi del passato: la guerra con i De Luca Bossa, le bombe, “le stese”, i mancati agguati, il pentimento di Antonio Pipolo, maturato per giunta dopo l’assassinio di un fedele affiliato come Carlo Esposito e del 52enne Antimo Imperatore, estraneo alle dinamiche camorristiche. L’assedio de rivali, fomentato da una serie di scarcerazioni, la cosca costretta a fare i conti con una serie di criticità, poi il blitz che a novembre ha rotto gli indugi decapitando il cartello costituito dai clan alleati, favorendo stavolta l’ascesa dei De Micco-De Martino che di contro hanno beneficiato di una serie di scarcerazioni eccellenti e di un clamoroso accordo con i giovani eredi del clan D’Amico del Conocal.

Rispetto al passato, i Bodo appaiono ancora più incattiviti, complice il brusco abbassamento dell’età media del clan, prettamente costituto da giovani spregiudicati, ma anche e soprattutto i mostri del passato concorrono a fare la differenza. Non è solo rivalsa o vendetta, braccare i reduci degli altri clan ancora presenti sul territorio vuol dire esorcizzare la paura di vedersi nuovamente scippare lo scettro dell’impero del male, equivale a mettere le cose in chiaro dissuadendo con fatti espliciti ed inquietanti l’eventuale brama di ribellione dei dissidenti.

Dopo il periodo, seppure breve, in cui i De Micco si sono visti costretti a riconoscere la supremazia dei rivali, nella fattispecie, del cartello camorristico costituito dai vecchi clan dell’ala orientale di Napoli, i quali sono riusciti a detenere il controllo dei traffici illeciti dal 2018 al 2021, la cosca mostra la ferma e violenta volontà di evitare che il passato si ripeta.  

Nei rioni in odore di camorra del quartiere li chiamano “abusi” e rappresentano l’insieme delle pratiche violente, imposizioni, minacce, tangenti, ritorsioni che soprattutto gli affiliati più giovani si divertono a infliggere ai relitti di quelli che un tempo erano i clan che osteggiavano “i Bodo”: “le pazzignane”, i Casella, i Minichini-De Luca Bossa. Organizzazioni ormai indebolite dagli arresti e dagli omicidi, incapaci di osteggiare la cosca egemone, numericamente ed economicamente troppo forte ed organizzata, ma ciononostante sempre concentrata a preservare il controllo di tutto e tutti, dal vicolo più angusto al pusher più insignificante.

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