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Dal desiderio di vendetta al mancato agguato: la storia camorristica di Christian Marfella

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
13 Aprile, 2023
in Cronaca, In evidenza
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Camorra Ponticelli, lo chiamano “il nuovo clan” egemone, ma in realtà di nuovo non c’è nulla
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Christian Marfella è un predestinato, uno dei tanti giovani napoletani condannati dalla camorra prima di nascere. Frutto di un’unione contestatissima, quella tra Teresa De Luca Bossa, la donna-boss del Lotto O, e il boss di Pianura Giuseppe Marfella. Una relazione extraconiugale che contribuì a sancire la rottura tra i Sarno e i De Luca Bossa, in quanto i boss di Ponticelli stabilirono che spettava a Tonino ‘o sicco, alias Antonio De Luca Bossa, figlio di Teresa e Umberto, la decisione in merito alla “punizione” da infliggere alla madre adultera e al suo amante. Fu proprio la donna a far leva sulle paure del figlio per salvare lei e il suo uomo dalla condanna a morte prevista in casi analoghi dal codice d’onore dell’epoca, inculcando in lui la convinzione che i Sarno avrebbero ucciso sicuramente anche lui. Da questo retroscena nasce la crepa che inizia a minare i rapporti tra le due organizzazioni che per decenni hanno dominato unite e indisturbate la scena camorristica ponticellese e che raggiungerà il punto di non ritorno con l’attentato con autobomba voluto da Antonio De Luca Bossa per uccidere il boss Vincenzo Sarno, ma che costò la vita al giovane nipote e autista del boss, Luigi Amitrano, complice il dissesto del manto stradale che provocò l’esplosione dell’ordigno prima del previsto.

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In questo clima nasce e cresce Christian Marfella, l’unico dei figli del boss di Pianura che preferisce servire la causa ponticellese, animato dall’intenzione di emulare le gesta del fratellastro Antonio e conferire lustro e rispetto al clan da lui fondato. Un intento palesato tatuandosi sul collo il soprannome del fratellastro “Tonino ‘o sicco”: un collier che esibisce con fierezza e dal quale trapela tutto l’orgoglioso senso d’appartenenza ad una delle famiglie camorristiche più datate di Ponticelli.

L‘eterna faida con i De Micco prese il via proprio negli anni in cui Marfella si avviò alla carriera camorristica che manifestò fin da subito con una serie di azioni eclatanti un certo livore criminale: dalla gambizzazione di Danilo La Volla, alias “scarola”, gestore di una piazza di droga per conto dei de Micco, nel circolo ricreativo di Danilo Sorrentino nel Lotto 10, fortino dei rivali; all’incursione armata in un centro scommesse di Santa Croce, voluta per uccidere Luigi De Micco, nella quale un soggetto rimase ferito a un orecchio. Un agguato eseguito con il supporto di Gennaro Castaldi e Antonio Minichini, nipote di Marfella, in quanto figlio di Anna De Luca Bossa e del boss Ciro Minichini, braccio destro di Tonino ‘o sicco. Proprio Castaldi e Minichini persero la vita in un agguato che maturò in quel periodo storico e che ha sancito il punto di non ritorno nell’ambito della guerra tra le due fazioni, da quel momento in poi in rotta di collisione non solo per il controllo del territorio, ma anche per vendicare quell’agguato che ha inflitto un durissimo colpo alle famiglie Minichini-De Luca Bossa.

Antonio Minichini e Christian Marfella

La vendetta, a partire da quel momento, diventa uno dei sentimenti dominanti che ispira le gesta camorristiche di Marfella che si mette in evidenza anche per le azioni intimidatorie indirizzate ai parenti di Sarno rimasti a Ponticelli per indurre gli ex boss passati dalla parte dello Stato a tornare sui loro passi. Protagonista delle reiterate minacce indirizzate a Carmine Sarno detto Topolino, fratello degli ex boss di Ponticelli, estraneo alle dinamiche camorristiche che fu costretto a disfarsi dell’impresa di pulizie che gestiva e soprattutto dell’agenzia di cantanti neomelodici. Marfella fu arrestato all’età di 19 anni per i reati di lesione personale, detenzione illegale e porto abusivo di armi. La sezione omicidi della Squadra Mobile di Napoli lo stanò in un appartamento a Gricignano Di Aversa, località in cui risiedono alcuni parenti della famiglia De Luca Bossa, mettendo fine alla latitanza che era iniziata te mesi prima, dopo che si era allontanato dalla comunità presso cui si trovava agli arresti domiciliari in quanto indagato proprio per minaccia aggravata. Nuovamente arrestato tre anni dopo, per le gesta compiute in concerto con il clan D’Amico. Una detenzione che non ha ridimensionato il suo coinvolgimento nelle dinamiche camorristiche del clan di famiglia, così come comprovano le intercettazioni che dal 2016 hanno infatti ricostruito i dialoghi con le figure apicali della cosca: i fratelli Michele e Alfredo Minichini, il fratellastro Giuseppe De Luca Bossa e il nipote Umberto De Luca Bossa. Marfella, tra l’altro, nutre una viva antipatia per “le pazzignane”, tant’è vero che quando telefona a Michele Minichini ed è Gabriella Onesto a rispondere, stronca sul nascere la conversazione staccando la chiamata. In più circostanze Marfella manifesta il suo disappunto per questa condotta a Minichini, palesando la sua avversione per la Onesto e le altre parenti.
Inoltre, Marfella ha utilizzato il periodo trascorso in carcere per rinsaldare e fortificare i rapporti con altri affiliati detenuti, come Ciro Contini con il quale divideva la cella e il telefono cellulare che fu poi sequestrato nel corso di una perquisizione.

Quando torna a Ponticelli, nell’estate del 2022, Marfella dimostra subito di essere intenzionato a fare i conti con quel livore di vendetta che nel frattempo si è intensificato, complice l’assassinio di Carmine D’Onofrio, figlio naturale di Giuseppe De Luca Bossa, ucciso ad ottobre del 2021. Pochi mesi prima della sua scarcerazione, i De Micco gli hanno ucciso un altro nipote.

29 anni compiuti a febbraio, gli ultimi 10 dei quali trascorsi in regime detentivo. Scarcerato lo scorso giugno, le porte del carcere per Marfella si sono riaperte dopo appena 5 mesi, tre dei quali agli arresti domiciliari, monitorato a distanza con il braccialetto elettronico e pertanto autorizzato ad uscire solo una volta a settimana per poche ore. Una libertà limitata che fin da subito ha speso per palesare le sue intenzioni agli acerrimi rivali di sempre: i De Micco-De Martino che proprio durante una delle consuete scorribande a bordo della sua moto, lo attesero nel rione De Gasperi, sicuri che sarebbe passato di, lì per ucciderlo. Un agguato al quale Marfella scampò grazie alle sue note doti di centauro, praticando una serie di manovre rocambolesche che gli consentirono di schivare i proiettili esplosi da un sicario a bordo di un’auto di grossa cilindrata che lo inseguì fino a via De Meis. La scheggia di uno di quei proiettili ferì superficialmente un bambino che giocava insieme ai suoi coetanei nel cortile del rione.

Marfella attirò l’attenzione dei rivali anche con una serie di azioni strategiche volte a minarne l’egemonia. Nella fattispecie, si presentò al cospetto dei gestori della piazza di droga più redditizia del quartiere, quella radicata nell’isolato 2 e 3 del Rione De Gasperi e riconducibile a Salvatore Romano detto ‘o nippolo e Patrizia Busiello, i quali erano tenuti a versare una tangente di 250 euro a settimana e ad acquistare 100 grammi di crack a settimana da Ciro Naturale detto ‘o mellone, il soggetto subentrato a Marco De Micco nel controllo dell’omonimo clan in seguito al suo arresto. Il leader del clan De Luca Bossa propose loro di acquistare 50 grammi di crack dalla sua cosca e 50 da Naturale. Un escamotage apparentemente insignificante, ma che nel gergo camorristico annuncia l’intenzione di minare l’egemonia del clan che detiene il controllo degli affari illeciti.

Christian Marfella fu soprattutto ideatore e promotore della “notte delle bombe” che andò in scena a Ponticelli nella notte tra il 22 e il 23 luglio scorsi, nel corso della quale si registrò l’esplosione di tre ordigni a distanza ravvicinata: due indirizzati ai De Micco-De Martino, uno a Marfella, all’esterno dell’abitazione di sua sorella nel rione Lotto O, dove stava scontando gli arresti domiciliari.

La prima alle ore 00.54 in via Virginia Woolf nei pressi dell’abitazione di Ciro Naturale, uomo di vertice del clan De Micco, la seconda, alle ore 02 circa, sotto l’abitazione di Marfella la terza alle ore 03 in via Pacioli, zona controllata dai De Micco.

Proprio dai dialoghi intercettati in casa Naturale nelle concitate fasi che seguirono l’esplosione dell’ordigno che distrusse la Jeep della moglie del ras, ma anche diverse auto di gente comune parcheggiate accanto, trapela tutta la brama di vendetta covata da Marfella.

La figlia di Naturale riferì di essere stata bersaglio per strada di atti intimidatori e di minacce di morte ad opera di Marfella che le aveva chiesto di comunicare a suo padre che i De Micco gli avevano ucciso due cugini e adesso toccava a loro, come vendetta, avrebbero dovuto perdere due sorelle, alludendo proprio alle due figlie dell’erede di Marco De Micco, Ciro Naturale.

Consapevole di essere probabilmente intercettato, Marfella è solito tenere alto il volume della radio o della televisione con il chiaro intento di coprire le conversazioni che si consumano presso l’abitazione di sua sorella Zaira che lo ospita per non consentire agli inquirenti di ricostruire i dialoghi che intrattiene con i suoi familiari e con gli affiliati al clan, assidui frequentatori di casa Marfella-De Luca Bossa.

Una libertà della quale Marfella ha beneficiato per circa due mesi, quelli trascorsi dalla fine dei domiciliari al blitz che lo scorso 28 novembre lo ha ricondotto in carcere, insieme alle figure apicali del cartello camorristico di cui è stato perno portante.

Anche lui, come i fratelli Minichini, fratellastri di Antonio, è ritornato in carcere senza riuscire a portare a compimento la vendetta contro gli odiati rivali, pur avendo cercato in più circostanze di uccidere il rampollo di casa De Micco.

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