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Ponticelli, il racconto delle vittime del “boss-stalker”: “Ecco come ci ha perseguitate”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
24 Novembre, 2025
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli, il racconto delle vittime del “boss-stalker”: “Ecco come ci ha perseguitate”

©p.destefano-scaled

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Uno scenario inimmaginabile, quello emerso all’indomani del blitz che lo scorso 28 novembre ha fatto scattare le manette per oltre 60 soggetti contigui al clan Minichini-De Luca Bossa-Casella-Schisa-Aprea-Rinaldi, operanti nell’area orientale di Napoli. In seguito alla cattura di uno degli elementi di spicco del cartello camorristico costituito dai vecchi clan di Napoli est, diverse giovani donne hanno contattato la nostra redazione per raccontare il calvario subìto in silenzio in un passato recente.

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Donne che non si conoscono tra loro, tutte principalmente residenti a Ponticelli, qualcuna invece vive altrove e si reca quotidianamente nel quartiere per motivi di lavoro.

Sono tutte convinte di essere state le uniche a subire le “attenzioni speciali” di un noto boss del quartiere, ignare del fatto che con la loro testimonianza hanno concorso a delineare l’identikit di uno stalker seriale.

La vittima prescelta presenta caratteristiche ben precise: giovane ragazza-madre di bella presenza, costretta a fronteggiare difficoltà economiche. Ad attirare l’attenzione del boss, non solo l’aspetto fisico delle giovani donne, ma anche lo status di donna costretta a crescere i figli da sola, magari svolgendo un lavoro umile e dignitoso e pertanto tenuta a fare i salti mortali per arrivare a fine mese riuscendo a far quadrare il bilancio familiare.

La tecnica di adescamento utilizzata è un copione che si ripete in tutti i casi segnalati: un corteggiamento standard con tanto di fiori e regali costosi che tutte le donne hanno sistematicamente rispedito al mittente con educazione ed imbarazzo, suscitando così l’ira del boss. Una costante che si ripete è anche la proposta di elargire delle somme di denaro importanti per contribuire al mantenimento familiare, alleviando le pene di quelle giovani ragazze-madri, a patto che queste ultime si mostrino più carine e disponibili nei suoi confronti. Un atto di benevola magnanimità recepito da quelle donne come un vero e proprio tentativo di “comprare” la loro attenzione. E non solo quella.

Una donna intenzionata a rimboccarsi le maniche per crescere serenamente i propri figli facendo leva sulle sue sole forze, non può che essere propensa a tenersi alla larga da quel tipo di abbordaggio, seppure lo status di “boss” di quell’uomo ha concorso a turbare notevolmente le prede finite nel suo mirino, tant’è vero che qualcuna racconta di aver vissuto un vero e proprio incubo con tanto di attacchi di panico annessi. La sensazione inquietante di essere pedinate che in alcuni casi si è rivelata tutt’altro che suggestiva, ma anche la paura che quel soggetto potesse fare del male ai loro figli: queste alcune delle altre costanti che si ripetono nel racconto delle “vittime del boss-stalker”.

Malgrado il palese rifiuto, il boss non appare mai intenzionato a battere in ritirata, anzi. Le sue avances sono assidue e sempre più asfissianti, fino a trasformarsi in vere e proprie molestie, in alcuni casi, culminate anche in minacce che si sono tradotte in veri e propri atti intimidatori.

In un paio di circostanze, il boss ha fatto leva sul potere esercitato nel contesto malavitoso in cui quelle donne vivono o lavorano per indurle ad adottare un atteggiamento più accondiscendente nei suoi riguardi, pur non riuscendo ad ottenere ciò che chiedeva.

Un’auto sfasciata e la minaccia di incendiare il negozio in cui una delle giovani donne lavorava: i due episodi più inquietanti.

Motivo per il quale, l’arresto dell’uomo è stato vissuto come un’autentica liberazione da quelle donne che hanno deciso di rompere il silenzio per raccontare la loro storia. Seppure nessuna di loro abbia mai preso in considerazione l’idea di denunciare, tutte hanno concluso il loro racconto con lo stesso appello: “se tra le donne che leggeranno questo racconto, qualcuna si “riconoscerà” in questa ricostruzione, si faccia avanti per riferire quello che sa”.

Un appello seguito da una riflessione lecita: cosa accadrà, se e quando quel camorrista tornerà in libertà?

L’unica replica opportuna è quella finalizzata a spronare le vittime dello stalker a denunciare gli abusi subiti per tutelare sé stesse e i loro figli.

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