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Ponticelli: “il patto di sangue” tra due clan nato nel segno della vendetta contro i De Micco

Luciana Esposito di Luciana Esposito
10 Ottobre, 2022
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli: “il patto di sangue” tra due clan nato nel segno della vendetta contro i De Micco
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L’imminente nascita di un bambino nelle cui vene scorre il sangue dei D’Amico del Rione Conocal e dei De Luca Bossa del Lotto O: questo il retroscena destinato a mutare gli equilibri camorristici ponticellesi.

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Due clan tra i quali intercorrono da sempre rapporti amichevoli e distesi, destinati a consolidare un’unione d’intenti ben chiara, ancor più in vista della nascita di un bebè, frutto del legame tra uno dei figli della defunta Annunziata D’Amico, donna-boss assassinata il 10 ottobre del 2015 proprio mentre ricopriva il ruolo di reggente del clan fondato dai fratelli Antonio e Giuseppe e la figlia di un pezzo da novanta del clan De Luca Bossa.

Un’alleanza suggellata dalla nascita di un bambino, proprio come avveniva un tempo tra le vecchie famiglie d’onore, dove a fungere da collante è soprattutto il desiderio di vendetta contro il nemico comune.

Annunziata D’Amico fu assassinata sotto casa, nel cuore del suo fortino, il Rione Conocal, non appena fece ritorno dal carcere di Santa Maria Capua Vetere in cui era detenuto uno dei suoi sei figli. Un omicidio brutale che destò particolare scalpore, sia per le modalità d’esecuzione, sia perchè la camorra ponticellese non aveva mai impugnato le armi, prima di quel momento, per uccidere una donna, seppure contigua alla malavita. Su quell’agguato campeggia a caratteri cubitali la firma dei De Micco: gli acerrimi nemici dei D’Amico con i quali, però, anche i De Luca Bossa hanno più di un conto in sospeso.

Se è vero che Annunziata D’Amico pagò con la vita l’ostinato diniego di assoggettarsi ai De Micco, rifiutandosi di versare nelle casse degli odiati rivali una percentuale sui proventi delle piazze di droga gestite dal suo clan è altrettanto vero che gli stessi De Micco hanno inflitto due ferite ugualmente pesanti anche ai De Luca Bossa.

Il primo delitto eccellente maturò proprio nel fortino del clan D’Amico, nello stesso rione Conocal dove anche la donna-boss andò incontro allo stesso destino. La sera del 29 gennaio 2013, i sicari del clan De Micco uccisero Gennaro Castaldi, affiliato al clan D’Amico ed unico obiettivo dell’agguato e il 19enne Antonio Minichini, figlio del boss Ciro Minichini e di Anna De Luca Bossa. Il 19enne fu assassinato solo perchè si trovava in compagnia dell’amico quando i killer entrarono in azione. Tra l’altro, il giovane Minichini non risultava invischiato negli affari di famiglia, ciononostante gli furono negati i funerali in chiesa.

Una morte prematura e violenta che i Minichini-De Luca Bossa hanno platealmente annunciato di voler vendicare, così come comprova il tatuaggio che adorna il petto di Michele Minichini, fratellastro di Antonio che ritrae il volto del giovane assassinato unitamente ad una frase in spagnolo: “verrà il giorno della vendetta”. Un desiderio di rivalsa schizzato alle stelle lo scorso anno, quando il 23enne Carmine D’Onofrio è andato incontro allo stesso destino. A dispetto del cognome dichiarato all’anagrafe, Carmine era il figlio naturale di Giuseppe De Luca Bossa e fu condannato a morte dal boss Marco De Micco per aver lanciato un ordigno artigianale nel cortile della sua abitazione.

Se agli eredi del clan D’Amico, all’indomani della morte della “passillona” – questo il soprannome della prima donna-boss della storia di Ponticelli uccisa come un boss – è stato imposto di deporre le armi per consentire al “sangue del suo sangue” – ovvero i fratelli detenuti – di vendicarla, sul fronte dei De Luca Bossa vige tutt’altra politica. L’impellente necessità di restituire ai De Micco il torto subìto consegnandogli una giovane morte da piangere, soprattutto di recente, è tornata a minare la quiete delle strade del quartiere.

Un piano ridimensionato dalla replica dei rivali che seppure rimaneggiati dai recenti arresti, non hanno mai smesso di costituire una minaccia concreta per il clan del Lotto O, così come comprova il raid indirizzato ad una parente dei De Luca Bossa notoriamente estranea alle dinamiche camorristiche. Dando alle fiamme l’auto nuova di zecca della donna non invischiata negli affari del clan di famiglia, i De Micco hanno sottolineato ai rivali la ferma volontà di replicare colpo su colpo alle loro azioni, mostrandosi tutt’altro che intenzionati a garantire l’immunità ai parenti innocenti, se a loro volta faranno lo stesso.

Da quella sera l’eterna faida di Ponticelli è ripiombata nel silenzio, seppure l’alleanza tra i De Luca Bossa e i D’Amico appaia tutt’altro che una suggestiva ipotesi, in virtù dei molteplici avvistamenti dei reduci di quest’ultimo clan nel Lotto O.

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