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Mentre a Ponticelli sale la tensione, il boss Marco De Micco non resta a guardare

Luciana Esposito di Luciana Esposito
21 Luglio, 2022
in Cronaca, In evidenza
0
Un anno fa l’agguato a Rodolfo Cardone: l’evento che ha dato il via alla guerra di camorra che ancora si combatte a Ponticelli
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Gli avvocati difensori del boss Marco De Micco, reggente dell’omonimo clan attivo a Ponticelli, sono a lavoro per imbastire una strategia difensiva che mira a scardinare le accuse che lo trattengono in carcere da più di tre mesi.

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Per Marco De Micco detto “Bodo” le manette sono scattate lo scorso 4 aprile. Sul capo del boss fondatore dell’omonimo clan pende un’accusa pesantissima: sarebbe stato lui ad ordinare la morte del 23enne Carmine D’Onofrio, figlio naturale di Giuseppe De Luca Bossa. Seppure ad inchiodare il boss siano le intercettazioni che hanno consentito agli inquirenti di ricostruire meticolosamente le varie fasi dell’azione delittuosa, Marco De Micco non ha mai smesso di professare la sua innocenza. Motivo per il quale, i suoi avvocati starebbero setacciando quelle registrazioni, alla ricerca del cavillo utile a scagionare il boss da ogni accusa. I legali di De Micco sarebbero già a lavoro per sbobinare le registrazioni integrali in toto per imbastire una strategia difensiva che mira a riconsegnare al boss di Ponticelli l’agognata libertà il prima possibile.

Tra le strade dei rioni-simbolo dell’egemonia dei De Micco a Ponticelli, aleggia già da diverso tempo un rumors secondo il quale il boss sarà scarcerato a breve, entro e non oltre il mese di settembre. A rafforzare questa convinzione concorre anche un altro dettaglio: il boss avrebbe dato ordine di farsi costruire una nuova e sfarzosa abitazione e i muratori impegnati nei lavori, in più circostanze, avrebbero confermato di aver ricevuto disposizioni ben precise e volte a sollecitarne l’operato in quanto, a breve, De Micco prenderà possesso di quella casa.

Fin dagli istanti successivi all’arresto, il boss ha sempre respinto con fermezza ogni accusa, pur consapevole delle prove schiaccianti che lo indicavano come il mandante dell’omicidio del 23enne, morto da incensurato, seppure in seguito alla scoperta dell’identità del suo vero padre si era avvicinato al clan De Luca Bossa.

L’attività investigativa che ha consentito di accertare i fatti di cui De Micco è accusato ha preso il via all’indomani di un raid eclatante indirizzato proprio al boss di Ponticelli: l’esplosione di un ordigno all’interno del cortile della sua abitazione. Le intercettazioni hanno consentito di ricostruire le varie e concitate fasi che si sono alternate a partire da quel momento e culminate nell’assassinio di D’Onofrio.

In primis, l’interrogatorio di Gianni Mignano, il presunto complice che proprio insieme a Carmine D’Onofrio avrebbe compiuto quel raid indirizzato a De Micco. Seppure, anche Mignano, dalla cella del carcere in cui è detenuto, chieda a gran voce di sottoporsi alla perizia fonica, in quanto nega con fermezza di essere stato torchiato violentemente dal boss e dai suoi fedelissimi con l’intento di estorcergli il nome del complice.

Fatto sta che dalle intercettazioni emerge che, una volta venuto a conoscenza dell’identità dell’attentatore, il boss avrebbe dato ordine ai gregari che parteciparono insieme a lui all’interrogatorio di recarsi “sotto all’arco” ovvero nella zona di San Rocco dove è ubicata l’abitazione della madre di D’Onofrio per stanarlo. I due, però, fecero un viaggio a vuoto in quanto, all’indomani dell’esplosione dell’ordigno indirizzato al boss De Micco, il giovane aveva adottato un profilo basso. Seppure non emergano crepe, lacune o sbavature dalla ricostruzione della dinamica dell’assassinio del giovane, pianificato ed eseguito in tempi record, esattamente sette giorni dopo il raid indirizzato al boss, De Micco non ha mai smesso di rigettare con fermezza le accuse che pendono sul suo capo.

Se inizialmente ha respinto senza successo le accuse dichiarando che lui e i suoi affiliati, nell’ambito delle conversazioni finite nel mirino degli inquirenti, non parlavano di un omicidio, ma di una partita a biliardo, in seguito alla convalida dei fermi, pochi dubbi aleggiano intorno all’attendibilità delle accuse che inchiodano De Micco e gli altri sodali al clan tratti in arresto, rei di aver partecipato a vario titolo all’omicidio del 23enne.

Solo il tempo stabilirà se si tratta dell’ennesima ed astuta strategia ordita dal boss per far sentire la sua presenza sul territorio. In quest’ottica, la simulazione della ristrutturazione di un appartamento da ultimare in tempi record per sua espressa volontà, si rivelerebbe una mossa a dir poco lungimirante, perchè sta riuscendo a sortire l’effetto sperato in quanto, nella maggior parte degli abitanti del quartiere regna la ferma convinzione che effettivamente De Micco verrà scarcerato a breve. Un retroscena dal quale trapelano tutta la credibilità e l’autorevolezza delle quali “Bodo” seguita a beneficare agli occhi dei suoi “sudditi”, malgrado sia detenuto già da oltre 100 giorni. Un ipotetico imminente ritorno che mira ad imporre anche e soprattutto ai clan rivali di ridimensionare le proprie velleità, consapevoli delle conseguenze che potrebbero scaturire dall’effettivo ritorno a Ponticelli del boss che appena l’estate scorsa ha fornito ampia e concreta riprova della sua tempra camorristica.

In attesa di scoprire se ci troviamo al cospetto dell’ennesima leggenda metropolitana volta a ringalluzzire la mitizzazione del boss o se effettivamente la strategia difensiva studiata dai suoi legali si rivelerà in grado di sortire i risultati auspicati, quella che sta andando in scena a Ponticelli è un’estate assai rovente, al pari di quella targata 2021, quando a seminare panico e terrore tra le strade di Ponticelli era proprio Marco De Micco in sella ad una poderosa motocicletta..

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Le ipotesi che alleggiano intorno al duplice omicidio di Ponticelli

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