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La storia di Carmela Palazzo detta “Cerasella”: quando la testimonianza di un pentito può costare la libertà a un innocente

Luciana Esposito di Luciana Esposito
3 Novembre, 2017
in In evidenza, News
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La storia di Carmela Palazzo detta “Cerasella”: quando la testimonianza di un pentito può costare la libertà a un innocente
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Handcuffed womanCarmela Palazzo detta “Cerasella”, napoletana, classe 1954, all’inizio degli anni ’90, quando sceglie di diventare collaboratrice di giustizia, è una spacciatrice di “totaretti”, un mix di cocaina, eroina e procaina, lavorata chimicamente con hashish.
Una decisione che la donna matura nel gennaio del 1992, dopo che la camorra gli uccide un fratello. Le sue rivelazioni, al processo contro il boss della camorra dei Quartieri Spagnoli, Ciro Mariano, fanno arrestare oltre 50 esponenti di primo piano della criminalità organizzata, consentendo alla giustizia di sgominare l’omonimo clan. La Palazzo, senza remore nè timori, racconta quello che sa su quattro clan dopo la morte del fratello Francesco, nel 10 gennaio 1992, la sua testimonianza genera 62 arresti.
La donna racconta dell’accordo tra il clan Mariano dei quartieri spagnoli e i Giuliano di Forcella per lo spaccio di droga e come all’interno di quel ptto convergano anche piccoli clan, come quello delle Case Nuove, vicino alla famiglia Mariano. Le intercettazioni attraverso microspie nelle celle dei detenuti fanno il resto.

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Nel 1994 “Cerasella” accusa un carabiniere di averla violentata nella casa in Umbria dove viveva superprotetta.
Una donna che si è pentita, dopo una vita trascorsa tra gli intrecci della malavita, dopo la sua conversione sperava che altre donne seguissero il suo esempio, contribuendo a dare una mano alla giustizia.

Un destino, quello di Carmela Palazzo, che si intreccia a quello di un’altra donna, Anna Iacono, operatrice turistica, che finì in cella l’11 gennaio 1992 per associazione di camorra, quando aveva 33 anni, chiamata in causa proprio da Cerasella. La retata fece scalpore. Ne parlarono i media di tutto il mondo. Nell’ordine di arresto venivano citate le intercettazioni in carcere, i colloqui registrati con le microspie, durante l’orario di visita, tra Anna e l’ex compagno, il padre della sua bambina, Andrea Ronelli. Un’espressione in particolare colpì i magistrati. A un certo punto Ronelli, rivolgendosi ad Anna, esclamava in dialetto: “Li devo abbuffare di morti” ovvero “li devo riempire di morti”. I pubblici ministeri lessero in quella frase un sanguinario desiderio di vendetta. Ma quando i periti trascrissero i brogliacci della polizia giudiziaria, si accorsero che la frase esatta di Ronelli era “abbuffare di morsi”, ovvero, “riempire di morsi” e di altro non si trattava che di una “verace” manifestazione di affetto del padre rivolta alla figlia che non poteva abbracciare. Il tribunale della libertà ordinò la scarcerazione di Anna che era rinchiusa nel carcere femminile di Pozzuoli. Ciononostante, dopo i nove mesi trascorsi in galera, la donna fu rinviata a giudizio. In carcere non le consentirono neppure di tenere accanto a sè la bimba, che all’epoca aveva appena un anno e mezzo.

Il processo fu rapido, il tribunale la scagionò, ma i magistrati proposero l’appello. Anche il secondo verdetto confermò l’assoluzione, la sentenza divenne definitiva il 31 ottobre 1995. La reputazione di Anna, a quel punto, era ormai distrutta, irrimediabilmente compromessa tra le strade del suo paese, Forio d’Ischia.
Durante la detenzione di Anna, la sua famiglia fu continuamente additata dai concittadini, la ritenevano responsabile di chissà quali nefandezze. La donna, malgrado le due assoluzioni, ha avuto notevoli difficoltà a trovare lavoro, perfino a stringere nuove amicizie. Una vita segnata, quella di Anna, così come quella della sua bambina che matura un trauma difficile da superare quando viene a conoscenza delle motivazioni che l’hanno tenuta lontana da sua madre quando aveva più bisogno di sentire il suo calore e che sono alla base delle discriminazioni e delle vessazioni che sua madre è costretta a subire, da innocente.
Anna Iacono si rivolse, quindi, alla Corte di Appello di Napoli per ottenere l’indennizzo, un’ammenda sia pure parziale dei torti subiti. I giudici accolsero la domanda, liquidando la faccenda con un assegno di 11 milioni e 880 mila lire: questo il prezzo che lo Stato attribuisce a nove mesi di carcere scontati da un’innocente.

E’ bastata la testimonianza non veritiera di un collaboratore di giustizia per segnare la vita di una ragazza madre, figlia di una rispettabile famiglia dell’isola d’Ischia.

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