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“Le Scianel della camorra prestate a Gomorra”: Gemma Donnarumma

Luciana Esposito di Luciana Esposito
14 Giugno, 2017
in In evidenza, News
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“Le Scianel della camorra prestate a Gomorra”: Gemma Donnarumma
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my-collage “La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell’area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico.

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Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un’altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga.”

Delle attività criminali di Gionta scrisse a lungo Giancarlo Siani, il giornalista del Mattino ucciso il 23 settembre del 1985, così come della cooperativa di pescatori che faceva capo alla moglie di Gionta, Gemma Donnarumma, per il controllo del fiorente mercato ittico che si svolgeva a pochi passi da Palazzo Fienga.

Giancarlo Siani è stato il primo giornalista a porre al centro dell’attenzione la figura di una donna-boss: è nell’articolo che, probabilmente, ha sancito la condanna a morte del giovane giornalista napoletano, pubblicato nel giugno del 1985, che figura per la prima il nome di Gemma Donnarumma, la lady camorra di casa Gionta e viene accostato agli “affari di famiglia”.

Donna Gemma Donnarumma, 63 anni, la “first-lady” della camorra Vesuviana e moglie del boss Valentino Gionta, da sempre viene descritta come “scaltra” e “prudente”, capace di incutere soggezione e rispetto negli affiliati, ma soprattutto di orientare con raffinate strategie criminali l’azione dei suoi figli: Pasquale “o’ chiatto” ed Aldo, il “ras poeta”. Mai una parola di troppo o detta fuori posto. Questa – secondo gli inquirenti – era Donna Gemma. Tutti si rivolgevano alla lady camorra dei Gionta per ottenere il suo autorevole parere: dalla importazione dei carichi di droga da 170mila euro al giorno ai progetti per il futuro del clan, cercando di evitarne la disgregazione dopo i 4 morti per le strade di Torre Annunziata che tra il 2006 e il 2007, a partire dalla spietata esecuzione di Natale Scarpa, riaccesero la sanguinosa faida di camorra tra i vicoli del centro storico.

Gemma Donnarumma era anche un’attenta e precisa esecutrice degli ordini e dei dispositivi che riceveva dalle celle di Poggioreale. Valentino Gionta, sebbene sottoposto al regime di carcere duro, infatti, continuò a gestire e comandare traffici di droga e sistemi paralleli sul territorio del comune vesuviano. Fu lui ad assegnare alle donne un ruolo di primo ordine e di pieno controllo delle attività del clan.

Ad aiutare gli investigatori e le Forze dell’ordine a ricostruire questo contorto sistema di relazioni fortemente gerarchiche, il metodo delle intercettazioni. Le cimici, infatti, furono installate all’interno di Palazzo Fienga e persino nell’abitazione di Gemma Donnarumma, nella quale sono state assunte tutte le più importanti decisioni di morte e le scelte strategiche del clan degli ultimi anni.

Rivelazioni pesanti e particolarmente forti che, da sole, basterebbero a condannare i personaggi di spicco della mala oplontina.

“Ha ditt ‘a zia, tutto a posto”: questo il messaggio che lo chaffeur di donna Gemma Donnarumma, consegnò alle forze dell’ordine per consentire la cattura di Carmine Maresca, figlio di Luigi ‘o trippone, assassino del Tenente Marco Pittoni, ucciso a Pagani nel corso di una rapina il 6 giugno del 2008. Una cattura, quella di Maresca jr avvenuta con l’intermediazione di Francesco Casillo, énfant prodige della criminalità vesuviana, che era riuscito a instaurare rapporti di corruttela con esponenti delle forze dell’ordine e in particolare con i carabinieri e che in quella occasione condusse la trattativa tra la camorra assassina e lo Stato.

Donna Gemma Donnarumma fu arrestata all’alba del 5 novembre 2008. La “first-lady” si arrese in via Bertone a due poliziotti, un uomo e una donna, che sotto braccio la accompagnarono in un’auto civetta parcheggiata al buio ancora pesto del “Quadrilatero Carceri”. La moglie di Don Valentino ebbe un lieve malore, poi si riprese e scese le scale. Era vestita di nero, il colore del lutto.

Il simbolo del potere del clan Gionata era un trono dorato, pezzo forte dell’arredamento dell’appartamento di 250 metri quadrati di Valentino Gionta e di suo moglie Gemma Donnarumma al secondo piano di Palazzo Fienga, a Torre Annunziata, sgomberato dopo oltre un trentennio per il pericolo di crollo e perché utilizzato dal clan come centrale delle proprie attività criminali. La maxi poltrona in tessuto chiaro e finiture dipinte con vernice dorata era al centro di una parete nel grande salone con camino dell’abitazione del boss.

Le pareti sono tutte dipinte in giallo oro, così come dorati sono gli infissi e le cornici. Il richiamo al metallo prezioso è l’elemento guida di quell’appartamento che per anni è stato il cuore delle attività criminali del clan più efferato della storia di Torre Annunziata.

La casa del boss ora è sotto sequestro.

Quando la moglie del boss di Torre Annunziata ha finito di scontare la sua pena ed è tornata nel suo quartiere, non ha più trovato la sua casa, la sua famiglia, il suo clan. Ad accoglierla una realtà totalmente diversa rispetto a quella che lasciò quando scattarono le manette per lei.

 

Tags: camorraclanclan giontagemma donnarummagomorranapoliScianeltorre annunziata
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