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L’anima di una donna capitata nel corpo di un uomo

Luciana Esposito di Luciana Esposito
12 Novembre, 2014
in Da Sud a Sud, In evidenza
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L’anima di una donna capitata nel corpo di un uomo
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tiproteggoioIl giorno in cui la mia amica Ketty ha ucciso Vittorio per dare libera e piena espressione alla sua anima ha sposato la mera consapevolezza che in quell’atto era insita anche l’irreversibile condanna che l’avrebbe tramutata in un “invisibile”.

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Lo ha compreso immediatamente Ketty, allorquando la sua famiglia l’ha ripudiata, come figlia e come essere umano.

Ripartire da zero, proprio come quando nasci, ma Ketty, in realtà, è “venuta alla luce” quando ha saputo e voluto abbandonare l’oscuro oblio nel quale vagava, perché è stato quel giorno che ha davvero “visto la luce”.

Tuttavia, è nata e rinata in un mondo troppo meschino e spietato per accogliere ed accettare quella sua complessa e “diversa” entità.

Eppure, l’innumerevole quantitativo di pene e tormenti che la vita le ha sadicamente inferto, non sono bastati per indurre in lei l’infimo mordente del rimorso.

Se non hai il coraggio di dare vita e respiro alla tua vera essenza, la vita stessa non ha anima né valore.

Questo è l’insegnamento più prezioso che quella “invisibile” donna coraggio mi ha impartito.

La solitudine, senza dubbio, è stata la sua più fedele compagna di vita, seppure fosse ben affiancata dal disagio e dalla frustrazione che, incessantemente, gravavano su quelle robuste e tutt’altro che femminee spalle.

I suoi amici “frustrazione e disagio” erano lì quando si lavava la faccia al mattino e le sue mani toccavano quella pelle ruvida come carta vetrata, perché la barba non mancava mai di crescere, repentina e pervicace, per ricordarle che si ostinava a voler essere quello che non poteva essere.

“Frustrazione e disagio” erano sempre con lei quando andava in giro per il quartiere e si imbatteva in sorrisi pregni di inumana ignoranza, piuttosto che nella proterva e sguaiata acredine dei “guappi” che dovevano inveire contro di lei per fare ampio e riprovevole sfoggio di tutta la loro rozza virilità.

“Frustrazione e disagio” l’accompagnavano nella ricerca di un lavoro onesto che le consentisse di racimolare i 180 euro necessari per pagare l’affitto di casa e i pochi altri spiccioli indispensabili per condurre un’esistenza almeno dignitosa.

Perché Ketty ha voluto credere che potesse essere possibile per “una come lei” ambire al conseguimento di un lavoro “normale”, ma ha ammainato in fretta anche quel sogno di ordinaria quotidianità, non appena ha compreso che il mondo che la circondava non era pronto né predisposto ad accettare di vedere “una come lei” dietro lo sportello di un ufficio piuttosto che alle prese con la macchina del caffè.

“Frustrazione e disagio” erano ancora lì quando il netturbino, intento a ripulire i frammenti di strada adiacenti l’uscio di casa sua, imprecava contro di lei, perché vi trovava siringhe usate. Eppure Ketty non spacciava né si drogava, ma era il suo status di “transessuale” a rappresentare la sua stessa “condanna”, ergendola ad indiziata principale ed ideale.

Ketty, in realtà, aveva solo due crudeli “vizi”: l’amore ed il gioco.

Nel primo riversava l’irriverente sogno di incontrare un uomo capace di comprenderla ed amarla, a dispetto di quella sua districata ed oscura natura.

Anche se per inseguire quel sogno, troppe volte, ha lasciato che il suo cuore fosse ingannato dalle promesse di uomini scaltri nel raccontargli favole e tessere promesse che Ketty vedeva frettolosamente dissolversi alla luce del sole, quando, per strada, incontrava lo sguardo schivo e sprezzante dell’impostore di turno, al quale, la notte prima, aveva concesso di fare l’amore con quella sua tormentata, ma sincera anima, mentre trainava un carrozzino sotto al braccio della moglie.

“Di notte ti cercano, tutti, anche gli “insospettabili” e di giorno ti deridono. Meglio che la gente non sospetti che possa piacergli una come me.”

Queste erano le amare parole con le quali Ketty accantonava l’ennesimo schiaffo infertogli dal destino.

Talvolta, era accaduto anche che l’amante di turno si sentisse in dovere di conferire un prezzo a quella fugace notte di passione, prima di dissolversi nell’eterno nulla. Così, quando riapriva gli occhi, sul cuscino, accanto a lei, Ketty non trovava il viso del suo amante, ma una spregevole banconota. Troppo sicura di quello che voleva essere per consentire alla vile e gretta ignoranza di un essere umano, che tutt’altro era tranne che un “uomo”, di sporcare la sua anima di donna romantica e tenace, imponendole di accettare di essere trattata come una prostituta. Così, Ketty, prendeva quella banconota, e la riduceva in brandelli.

Alla sua dignità, Ketty non ha mai voluto dare un prezzo. 

Nel gioco, invece, aveva trovato un ponderoso rifugio nel quale incanalare le delusioni d’amore e di vita. Consumava lunghe serate al bingo, gran parte della giornata, invece, la trascorreva nella tabaccheria vicino casa, sfregando gratta e vinci e giocando al lotto, animata dalla speranza che il destino potesse bardarle il capo con la corona di vincitrice almeno per una volta nella vita.

Sfortunata in amore e sfortunata anche al gioco, invece.

Quelle come Ketty, rappresentano l’eccezione anche alle più comprovate delle regole.

Erano trascorsi svariati mesi dall’ultima volta che ci eravamo incontrate, quando lo scorso giugno, decisi di andarle a fare una visita.

Mi aspettavo che mi riservasse quel suo solito, caloroso saluto, dopodiché mi avrebbe fatto accomodare in casa, per poi “telefonare” all’inquilina del piano superiore, battendo con veemenza con il manico della scopa contro il soffitto, per farle dedurre che “era l’ora del caffè” e doveva raggiungerci. Immaginavo che avrebbe avuto luogo una delle nostre lunghe, aperte ed accorate chiacchierate, nell’ambito della quale io avrei accolto i suoi sfoghi e lei mi avrebbe dispensato consigli e preziose teorie sugli uomini.

Ad accogliermi, fuori la porta di casa di Ketty, invece, quel giorno c’era l’emblema della sua rassegnata solitudine.

Qualche giorno prima, Ketty si era tolta la vita, impiccandosi con un lenzuolo bianco, nella sua camera da letto, lasciandosi soffocare da quel tripudio di emarginazione che le straziava la vita.

Ha scelto di andare via così Ketty: strozzata dalla sua solitudine senza lasciare neanche un biglietto.

Mentre abbandonavo quei vicoli, masticando amarezza, lacrime e rabbia, mi ritornarono in mente alcune delle parole che Ketty mi disse l’ultima volta che l’ho incontrata, in quel suo “italiano arrangiato”, tanto nudo e veritiero, sfrontatamente spoglio di quel cinico ed apocrifo perbenismo che ne vige regole grammaticali e lessicali: “Tu sei diversa, sai arrivare al cuore delle persone e puoi farcela, anzi, ce la devi fare, anche per quelle come me, così vedrò realizzati i miei sogni attraverso i tuoi occhi”.

Più o meno questo fu il senso delle sue parole.

Parole che oggi per me acquistano un valore inestimabile e che conferiscono onore, orgoglio ed infinita responsabilità al mio cammino.

Da quel giorno, tutte le volte che necessito di grinta, rabbia e determinazione e vago nella confusione alla ricerca della direzione da imprimere ai miei passi, attingo dal ricordo di Ketty il più motivante degli input, perché è sempre lei ad indicarmi la strada.

A Ketty, amica vera, anima fragile e coraggiosa, inesauribile fonte di consigli disinteressati, alla quale sarò eternamente debitrice di sorrisi sinceri, alla quale tutte le volte che indirizzerò lo sguardo verso il cielo, rivolgerò sempre un sentito “grazie” per avermi insegnato cos’è la vera amicizia.

Con perpetuo e puro affetto

Quella che anche grazie a te è la direttrice di “Napolitan”.

 

Tags: amiciziakettynapolinapolitanomosessualitàtransessuale
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