La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, già condannato all’ergastolo per aver ucciso la compagna incinta di sette mesi. Disposti anche tre mesi di isolamento diurno. La decisione arriva dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione. La sorella Chiara: «È una giusta sentenza».
La premeditazione è stata riconosciuta. A oltre tre anni dal femminicidio di Giulia Tramontano, la giustizia torna a pronunciarsi su uno degli aspetti più controversi del procedimento contro Alessandro Impagnatiello, condannato all’ergastolo per aver ucciso la compagna, incinta di sette mesi del loro bambino, Thiago.
La Corte d’Assise d’Appello di Milano, nel processo d’appello bis celebrato lunedì 26 ottobre, ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione, esclusa nel precedente giudizio di secondo grado. Per Impagnatiello, che sta già scontando la condanna all’ergastolo nel carcere di Pavia, sono stati disposti anche tre mesi di isolamento diurno. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 45 giorni.
Una decisione che interviene su un passaggio giudiziario particolarmente delicato e che restituisce centralità alla ricostruzione di quanto accaduto prima del 27 maggio 2023, quando Giulia venne uccisa nell’abitazione che condivideva con il compagno a Senago, nel Milanese.
Il delitto e i segnali precedenti all’omicidio
Giulia Tramontano aveva 29 anni ed era incinta di sette mesi quando venne uccisa con 37 coltellate.
Per il suo omicidio, Impagnatiello era già stato condannato all’ergastolo in primo grado e in appello. Nel giudizio di primo grado era stata riconosciuta anche la premeditazione, mentre la Corte d’Assise d’Appello di Milano, nel giugno 2025, aveva escluso questa aggravante, confermando comunque la pena dell’ergastolo e riconoscendo quelle della crudeltà e del rapporto di convivenza con la vittima.
La Procura generale aveva contestato l’esclusione della premeditazione, portando la questione davanti alla Corte di Cassazione. Il 9 aprile 2026, la Suprema Corte aveva disposto un nuovo processo d’appello limitato alla rivalutazione di questa aggravante.
Al centro della decisione, gli elementi relativi alla somministrazione di veleno per topi a Giulia, iniziata nel dicembre 2022 e intensificata nell’ultimo mese e mezzo prima dell’omicidio, oltre alle ricerche online effettuate dall’imputato su sostanze letali.
Secondo la Cassazione, questi elementi avrebbero dovuto essere esaminati più approfonditamente per valutare se il proposito omicidiario fosse maturato già mesi prima del delitto.
La Procura generale: «Dare il giusto nome ai fatti»
Nel corso dell’udienza, la sostituta procuratrice generale di Milano, Maria Pia Gualtieri, aveva chiesto di riconoscere la premeditazione, sottolineando la necessità di valutare la condotta dell’imputato nella sua interezza.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, le ricerche effettuate nei mesi precedenti, la somministrazione di topicida e gli avvenimenti nelle ore che precedettero l’omicidio costituivano elementi rilevanti per ricostruire la maturazione della decisione di uccidere.
La pubblica accusa aveva sostenuto che riconoscere l’aggravante fosse necessario per rappresentare la gravità della condotta e la sua pianificazione. La difesa, invece, aveva contestato questa lettura, invitando i giudici a non trarre conclusioni sulla base di elementi che, a suo avviso, non dimostravano la premeditazione.
Con la sentenza pronunciata oggi, la Corte ha accolto la richiesta di riconoscimento dell’aggravante.
Il dolore della famiglia e le parole di Chiara Tramontano
In aula, nel giorno della nuova sentenza, erano presenti la madre, il fratello e la sorella di Giulia.
Dopo la lettura del dispositivo, i familiari della vittima hanno applaudito. Chiara Tramontano ha definito la decisione una sentenza giusta, sottolineando la distinzione tra chi ha ucciso e chi ha perso la vita.
La sorella di Giulia ha anche richiamato l’attenzione sull’assenza, a suo giudizio, di un autentico percorso di pentimento da parte di Impagnatiello. Ha quindi rivolto un messaggio alle nuove generazioni, invitandole a considerare la vicenda come un esempio da cui imparare, non da emulare.
Già prima dell’udienza, Chiara aveva espresso il proprio disagio per la presenza dell’uomo condannato per l’omicidio della sorella nella stessa aula, seduto accanto alla sua legale. Parole che restituiscono una dimensione spesso trascurata nei resoconti giudiziari: quella delle famiglie che, dopo la perdita di una persona amata, sono costrette a ripercorrere il dolore a ogni nuova udienza.
Una sentenza che non può restituire Giulia e Thiago
Il riconoscimento della premeditazione non cancella quanto accaduto e non può restituire alla famiglia Tramontano le due vite spezzate il 27 maggio 2023.
Giulia aveva 29 anni. Aveva una vita davanti e aspettava un figlio. La sua storia è diventata uno dei simboli della violenza maschile contro le donne, ma non può essere ridotta a un caso giudiziario, a una sequenza di udienze o a un numero nella cronaca dei femminicidi.
Il processo d’appello bis si è concentrato sulla premeditazione, ma la vicenda di Giulia richiama una questione più ampia: la necessità di riconoscere i segnali della violenza, contrastare la cultura del possesso e impedire che le relazioni affettive diventino luoghi di sopraffazione.










