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Morte Donato Monopoli, i giudici: «Chi lo colpì poteva prevedere il rischio di un’emorragia cerebrale»

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
19 Ottobre, 2026
in Cronaca, In evidenza
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“Ogni nuova udienza è una ferita che si riapre”: il dolore della famiglia di Donato Monopoli in vista dell’Appello bis
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Depositati i motivi della condanna in appello di Francesco Stallone e Michele Verderosa per omicidio preterintenzionale. Per la Corte, i pugni alla testa potevano provocare conseguenze gravissime anche senza conoscere la patologia della vittima. Riconosciuta la responsabilità di entrambi: l’aggressione fu un episodio unitario e il secondo imputato contribuì a impedire i soccorsi dell’amico.

I pugni al volto e alla testa, la caduta, il coma durato sette mesi e una morte che ha segnato per sempre la vita di una famiglia. A oltre otto anni dall’aggressione, il caso di Donato Monopoli torna al centro della cronaca giudiziaria con il deposito delle motivazioni della sentenza pronunciata il 13 luglio 2026 dalla Corte d’assise d’appello di Bari.

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I giudici hanno condannato Francesco Stallone a 7 anni e 2 mesi di reclusione e Michele Verderosa a 4 anni, 11 mesi e 20 giorni, riconoscendo entrambi responsabili di omicidio preterintenzionale, aggravato dai futili motivi.

Nelle 38 pagine di motivazioni, la Corte affronta uno dei nodi centrali del processo: la prevedibilità dell’evento mortale. Secondo i giudici, chi colpì Donato alla testa poteva prevedere il rischio di provocare un’emorragia cerebrale, anche senza conoscere la particolare condizione vascolare della vittima.

Una valutazione che assume un peso decisivo in un procedimento nel quale la difesa ha sostenuto che i colpi avessero prodotto lesioni inizialmente modeste e che la morte fosse riconducibile soprattutto a una patologia preesistente.

La Corte ha respinto questa ricostruzione, confermando il rapporto tra l’aggressione e il decesso, ma riducendo le pene rispetto alla precedente sentenza d’appello.

La lite in discoteca e l’aggressione: che cosa accadde a Donato

Per ricostruire la vicenda bisogna tornare alla notte del 6 ottobre 2018.

Donato Monopoli aveva 26 anni, viveva a Cerignola, in provincia di Foggia, ed era uscito con alcuni amici per trascorrere una serata nella discoteca Le Stelle, alla periferia del capoluogo dauno.

All’interno del locale sarebbe scoppiato un diverbio per futili motivi, legato alla presenza di alcune ragazze e a un cocktail versato addosso al giovane. La discussione degenerò rapidamente.

Secondo la ricostruzione processuale, durante il litigio venne pronunciata anche una frase rivolta a Monopoli: «Ma lo sai qui dove siamo? Qui siamo a Foggia».

La tensione aumentò fino a trasformarsi in un’aggressione. Francesco Stallone colpì Donato con pugni al volto e alla testa. Nel frattempo, Michele Verderosa sferrò un pugno a Nicola Lupano, amico della vittima, intervenuto per aiutarlo.

È proprio questo passaggio a diventare importante nelle motivazioni della sentenza: per i giudici, il comportamento di Verderosa non può essere considerato separato da quello di Stallone, perché contribuì a ostacolare l’intervento dell’amico e a rafforzare l’azione aggressiva.

Donato riportò un grave trauma cranico. Le sue condizioni apparvero subito serie e il giovane venne trasportato in ospedale, dove iniziò un lungo percorso di ricovero e sofferenza.

La notte trascorsa in discoteca si trasformò così nell’inizio di una tragedia che si sarebbe conclusa sette mesi dopo.

Sette mesi di coma, poi la morte

Dopo il pestaggio, Donato venne ricoverato al Policlinico Riuniti di Foggia e successivamente trasferito all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.

Le sue condizioni erano gravissime. Il giovane rimase in coma per circa sette mesi, senza riuscire a riprendersi dalle conseguenze dell’aggressione.

L’8 maggio 2019 arrivò la notizia che la famiglia aveva sperato fino all’ultimo di non dover ricevere: Donato Monopoli morì a 26 anni.

Gli accertamenti medico-legali ricondussero il decesso a una massiva emorragia cerebrale, determinata dalla rottura di una dilatazione aneurismatica, nel quadro delle lesioni e delle complicazioni successive all’aggressione.

La presenza di una preesistente fragilità vascolare divenne uno dei temi più discussi nel corso del processo. La difesa degli imputati ha sostenuto che quella condizione fosse determinante per spiegare la gravità dell’esito e che i colpi, considerati isolatamente, non avessero una capacità lesiva sufficiente a provocare conseguenze tanto gravi.

L’accusa e le parti civili hanno invece sostenuto che l’aggressione rappresentasse l’innesco del processo causale che portò alla morte.

La distinzione è fondamentale: il processo non riguarda soltanto chi colpì Donato, ma anche il rapporto giuridico e medico-legale tra quei colpi e l’emorragia cerebrale che ne provocò il decesso.

«Poteva prevedere il rischio di un’emorragia cerebrale»

Nelle motivazioni depositate nell’ottobre 2026, la Corte d’assise d’appello di Bari affronta direttamente la questione della prevedibilità dell’evento mortale.

I giudici ritengono che i colpi inferti da Stallone fossero diretti a zone particolarmente delicate del corpo, tra cui l’arcata sopraccigliare destra e l’area parietale del cranio, dove sono presenti vasi sanguigni suscettibili di rottura.

Non si trattò, dunque, di una condotta priva di rischi o di una conseguenza del tutto imprevedibile. Secondo la Corte, colpire ripetutamente al volto e alla testa una persona significa esporsi concretamente al rischio di provocare lesioni anche molto gravi.

Nella sentenza, i giudici osservano che Stallone, nel momento in cui sferrò i pugni per «dare una lezione» a Monopoli, era in grado di prevedere che la propria azione potesse causare un’emorragia cerebrale.

La valutazione non richiede che l’aggressore conosca in anticipo la specifica patologia della vittima. Ciò che conta, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, è la possibilità di prevedere il rischio di conseguenze gravissime derivanti da colpi diretti alla testa.

La preesistente malformazione vascolare di Donato non cancella quindi la responsabilità per la condotta che ha innescato il processo culminato nella morte.

È questo uno dei punti centrali della decisione: una particolare vulnerabilità della vittima non rende automaticamente imprevedibili le conseguenze di un’aggressione diretta a zone vitali del corpo.

Perché anche Verderosa è stato condannato

Un altro passaggio importante delle motivazioni riguarda il ruolo di Michele Verderosa.

La difesa ha sostenuto che le condotte dei due imputati dovessero essere valutate separatamente, evidenziando che i pugni che provocarono le lesioni di Donato erano stati materialmente sferrati da Stallone.

La Corte ha respinto questa impostazione.

Secondo i giudici, quella notte non si verificarono due colluttazioni indipendenti, ma un’unica aggressione, sviluppatasi attraverso comportamenti diversi ma collegati tra loro.

Mentre Stallone colpiva Monopoli, Verderosa intervenne contro Lupano, l’amico che aveva cercato di soccorrere la vittima.

In questo modo, secondo la Corte, Verderosa contribuì materialmente a neutralizzare la possibilità di un intervento difensivo e, sul piano psicologico, rafforzò l’azione del compagno, che poteva sentirsi sostenuto dalla presenza dell’amico.

La sentenza descrive il suo contributo come tutt’altro che irrilevante.

Il punto giuridico è che la responsabilità per un’aggressione collettiva non dipende necessariamente dall’aver sferrato personalmente il colpo che ha provocato la lesione fatale. Occorre valutare anche il contributo concreto fornito all’azione comune e il legame tra le diverse condotte.

Per i giudici, nel caso di Donato Monopoli, il comportamento di Verderosa fu parte integrante dell’episodio aggressivo e giustifica la sua condanna per omicidio preterintenzionale.

La difesa: «La morte legata a una patologia preesistente»

Il rapporto tra i pugni e l’emorragia cerebrale è stato il principale terreno di scontro durante il processo.

I difensori degli imputati hanno sostenuto che le lesioni iniziali fossero di modesta entità e che la particolare fragilità del sistema vascolare di Monopoli avesse avuto un ruolo determinante nell’esito mortale.

La difesa ha inoltre sollevato questioni relative al percorso diagnostico e terapeutico seguito durante il ricovero, ipotizzando che eventuali ritardi nell’individuazione e nel trattamento del problema vascolare avessero contribuito al decesso.

Si tratta di argomentazioni che hanno attraversato i diversi gradi di giudizio e che hanno contribuito a rendere complessa la valutazione del nesso causale.

La Corte d’assise d’appello ha tuttavia ritenuto che la patologia preesistente non fosse sufficiente a escludere la responsabilità degli imputati.

Nelle motivazioni, i giudici distinguono tra la presenza di una condizione medica che può aver aggravato le conseguenze del trauma e l’individuazione della condotta che ha dato origine alla sequenza causale.

La fragilità vascolare può aver inciso sulla gravità dell’esito, ma, secondo la Corte, ciò non elimina il fatto che l’aggressione abbia innescato il processo che condusse alla morte.

La sentenza non ignora quindi la particolare condizione clinica della vittima. La considera, piuttosto, un elemento della vicenda complessiva che non basta a interrompere il rapporto tra i pugni ricevuti e il decesso.

Dal primo grado alla Cassazione: otto anni di battaglia giudiziaria

La vicenda processuale di Donato Monopoli è stata lunga e articolata, con decisioni differenti sulla qualificazione del reato e sulla misura delle pene.

27 giugno 2022 – Le condanne per omicidio volontario. Il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Foggia, al termine del processo con rito abbreviato, condannò Stallone a 15 anni e 6 mesi di reclusione e Verderosa a 11 anni e 4 mesi. Il reato contestato era quello di omicidio volontario in concorso.

29 maggio 2024 – La prima sentenza d’appello. La Corte d’assise d’appello di Bari riqualificò il fatto come omicidio preterintenzionale, riducendo le pene a 10 anni per Stallone e 7 anni per Verderosa. La Corte ritenne che la morte fosse andata oltre l’intenzione degli imputati, pur riconducendola alla loro condotta aggressiva.

15 febbraio 2025 – L’intervento della Cassazione. La Corte di Cassazione annullò la sentenza d’appello con rinvio a un’altra sezione della Corte d’assise d’appello di Bari. La decisione riguardò soprattutto la motivazione relativa all’elemento soggettivo del reato, cioè la valutazione della prevedibilità dell’evento mortale. Non si trattò di un’assoluzione, ma della necessità di celebrare un nuovo giudizio d’appello.

13 luglio 2026 – L’appello bis. La seconda sezione della Corte d’assise d’appello di Bari condannò nuovamente i due imputati per omicidio preterintenzionale, rideterminando le pene in 7 anni e 2 mesi per Stallone e 4 anni, 11 mesi e 20 giorni per Verderosa.

Ottobre 2026 – Il deposito delle motivazioni. Con il deposito delle ragioni della sentenza, i giudici hanno chiarito perché ritengano prevedibile il rischio di un’emorragia cerebrale e perché considerino l’aggressione un episodio unitario, al quale entrambi gli imputati contribuirono.

Perché le pene sono state ridotte

Pur confermando la responsabilità penale di Stallone e Verderosa, la Corte ha ritenuto eccessive le pene stabilite nella precedente sentenza d’appello.

Tra gli elementi considerati vi sono le caratteristiche particolari della vicenda e la patologia preesistente della vittima, che, pur non escludendo il nesso causale e la prevedibilità dell’evento letale, ha inciso sulla valutazione complessiva del caso ai fini della determinazione della pena.

La Corte ha quindi ridotto le condanne rispetto ai 10 e 7 anni precedentemente inflitti.

La riduzione non equivale a un’esclusione della responsabilità per la morte di Donato. Riguarda la misura della pena, mentre resta confermata la qualificazione giuridica del fatto come omicidio preterintenzionale.

Il procedimento, secondo quanto riportato nelle cronache giudiziarie, non è ancora definitivamente concluso: le difese hanno annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione. Sarà quindi necessario attendere gli ulteriori sviluppi per conoscere l’esito definitivo della vicenda.

Donato Monopoli, una vita spezzata dopo una lite

Dietro le sentenze, le perizie e le questioni giuridiche rimane la storia di un ragazzo di 26 anni, uscito per trascorrere una serata con gli amici e morto dopo sette mesi di coma.

La vicenda di Donato Monopoli ha attraversato anni di udienze, ricorsi e decisioni giudiziarie. La sua famiglia ha dovuto affrontare non soltanto il dolore della perdita, ma anche l’attesa di un accertamento giudiziario definitivo sulle responsabilità.

La questione centrale, oggi, è quella che la Corte d’assise d’appello ha affrontato nelle motivazioni: stabilire fino a che punto chi colpisce una persona al volto e alla testa possa prevedere le conseguenze della propria condotta, anche quando la vittima presenta una condizione medica particolare.

Per i giudici, la risposta è chiara: il rischio di un’emorragia cerebrale era prevedibile e la patologia preesistente non cancella la responsabilità per l’aggressione.

La vicenda giudiziaria, però, non è ancora arrivata al suo ultimo capitolo. In attesa dell’eventuale pronunciamento della Cassazione, resta il dato umano più drammatico: una lite per futili motivi, un’aggressione che avrebbe potuto essere evitata e una vita spezzata a soli 26 anni.

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