Lunedì 19 ottobre 2026 la mobilitazione degli autotrasportatori continua a interessare diversi snodi strategici del Mezzogiorno. La protesta, nata dalla pressione dei costi di esercizio, coinvolge comitati autonomi, organizzazioni di categoria e imprese che chiedono interventi urgenti sul prezzo del gasolio e sulle risorse promesse dal governo.
Il quadro non è uniforme: in alcune aree i camion sono fermi nei piazzali o ai lati delle strade, in altre si sono registrati rallentamenti, presidi e blocchi che hanno avuto ripercussioni sulla circolazione. La distinzione è importante perché non tutti i manifestanti adottano le stesse modalità e non tutti i territori sono interessati dalle medesime conseguenze.
A preoccupare è soprattutto la concentrazione della protesta nei punti attraverso i quali transitano le merci: caselli autostradali, aree industriali, depositi della grande distribuzione e porti commerciali. Si tratta di snodi essenziali per un territorio che dipende in larga misura dal trasporto su gomma per collegare produttori, magazzini, negozi e consumatori.
La mobilitazione ha coinvolto Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia, con ripercussioni anche sulla distribuzione dei carburanti e sull’approvvigionamento alimentare.
Il caro gasolio e i costi diventati insostenibili
Alla base della protesta c’è una questione economica che gli operatori descrivono come sempre più difficile da sostenere: il costo del carburante cresce, mentre le tariffe riconosciute per il trasporto non sempre aumentano in misura sufficiente a compensare le spese.
Il gasolio non è una voce accessoria nei bilanci di un’impresa di autotrasporto. È uno dei principali costi operativi, al quale si sommano pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni, stipendi, finanziamenti e spese di gestione.
Il 19 ottobre, secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio del gasolio era pari a 2,257 euro al litro sulla rete stradale urbana e 2,297 euro al litro in autostrada. Valori che incidono in modo significativo sui costi delle aziende che percorrono quotidianamente centinaia di chilometri.
Per comprendere il peso del problema basta considerare un mezzo pesante che percorre lunghe distanze con consumi elevati: anche un aumento relativamente contenuto del prezzo al litro può tradursi, su base mensile, in migliaia di euro di spese aggiuntive.
Il problema è particolarmente grave per le piccole imprese, che dispongono di minori margini finanziari e hanno una capacità limitata di assorbire gli aumenti. Se il costo del viaggio cresce ma il committente continua a riconoscere la stessa tariffa, il margine operativo si riduce fino a diventare insufficiente.
È questa la contraddizione denunciata dai camionisti: continuare a lavorare può significare, in alcuni casi, consumare le risorse dell’impresa anziché produrre un guadagno.
Le risorse promesse e la richiesta di un intervento immediato
La protesta non riguarda soltanto il prezzo alla pompa. Le associazioni di settore hanno chiesto al governo di sbloccare risorse già stanziate nei mesi precedenti per contrastare il caro carburante e di valutare ulteriori misure di sostegno.
Il 15 ottobre, Conftrasporto e Unatras avevano sollecitato una convocazione urgente dell’esecutivo, avvertendo che, in assenza di risposte, il malcontento avrebbe potuto trasformarsi in un fermo più ampio. Conftrasporto aveva inoltre denunciato che le risorse previste per contrastare il caro gasolio non erano ancora arrivate a destinazione.
La questione delle risorse è diventata quindi centrale nella vertenza. Gli autotrasportatori chiedono interventi in grado di produrre effetti immediati sui costi, non soltanto impegni generici o aperture a futuri confronti.
Campania, dall’A30 al porto di Napoli
In Campania la protesta ha interessato le province di Napoli e Caserta, con disagi sulle principali direttrici stradali e nei nodi logistici.
Nei giorni precedenti, la mobilitazione aveva già provocato la chiusura temporanea dell’uscita di Nola sulla A30 Caserta-Salerno. Nella notte tra domenica e lunedì, intorno alle 3, è stato temporaneamente chiuso anche il nodo di collegamento tra la A1 Milano-Napoli e la A30 per i veicoli provenienti da Napoli.
Sono state segnalate code nei pressi della barriera di Napoli Nord e di Caserta Nord. La riapertura dei tratti interessati non ha cancellato immediatamente tutti i disagi, legati anche alla presenza dei mezzi pesanti e alle difficoltà di circolazione nelle aree dei presidi.
Il blocco al varco Bausan
Il 19 ottobre la mobilitazione ha raggiunto anche il porto commerciale di Napoli. Alcuni tir hanno bloccato l’accesso al varco Bausan, provocando difficoltà al traffico nell’area portuale e nelle strade di collegamento con il capoluogo.
La protesta si è svolta pacificamente e alcuni autotrasportatori hanno spiegato agli automobilisti le ragioni della mobilitazione.
Il porto rappresenta un punto nevralgico per i flussi commerciali e per il trasporto marittimo. Un rallentamento degli accessi può interferire con la movimentazione dei mezzi e delle merci, con possibili ripercussioni sui collegamenti con le isole del Golfo e sulle rotte verso la Sicilia.
L’eventuale impatto su imbarchi e consegne dipende però dalla durata dei disagi e dall’effettiva operatività dei singoli servizi: il rischio di ritardi non equivale automaticamente alla cancellazione delle corse.
Il problema dei magazzini alimentari
Le criticità più immediate riguardano anche il comparto della grande distribuzione. Nel Casertano, nell’area di Carinaro e nei centri logistici del territorio, sono stati segnalati rallentamenti e blocchi alle operazioni di carico e scarico delle merci.
Le conseguenze possono raggiungere rapidamente i supermercati: se i camion non ritirano i prodotti nei depositi o non riescono a consegnarli ai punti vendita, le scorte diminuiscono e i reparti che dipendono da rifornimenti frequenti possono rimanere temporaneamente sguarniti.
Difficoltà si registrano soprattutto per i prodotti agricoli e freschi, mentre gli operatori della distribuzione hanno espresso preoccupazione per le mancate consegne. Non si tratta, tuttavia, di una carenza uniforme di tutti gli alimenti o di una situazione identica in ogni supermercato.
Puglia, dai presidi al corteo dei camion
In Puglia la protesta era iniziata prima di estendersi alle altre regioni. Nel Foggiano, la mobilitazione dura da circa una settimana.
Uno dei momenti più significativi è stato il corteo di circa 500 tir lungo la statale 379, da Brindisi in direzione Bari. Stamane alcuni autotrasportatori provenienti da Altamura si sono diretti verso il capoluogo pugliese, con i primi mezzi posizionati nella zona di Punta Perotti, per raggiungere la sede della Presidenza della Regione.
La mobilitazione punta a riportare all’attenzione del governo e delle istituzioni regionali le difficoltà delle imprese di trasporto, strette tra carburante costoso e margini sempre più ridotti.
La situazione pugliese è particolarmente delicata anche per la presenza di altre proteste legate al costo dell’energia e alle difficoltà dei comparti produttivi. La concomitanza di mobilitazioni differenti può aggravare le ripercussioni sulla circolazione e sulla distribuzione, anche quando non si verifica un blocco totale delle strade.
Basilicata, presidi sulla statale 106 e distributori in difficoltà
In Basilicata i camionisti hanno organizzato presidi nei pressi degli ingressi di Potenza, in particolare nelle zone di Potenza Est, Potenza Ovest e dell’area industriale di Tito.
Altri punti di mobilitazione hanno interessato la viabilità della fascia ionica. Secondo le informazioni raccolte dall’ANSA nei giorni precedenti, circa cento tir si erano concentrati sulla statale 106 Jonica, nei pressi dello svincolo con la Fondovalle dell’Agri, a Scanzano Jonico, nel Materano.
Le proteste hanno interessato anche i collegamenti tra la statale 106 e la statale 598 Val d’Agri e tra la Jonica e la statale 653 Sinnica, nell’area compresa tra Rotondella e Policoro. I presidi hanno coinvolto il traffico pesante, mentre veniva mantenuto il transito per automobili, autobus, scuolabus e mezzi di soccorso.
La Basilicata ha risentito anche delle difficoltà di approvvigionamento dei carburanti. Nei giorni precedenti erano state segnalate stazioni di servizio senza scorte in alcuni territori, in un quadro aggravato dalla concomitanza con altre proteste e dalle difficoltà della logistica energetica.
È importante non attribuire ogni esaurimento di carburante esclusivamente al fermo dei camion: disponibilità dei depositi, tempi di consegna, domanda straordinaria e altre mobilitazioni possono concorrere alla formazione delle criticità.
Calabria, quindici presidi e la minaccia di marciare su Roma
In Calabria la mobilitazione è stata promossa anche da Fedralog, la federazione regionale della logistica. La protesta ha coinvolto circa quindici presidi, con mezzi pesanti posizionati in prossimità di snodi stradali e produttivi.
Tra le aree interessate figurano la zona dell’aeroporto di Lamezia Terme, il porto di Gioia Tauro e diversi punti della rete stradale del Cosentino, oltre alle aree industriali di Settimo di Rende e Montalto Uffugo.
I camion sono stati collocati anche ai lati delle strade, ma la presenza dei mezzi e il restringimento delle carreggiate hanno provocato rallentamenti e disagi. La mobilitazione era stata annunciata fino al 20 ottobre.
Il coordinatore regionale di Fedralog, Mario Pansini, ha avvertito che, in assenza di risposte concrete entro il 20 ottobre, gli autotrasportatori sarebbero stati pronti a raggiungere Roma con i loro camion.
La richiesta è quella di misure capaci di ridurre l’impatto del carburante sui costi aziendali, attraverso sostegni immediati e strumenti più stabili. Tra le proposte avanzate dai manifestanti figura anche l’ipotesi di un carburante dedicato alla categoria o di forme di calmierazione dei costi.
Il messaggio è netto: senza un intervento in grado di cambiare concretamente la situazione economica, la protesta potrebbe proseguire anche oltre le date inizialmente previste.
Sicilia, il fermo dei tir coinvolge i porti
La situazione siciliana presenta caratteristiche particolari, perché alla questione del carburante si aggiungono i costi e le complessità dei collegamenti marittimi.
Il Comitato trasportatori siciliani ha proclamato un fermo delle attività fino alla mezzanotte del 20 ottobre, con mezzi fermi nei piazzali e nei porti e difficoltà nella movimentazione dei semirimorchi.
A Palermo, nei giorni precedenti, la protesta aveva interessato l’ingresso del molo Santa Lucia, con il blocco dei tir in uscita e il rallentamento delle operazioni di scarico delle navi. La mobilitazione ha interessato anche altri scali dell’isola.
Il coordinatore del comitato, Salvatore Bella, ha denunciato il peso combinato del carburante e dei costi marittimi. Secondo quanto riferito all’ANSA il 16 ottobre, con il gasolio intorno a 2,30 euro al litro, un pieno poteva costare circa mille euro in più, cui si aggiungevano ulteriori costi per il trasporto via nave.
Il problema è particolarmente grave per le imprese che devono trasferire merci tra la Sicilia e il resto del Paese. In questo caso, il trasporto su gomma e quello marittimo non sono alternative indipendenti: costituiscono due segmenti della stessa catena logistica.
Il Comitato trasportatori siciliani ha precisato che il transito via terra dell’ortofrutta attraverso lo Stretto di Messina rimaneva libero e che non erano in corso blocchi stradali sulle arterie di collegamento. Una precisazione che evidenzia come il fermo delle attività nei porti e nei piazzali non coincida necessariamente con un’interruzione completa di tutti i trasporti.
Il rischio per supermercati, aziende e consumatori
La protesta non riguarda soltanto la categoria degli autotrasportatori. Il trasporto delle merci è un anello essenziale dell’economia e ogni interruzione prolungata può produrre effetti a cascata.
I primi segnali riguardano la distribuzione alimentare, soprattutto i prodotti freschi che richiedono consegne frequenti. Se i camion restano fermi nei piazzali, i magazzini non riescono a smaltire le merci e i punti vendita ricevono rifornimenti inferiori al normale.
Anche le aziende manifatturiere possono subire conseguenze: materie prime, componenti e prodotti finiti devono circolare per garantire la continuità della produzione. Un ritardo nelle consegne può rallentare il lavoro, aumentare i costi e compromettere gli impegni commerciali.
Il Codacons ha inoltre segnalato il rischio che l’emergenza venga sfruttata per applicare aumenti ingiustificati ai prezzi al dettaglio. Si tratta di un rischio da vigilare, non della dimostrazione che siano già in corso rincari generalizzati.
Le famiglie potrebbero essere colpite su due fronti: da una parte l’eventuale indisponibilità temporanea di alcuni prodotti, dall’altra il rischio che gli aumenti dei costi di trasporto si trasferiscano sui prezzi finali.
Per questo è importante distinguere tra gli aumenti effettivamente riconducibili ai maggiori costi sostenuti dalle imprese e gli eventuali rincari ingiustificati. La trasparenza dei prezzi e i controlli lungo la filiera diventano essenziali proprio nei momenti di maggiore tensione.
Il governo convoca il confronto: sul tavolo almeno 80 milioni
Di fronte all’estensione della protesta, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha lavorato per anticipare il confronto con gli autotrasportatori.
Il tavolo, inizialmente previsto per il 27 ottobre al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, è stato indicato per martedì 20 ottobre presso la Prefettura di Milano.
Salvini ha dichiarato che, con risorse immediate pari ad almeno 80 milioni di euro richieste al Ministero dell’Economia, sarebbe possibile ottenere una maggiore serenità nel settore. La cifra è stata presentata come una necessità di risorse da reperire, non come un finanziamento già erogato.
Il confronto dovrà affrontare il tema delle misure urgenti contro il caro gasolio e quello delle risorse già previste, ma non ancora pienamente disponibili secondo le associazioni di settore.
Resta anche una questione di rappresentanza. Parte della mobilitazione è organizzata da comitati spontanei e gruppi autonomi, mentre le associazioni nazionali hanno sollecitato il confronto istituzionale. La distinzione ha alimentato tensioni sul coinvolgimento dei diversi soggetti al tavolo e sulla capacità delle trattative di rispondere alle richieste dei manifestanti.
Il risultato dell’incontro sarà importante per capire se le misure prospettate saranno sufficienti a convincere gli operatori a interrompere la protesta.
La protesta e il diritto alla mobilità: il difficile equilibrio
Le difficoltà economiche denunciate dagli autotrasportatori sono reali e riguardano un comparto essenziale per il funzionamento del Paese. Ma la protesta solleva anche una questione delicata: come rendere visibile una vertenza senza trasferire costi e disagi su cittadini, lavoratori e imprese che non hanno responsabilità dirette nel conflitto.
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha riconosciuto la legittimità della manifestazione, avvertendo però che impedire la distribuzione dei prodotti attraverso il blocco delle strade può configurare un illecito.
La sfida per le istituzioni è trovare una risposta rapida alle richieste economiche, garantendo contemporaneamente la circolazione, la continuità dei servizi essenziali e la sicurezza dei cittadini.
La protesta del Sud mette in evidenza una fragilità strutturale: quando la logistica si inceppa, le conseguenze si propagano in tempi brevi e investono settori molto diversi tra loro.
Le prossime ore decisive
La giornata del 20 ottobre rappresenta uno snodo cruciale per la vertenza. In Calabria e in Sicilia le mobilitazioni erano state annunciate fino a quella data, mentre in altre aree del Mezzogiorno i presidi hanno già prodotto ripercussioni sulla viabilità e sulla distribuzione.
L’esito del confronto con il governo e le eventuali misure concrete potrebbero determinare una riduzione della protesta oppure una sua ulteriore estensione.
Per gli autotrasportatori, la questione è riuscire a continuare a lavorare senza che il costo del carburante assorba i margini dell’attività. Per le imprese e i consumatori, invece, la priorità è evitare che una crisi di settore si trasformi in una più ampia emergenza economica e logistica.
Il punto di equilibrio sarà difficile da trovare, ma la posta in gioco va ben oltre i camion fermi sulle strade: riguarda la capacità del sistema produttivo di continuare a funzionare e quella delle istituzioni di dare risposte prima che i disagi diventino strutturali.









