A circa un anno dai messaggi minatori ricevuti dalla giornalista Luciana Esposito su TikTok dall’account riconducibile al clan De Micco, le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri hanno consentito di risalire all’identità della persona che li avrebbe inviati. La prima udienza è fissata per il 12 novembre. Per la direttrice di Napolitan, da maggio 2025 sotto scorta, è una notizia che restituisce fiducia nella giustizia e la possibilità di recuperare un pezzo di vita condizionato dalla paura.
Ci sono notizie che arrivano dopo mesi di attesa e che, pur non cancellando quello che è accaduto, restituiscono la possibilità di guardare avanti. Per me, questa è una di quelle notizie. La più bella che abbia ricevuto da quando vivo sotto scorta.
A circa un anno dalle reiterate minacce ricevute attraverso TikTok, dall’account riconducibile al clan De Micco, le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Napoli hanno consentito di risalire all’identità della persona che avrebbe inviato quei messaggi. Il prossimo 12 novembre è fissata la prima udienza.
Un passaggio importante in una vicenda che, per mesi, ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita personale e professionale. Perché dietro le minacce non ci sono soltanto messaggi da conservare, denunciare e affidare agli investigatori. Ci sono la paura, le abitudini quotidiane stravolte, la necessità di fare i conti ogni giorno con una realtà che non lascia spazio alla leggerezza e alla normalità.
Un anno di paura, un primo passo verso la verità
Le minacce erano arrivate attraverso TikTok, da un account riconducibile al clan De Micco, l’organizzazione che detiene il controllo degli affari illeciti nel quartiere Ponticelli, nella zona orientale di Napoli. Messaggi reiterati e inquietanti, che hanno richiesto l’intervento degli investigatori e un’attività d’indagine capace di ricostruire l’identità del presunto mittente.
Oggi, a distanza di circa un anno, quel lavoro ha prodotto un risultato concreto. Non significa che ogni interrogativo abbia trovato una risposta, né che il percorso giudiziario sia concluso. L’identificazione della persona che avrebbe inviato i messaggi rappresenta però un passaggio significativo: le minacce non sono rimaste confinate allo schermo di un telefono e la denuncia ha trovato un seguito investigativo.
La prima udienza del 12 novembre segnerà un’altra tappa di questa vicenda. Sarà la sede giudiziaria a chiarire gli aspetti ancora da accertare e a stabilire le eventuali responsabilità.
Il fatto che i messaggi siano stati inviati online non li rende meno inquietanti, né cancella le conseguenze che possono avere sulla vita di chi li riceve.
“La mia battaglia termina qui”: le minacce dopo il videomessaggio
A gennaio del 2025 sono stata costretta a prendere una decisione che nessun giornalista dovrebbe mai compiere: scegliere tra la vita e il lavoro. Gli abitanti del quartiere continuavano a segnalarmi conversazioni dai termini e dai toni inquietanti che si susseguivano nei bar e tra le strade del quartiere e che annunciavano l’imminente volontà di colpirmi da parte del clan.
Per questo motivo, vedendo la mia vita concretamente messa in pericolo da quello scenario, decisi di pubblicare un video in cui annunciavo la mia volontà di cessare l’attività giornalistica che da più di dieci anni mi vedeva pubblicare la cronaca aggiornata e pressoché quotidiana dei fatti di camorra che avvenivano a Ponticelli. Il mio auspicio era che potesse servire ad allentare quella tensione che era diventata insostenibile, ormai.
Invece, proprio nei mesi successivi al quel video, ho iniziato a ricevere messaggi minatori da parte di quell’account, creato su TikTok per rilanciare le quotazioni del clan De Micco.
La vita sotto scorta: il prezzo di non abbassare la testa
Dal 23 maggio 2025 vivo sotto scorta. Da quel giorno la mia quotidianità è cambiata e ogni scelta ha dovuto fare i conti con esigenze di sicurezza che prima non facevano parte della mia vita.
La scorta non è uno status, un riconoscimento da esibire o un simbolo da trasformare in una medaglia. È una condizione che impone rinunce, limita la spontaneità e ricorda continuamente che il proprio lavoro può avere conseguenze che vanno ben oltre la dimensione professionale.
Per una giornalista che ha scelto di raccontare la criminalità organizzata, le sue dinamiche e il prezzo pagato dalle comunità che la subiscono, continuare a lavorare significa difendere anche il diritto dei cittadini a essere informati.
Non ho mai considerato il giornalismo una missione da celebrare con parole solenni. È un lavoro che richiede rigore, responsabilità e la capacità di raccontare fatti che qualcuno preferirebbe lasciare nell’ombra, ma sarebbe ipocrita fingere che la paura non esista. Esiste, accompagna le giornate e impone un prezzo. Ci sono momenti in cui anche le cose più semplici diventano complicate e in cui riprendere in mano una parte della propria vita sembra un obiettivo lontano.
Per questo la notizia dell’identificazione del presunto mittente di quelle minacce ha per me un significato che va oltre il passaggio investigativo. Dopo mesi di attesa, restituisce un po’ di fiducia nella possibilità che le denunce vengano approfondite e che le minacce possano essere affrontate nelle sedi competenti.
Le piattaforme digitali e la collaborazione con le autorità
La vicenda riporta l’attenzione anche sul ruolo delle piattaforme digitali nelle indagini sulle minacce.
Gli account social possono essere utilizzati per intimidire o tentare di rendere più difficile l’identificazione di chi invia i messaggi. Ma il web non deve diventare una zona franca, nella quale chi minaccia ritiene di poter agire senza conseguenze.
La ricostruzione dell’identità del presunto mittente, in questo caso, rappresenta un risultato investigativo importante. Il lavoro degli inquirenti mostra quanto siano determinanti gli strumenti di indagine e la collaborazione con i soggetti che gestiscono i servizi digitali, nel rispetto delle procedure previste dalla legge.
È un tema che riguarda non soltanto i giornalisti, ma chiunque riceva minacce online, soprattutto quando queste si inseriscono in un contesto di intimidazione legato alla criminalità organizzata.
Denunciare è fondamentale. Altrettanto importante è che le segnalazioni vengano esaminate, che gli elementi disponibili siano verificati e che chi denuncia non venga lasciato solo.
Tornare a respirare non significa dimenticare
Questa notizia non cancella i mesi trascorsi nella paura. Non restituisce automaticamente le abitudini perdute, né permette di archiviare tutto ciò che è accaduto. E non significa che il percorso giudiziario sia arrivato alla sua conclusione.
Ma ci sono momenti in cui anche un passo, se arriva dopo una lunga attesa, può fare la differenza.
Per me significa poter guardare a questa vicenda con una prospettiva diversa. Sapere che il lavoro investigativo ha consentito di individuare una persona che avrebbe inviato quei messaggi e che la vicenda proseguirà in tribunale è un motivo concreto per ritrovare fiducia.
Non è una vittoria personale da sbandierare. È la consapevolezza che denunciare può servire, che le indagini possono arrivare a risultati e che la giustizia ha i suoi tempi, anche quando l’attesa diventa difficile da sostenere.
Il 12 novembre sarà una nuova tappa. Fino ad allora, e anche dopo, sarà necessario rispettare il percorso giudiziario e lasciare che siano gli accertamenti a definire le responsabilità.
Non è ancora la fine della storia, ma un passo importante verso la verità.










