• Redazione
  • Contatti
  • AD
  • I’m Napolitan
  • Accedi
venerdì, 16 Ottobre, 2026
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Napolitan - Il nuovo modo di leggere Napoli

Il nuovo modo di leggere napoli

  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali
  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali
Napolitan - Il nuovo modo di leggere Napoli
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati

VIDEO-Minacce dall’account TikTok del clan De Micco alla giornalista Luciana Esposito: identificato il presunto autore

Luciana Esposito di Luciana Esposito
12 Ottobre, 2026
in Cronaca, In evidenza
0
Ponticelli: gli ex De Micco furono costretti dai clan alleati a rinnegare la precedente affiliazione bruciando i tatuaggi
Share on FacebookShare on Twitter

A circa un anno dai messaggi minatori ricevuti dalla giornalista Luciana Esposito su TikTok dall’account riconducibile al clan De Micco, le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri hanno consentito di risalire all’identità della persona che li avrebbe inviati. La prima udienza è fissata per il 12 novembre. Per la direttrice di Napolitan, da maggio 2025 sotto scorta, è una notizia che restituisce fiducia nella giustizia e la possibilità di recuperare un pezzo di vita condizionato dalla paura.

Ci sono notizie che arrivano dopo mesi di attesa e che, pur non cancellando quello che è accaduto, restituiscono la possibilità di guardare avanti. Per me, questa è una di quelle notizie. La più bella che abbia ricevuto da quando vivo sotto scorta.

ADVERTISEMENT

A circa un anno dalle reiterate minacce ricevute attraverso TikTok, dall’account riconducibile al clan De Micco, le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Napoli hanno consentito di risalire all’identità della persona che avrebbe inviato quei messaggi. Il prossimo 12 novembre è fissata la prima udienza.

Un passaggio importante in una vicenda che, per mesi, ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita personale e professionale. Perché dietro le minacce non ci sono soltanto messaggi da conservare, denunciare e affidare agli investigatori. Ci sono la paura, le abitudini quotidiane stravolte, la necessità di fare i conti ogni giorno con una realtà che non lascia spazio alla leggerezza e alla normalità.

Un anno di paura, un primo passo verso la verità

Le minacce erano arrivate attraverso TikTok, da un account riconducibile al clan De Micco, l’organizzazione che detiene il controllo degli affari illeciti nel quartiere Ponticelli, nella zona orientale di Napoli. Messaggi reiterati e inquietanti, che hanno richiesto l’intervento degli investigatori e un’attività d’indagine capace di ricostruire l’identità del presunto mittente.

Oggi, a distanza di circa un anno, quel lavoro ha prodotto un risultato concreto. Non significa che ogni interrogativo abbia trovato una risposta, né che il percorso giudiziario sia concluso. L’identificazione della persona che avrebbe inviato i messaggi rappresenta però un passaggio significativo: le minacce non sono rimaste confinate allo schermo di un telefono e la denuncia ha trovato un seguito investigativo.

La prima udienza del 12 novembre segnerà un’altra tappa di questa vicenda. Sarà la sede giudiziaria a chiarire gli aspetti ancora da accertare e a stabilire le eventuali responsabilità.

Il fatto che i messaggi siano stati inviati online non li rende meno inquietanti, né cancella le conseguenze che possono avere sulla vita di chi li riceve.

“La mia battaglia termina qui”: le minacce dopo il videomessaggio

A gennaio del 2025 sono stata costretta a prendere una decisione che nessun giornalista dovrebbe mai compiere: scegliere tra la vita e il lavoro. Gli abitanti del quartiere continuavano a segnalarmi conversazioni dai termini e dai toni inquietanti che si susseguivano nei bar e tra le strade del quartiere e che annunciavano l’imminente volontà di colpirmi da parte del clan.

Per questo motivo, vedendo la mia vita concretamente messa in pericolo da quello scenario, decisi di pubblicare un video in cui annunciavo la mia volontà di cessare l’attività giornalistica che da più di dieci anni mi vedeva pubblicare la cronaca aggiornata e pressoché quotidiana dei fatti di camorra che avvenivano a Ponticelli. Il mio auspicio era che potesse servire ad allentare quella tensione che era diventata insostenibile, ormai.

Invece, proprio nei mesi successivi al quel video, ho iniziato a ricevere messaggi minatori da parte di quell’account, creato su TikTok per rilanciare le quotazioni del clan De Micco.

La vita sotto scorta: il prezzo di non abbassare la testa

Dal 23 maggio 2025 vivo sotto scorta. Da quel giorno la mia quotidianità è cambiata e ogni scelta ha dovuto fare i conti con esigenze di sicurezza che prima non facevano parte della mia vita.

La scorta non è uno status, un riconoscimento da esibire o un simbolo da trasformare in una medaglia. È una condizione che impone rinunce, limita la spontaneità e ricorda continuamente che il proprio lavoro può avere conseguenze che vanno ben oltre la dimensione professionale.

Per una giornalista che ha scelto di raccontare la criminalità organizzata, le sue dinamiche e il prezzo pagato dalle comunità che la subiscono, continuare a lavorare significa difendere anche il diritto dei cittadini a essere informati.

Non ho mai considerato il giornalismo una missione da celebrare con parole solenni. È un lavoro che richiede rigore, responsabilità e la capacità di raccontare fatti che qualcuno preferirebbe lasciare nell’ombra, ma sarebbe ipocrita fingere che la paura non esista. Esiste, accompagna le giornate e impone un prezzo. Ci sono momenti in cui anche le cose più semplici diventano complicate e in cui riprendere in mano una parte della propria vita sembra un obiettivo lontano.

Per questo la notizia dell’identificazione del presunto mittente di quelle minacce ha per me un significato che va oltre il passaggio investigativo. Dopo mesi di attesa, restituisce un po’ di fiducia nella possibilità che le denunce vengano approfondite e che le minacce possano essere affrontate nelle sedi competenti.

Le piattaforme digitali e la collaborazione con le autorità

La vicenda riporta l’attenzione anche sul ruolo delle piattaforme digitali nelle indagini sulle minacce.

Gli account social possono essere utilizzati per intimidire o tentare di rendere più difficile l’identificazione di chi invia i messaggi. Ma il web non deve diventare una zona franca, nella quale chi minaccia ritiene di poter agire senza conseguenze.

La ricostruzione dell’identità del presunto mittente, in questo caso, rappresenta un risultato investigativo importante. Il lavoro degli inquirenti mostra quanto siano determinanti gli strumenti di indagine e la collaborazione con i soggetti che gestiscono i servizi digitali, nel rispetto delle procedure previste dalla legge.

È un tema che riguarda non soltanto i giornalisti, ma chiunque riceva minacce online, soprattutto quando queste si inseriscono in un contesto di intimidazione legato alla criminalità organizzata.

Denunciare è fondamentale. Altrettanto importante è che le segnalazioni vengano esaminate, che gli elementi disponibili siano verificati e che chi denuncia non venga lasciato solo.

Tornare a respirare non significa dimenticare

Questa notizia non cancella i mesi trascorsi nella paura. Non restituisce automaticamente le abitudini perdute, né permette di archiviare tutto ciò che è accaduto. E non significa che il percorso giudiziario sia arrivato alla sua conclusione.

Ma ci sono momenti in cui anche un passo, se arriva dopo una lunga attesa, può fare la differenza.

Per me significa poter guardare a questa vicenda con una prospettiva diversa. Sapere che il lavoro investigativo ha consentito di individuare una persona che avrebbe inviato quei messaggi e che la vicenda proseguirà in tribunale è un motivo concreto per ritrovare fiducia.

Non è una vittoria personale da sbandierare. È la consapevolezza che denunciare può servire, che le indagini possono arrivare a risultati e che la giustizia ha i suoi tempi, anche quando l’attesa diventa difficile da sostenere.

Il 12 novembre sarà una nuova tappa. Fino ad allora, e anche dopo, sarà necessario rispettare il percorso giudiziario e lasciare che siano gli accertamenti a definire le responsabilità.

Non è ancora la fine della storia, ma un passo importante verso la verità.

ADVERTISEMENT
Prec.

Vomero, padre pestato dal branco per difendere le figlie: rischia di perdere una gamba

Succ.

Sant’Antonio Abate, cede un balconcino in una casa disabitata: quattro feriti

Può interessarti

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne
Cronaca

Napoli, controlli ad Alto Impatto tra Barra, Ponticelli e San Giovanni: droga, pistola e munizioni sequestrate

16 Ottobre, 2026
Questura di Napoli, arriva Fausto Lamparelli
In evidenza

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne

16 Ottobre, 2026
Maradona annuncia l’arrivo sulla panchina dei Dorados, la stampa i scaglia contro di lui: “si curi”
Cronaca

Processo morte Maradona, l’avvocato delle figlie: «È stato assassinato a sangue freddo»

15 Ottobre, 2026
Ponticelli: gli ex De Micco furono costretti dai clan alleati a rinnegare la precedente affiliazione bruciando i tatuaggi
Cronaca

Giuseppe Borriello, alias “Chupa Chups”: dal blitz del 2017 alla latitanza, la storia del fedelissimo dei “Bodo”

15 Ottobre, 2026
Ponticelli, la denuncia dei cittadini: “furti anche in via Alfieri”
Cronaca

Ponticelli, controlli in tre attività commerciali: multe per oltre 20mila euro tra abusi edilizi e lavoro irregolare

15 Ottobre, 2026
San Giovanni a Teduccio, maxi sequestro di droga: oltre 20 chili di stupefacenti, 6.300 euro in contanti e una pistola rubata
Cronaca

San Giovanni a Teduccio, maxi sequestro di droga: oltre 20 chili di stupefacenti, 6.300 euro in contanti e una pistola rubata

15 Ottobre, 2026
Succ.
Sant’Antonio Abate, cede un balconcino in una casa disabitata: quattro feriti

Sant’Antonio Abate, cede un balconcino in una casa disabitata: quattro feriti

Ultimi Articoli

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne

Napoli, controlli ad Alto Impatto tra Barra, Ponticelli e San Giovanni: droga, pistola e munizioni sequestrate

di Redazione Napolitan
16 Ottobre, 2026
0

Dalle sostanze stupefacenti nascoste nelle abitazioni alle munizioni occultate tra i medicinali, fino a una pistola trovata nel vano ascensore...

Questura di Napoli, arriva Fausto Lamparelli

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne

di Redazione Napolitan
16 Ottobre, 2026
0

Nato a Benevento, 63 anni, in Polizia dal 1990, Lamparelli arriva a Napoli dopo aver guidato la Questura di Firenze,...

Pagamenti senza contanti, la Campania guida la classifica italiana del Buy Now Pay Later 

Pagamenti senza contanti, la Campania guida la classifica italiana del Buy Now Pay Later 

di Redazione Napolitan
16 Ottobre, 2026
0

Se c'è una regione che sta riscrivendo il modo in cui gli italiani pagano, è la Campania. Non per la...

Maradona annuncia l’arrivo sulla panchina dei Dorados, la stampa i scaglia contro di lui: “si curi”

Processo morte Maradona, l’avvocato delle figlie: «È stato assassinato a sangue freddo»

di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
0

«Diego è stato assassinato a sangue freddo». È l'accusa pronunciata dall'avvocato Fernando Burlando, legale di Dalma e Gianinna Maradona, nell'arringa conclusiva delle parti civili al processo sulla morte di Diego Armando Maradona, in corso a San Isidro, nell'area metropolitana di Buenos Aires. Il legale ha chiesto una condanna a 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale dell'ex fuoriclasse argentino, accusato insieme ad altri professionisti sanitari di responsabilità nella gestione delle sue condizioni di salute durante il ricovero domiciliare che precedette la morte, avvenuta il 25 novembre 2020. L'intervento di Burlando, durato oltre tre ore, ha segnato una delle fasi più intense della conclusione delle arringhe delle parti civili. L'avvocato ha sostenuto che le prove emerse nel dibattimento confermerebbero la tesi secondo cui la morte del campione avrebbe potuto essere evitata. Si tratta della posizione accusatoria della parte civile: le responsabilità penali degli imputati devono essere accertate dal tribunale.  Le richieste di condanna: nel mirino l'intero staff sanitario Nel corso dell'arringa, l'avvocato Fernando Burlando ha chiesto 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale di Maradona, e 12 anni per Nancy Forlini, coordinatrice dell'assistenza sanitaria domiciliare. Per la psichiatra Agustina Cosachov la richiesta è di 10 anni, mentre per lo psicologo Carlos Díaz il legale ha invocato una pena di cinque anni. Infine, ha chiesto quattro anni di reclusione ciascuno per l'infermiere Ricardo Almirón e per Mariano Perroni, responsabile degli infermieri. Le contestazioni comprendono, secondo le posizioni accusatorie, l'omicidio semplice con dolo eventuale per alcuni imputati e l'omicidio colposo per altri. Per il medico clinico Pedro Di Spagna, invece, Burlando ha chiesto l'assoluzione, in linea con la posizione già espressa dalla pubblica accusa.  Le richieste formulate dalla parte civile non sono condanne già pronunciate: spetterà ai giudici valutare le prove e accertare le eventuali responsabilità penali dei singoli imputati. La distinzione giuridica è importante. Il dolo eventuale presuppone, in termini generali, che una persona si rappresenti la possibilità che la propria condotta provochi un evento mortale e ne accetti il rischio. La colpa, invece, riguarda una condotta negligente, imprudente o imperita, senza quella forma di accettazione del rischio. Le pene richieste da Burlando sono quelle invocate dalla parte civile e non costituiscono condanne già pronunciate. Anche la qualificazione giuridica dei fatti resta sottoposta alla valutazione dei giudici. «Il suo corpo chiedeva aiuto»: le accuse sulle cure domiciliari Al centro della requisitoria c'è la gestione delle condizioni cliniche di Maradona nelle settimane precedenti la morte. Il campione era stato sottoposto a un intervento chirurgico per un ematoma subdurale e, successivamente, era stato trasferito in un'abitazione privata per proseguire la convalescenza. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. La morte del Pibe de Oro e il processo a San Isidro Diego Armando Maradona è morto il 25 novembre 2020, a 60 anni, mentre si trovava in convalescenza dopo l'intervento neurochirurgico. La morte, attribuita a un edema polmonare acuto associato a un'insufficienza cardiaca, ha dato origine a un'indagine sulle modalità dell'assistenza ricevuta negli ultimi giorni. Il processo mira a chiarire se i professionisti che avevano in cura l'ex campione abbiano agito correttamente e se eventuali negligenze abbiano avuto un ruolo determinante nel decesso. Il procedimento in corso a San Isidro è il secondo tentativo processuale dopo che il primo processo era stato annullato nel 2025 a seguito dello scandalo legato alla partecipazione di una giudice a un progetto documentaristico sul caso, circostanza che aveva compromesso la regolarità del dibattimento. Nelle settimane precedenti alle arringhe delle parti civili, anche la pubblica accusa aveva chiesto pene detentive per diversi componenti dello staff sanitario, pur con richieste differenti rispetto a quelle formulate da Burlando.  Un processo che cerca di stabilire chi avrebbe potuto salvarlo...

Facebook Twitter Youtube
  • Redazione
  • Contatti
  • Privacy and Cookie Policy
  • AD
Napolitan è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Nola n.° 9 del 23/12/2014. Iscrizione al Registro degli Operatori per la Comunicazione n. 24695

© 2022 Napolitan.it | Tutti i diritti riservati

Bentornato!

Accedi al tuo account

Hai dimenticato la password?

Recupera la tua password

Inserisci il tuo nome utente o email per recuperare la password

Accedi
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali

© 2022 Napolitan.it | Tutti i diritti riservati

Vuoi sbloccare questo post?
Contenuti da sbloccare rimanenti. : 0
Sei sicuro che vuoi cancellare questo abbonamento?